Brain Drain. Parola ad Arianna Gellini

Faentina classe 1984, curatrice e art consultant, ora vive a Zurigo, dove ha fondato la AGContemporary. Ma fra questa tappa e gli iniziali studi a Venezia, c’è passato di mezzo un intero continente: l’Asia.

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Arianna Gellini

Arianna Gellini

Come sei approdata in Cina?
Dopo la laurea triennale mi sono trasferita a Shanghai, dove ho iniziato a lavorare come interprete dall’italiano all’inglese e cinese per diverse aziende e in occasioni importanti come le Olimpiadi di Pechino del 2008. La mia prima esperienza nel mondo dell’arte come assistente gallerista è stata nella Galleria dell’Arco a Shanghai. La voglia di imparare, conoscere e integrarsi era talmente tanta che una volta avuta la possibilità di lavorare con Roberto Ceresia, titolare della galleria, la passione si è schiusa e tutte le mie energie si sono concentrate lì. Quindi ho deciso di approfondire tramite il Master in Arte Contemporanea presso il Sotheby’s Institute of Art di Singapore. Durante due anni di studio ho conosciuto meglio il mondo artistico e culturale del sud-est asiatico, attraverso numerosi viaggi di ricerca, visite presso studi di artisti, colloqui con curatori e critici, in constante ricerca e crescita professionale.

Hai trovato opportunità per la tua formazione?
Onestamente, non molte. Anzi, nessuna.

Come giudichi il sistema dell’arte orientale?
Un mondo estremamente interessante sia da un punto di vista culturale che artistico. La Cina ha una grande propensione all’innovazione e la provocazione non ortodossa, unita alla voglia di sperimentare e di aprirsi culturalmente, buttandosi fuori dalla propria comfort zone. Tanti gli artisti che si lanciano nell’arte new media, sound e performance. Altrettanti curatori che cercano di lavorare indipendentemente, sdoganati da istituzioni potenti e patriarcali. Una realtà dinamica. Quando ho cominciato nel settore artistico, si percepiva un senso di aspettativa di un qualcosa che sarebbe esploso. E così sta succedendo. Un esempio tra molti è la fiera di Hong Kong, che nel 2012 è stata inclusa in Art Basel. Dal 2010 molti artisti hanno intrapreso carriere da sogno che prima non si pensava fosse possibile e molte blue-chip galleries si sono trasferite proprio nell’ex colonia britannica.

Magdalen Wong in mostra alla Osage Gallery di Hong Kong nel 2012

Magdalen Wong in mostra alla Osage Gallery di Hong Kong nel 2012

Dopo Shanghai, quali altre esperienze hai vissuto?
Mi sono trasferita a Hong Kong con Osage Gallery come assistant curator, per poi trasformarmi in gallery manager nel 2011. Dopo due anni ho deciso di lasciare il posto e lavorare inizialmente come curatrice indipendente. Nell’ottobre del 2012 ho ricevuto l’offerta da parte di Gallery Exit per lavorare come direttrice delle mostre, in una realtà giovane che tratta artisti concettuali regionali, inizialmente con focus sulla città e la Cina. Poi con la mia direzione ci siamo focalizzati verso una realtà più asiatica at large. Nei quasi tre anni con Exit ho visto crescere artisti che ormai vengono riconosciuti come esempi di arte concettuale in Asia. Ho avuto l’onore di lavorare e aiutare a crescere artisti oggi chiamati in biennali e festival importanti. Alcuni tra questi: Nadim Abbas, Kwan Sheung Chi, Chen Wei, Yang Xin Guang.

Perché il rientro in Europa e in Svizzera in particolare?
Professionalmente mi attirava l’idea di poter portare la mia esperienza nella realtà europea e di fare da ponte tra artisti emergenti asiatici e istituzioni, spazi, collezionisti dell’Europa orientale. Dal mio rientro, ho aperto un’agenzia di consulenza, AGContemporary, con l’intenzione di connettere questi due poli. La Svizzera ha un legame artistico naturale con Hong Kong tramite Art Basel che mi ha permesso di avvicinarmi più facilmente al nuovo contesto europeo.

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Cosa manca all’Italia per essere leader nel mercato e nel settore dell’arte contemporanea?
Dal punto di vista artistico, l’Italia rimane comunque competitiva con istituzioni molto prolifiche e attive nel settore, come la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo o il Castello di Rivoli. Gli eventi – tra fiere, biennali e mostre – non mancano. Quello che manca è una visone meno elitaria, più aperta al pubblico.

Quali sono i punti di forza del sistema orientale e quelli del sistema europeo e italiano in particolare?
L’Asia senza dubbio aiuta e permette una tipologia di discorso transculturale, sia da un retaggio storico che di confini porosi e non ben definiti. Tanti gli esempi di centri artistici indipendenti che permettono tale scambio: Parasite, Asia Art Archive o Things that can happen a Hong Kong, Common Room in Indonesia, Green Papaya Art Projects nelle Filippine, Art space pool a Seoul, e molti altri ancora.

E l’Italia?
Scegliere di trasferirsi in un Paese emergente quando si è giovani dà la possibilità di buttarsi e intraprendere nuove esperienze lavorative. In Italia manca una cultura lavorativa più dinamica. Questo per me è un errore e un deterrente a tornare.

Neve Mazzoleni

www.agcontemporary.net

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #28

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