Post-Lied. Guida all’ascolto

Attenzione, qui parliamo della forma musicale, non dei capi. E vi parliamo di com’è cambiata da Mahler a oggi. C’è ad esempio un gruppo alto-atesino che trasforma tutto in marcette che fanno così…

LIED SENZA PAROLE
I 48 Lieder ohne Worte di Felix Mendelssohn possono essere considerati degli anti-Lieder o dei non-Lieder. Composti tra il 1829 e il 1845, sono brani innovativi proprio perché in quegli anni, in pieno Romantico, chi doveva intrattenere nugoli di borghesi annoiati con la musica era costretto ad affiancare ai suoni testi poetici, possibilmente di spirito germanico. Il Lied è una forma che nasce ibrida, un’idra a tre teste: musica, parole, voce.
Qui però non si vuole fare una guida all’anti-Lied, quanto piuttosto al post-Lied, perché la pagina scritta, nell’epoca del digitale e dunque del non-scritto – o dell’hypertext – ha ancora qualcosa da dire. In una lettera del maggio 1891, Arnold Schönberg scrive di aver composto, dopo una lunga pausa, “qualcosa di nuovo – un ‘Lied’ senza parole”. Da quel momento sperava sarebbe iniziato un nuovo periodo di gioiosa creazione. Il brano è In chiari sogni ti ho spesso guardato, uno dei primi Lied di cui si ha traccia (il manoscritto è conservato nella Collezione musicale della Biblioteca Municipale di Vienna).

VIA DALL’AFONIA
Il Lied sembra dunque nascere afono, ma le parole talvolta servono. Luigi Dallapiccola, autore dei Canti di Prigionia (1938-41), crede che solo attraverso musica e parole si possa esprimere l’indignazione per le metastasi antisemite che iniziano a invadere l’Italia. Terminata la lettura di Stefan Zweig, il compositore si mette alla ricerca di altri famosi prigionieri, altre voci lamentose. György Kurtág si affida invece alla lingua del congedo, quella dei Kafka Fragmente (1985-86) che musicano stralci tratti da diari e lettere.
Prima di lui era stato Bruno Maderna (Studi per il Processo di Franz Kafka, 1950) a sfidare l’impossibile con un brano per soprano e orchestra; poi, a più di cinquant’anni di distanza, è Francis Dhomont, veterano del nastro magnetico e vero teorico della musique concrète, ad avvicinarsi all’enigma-Kafka, tramite il linguaggio astratto dei suoni, un po’ ambizioso e prolisso, a tutto simile meno che alla prosa di Kafka, secca e tagliente come la lama che ammazza Josef K. Forse aveva ragione Max Brod, l’amico di una vita: “Kafka, quasi in compenso della particolare musicalità dello scrivere, era privo di senso per la musica”.

I TRABOCCHETTI DEL LIED
Tornando alla forma impura del Lied e, dunque, ai nipoti di Anton Webern: Lied di Franco Donatoni potrebbe essere il manifesto di questo articolo. Riferendosi al citazionismo esasperato di un compositore come Sylvano Bussotti, autore la cui scrittura è fortemente condizionata da fonti extramusicali, Mario Bortolotto parla di un “sapiente trabocchetto”: “L’artificiere stende linee di ‘Lied’ […] ma insieme ha una cura certosina nell’avvolgerle di trame che più vibratamente romantiche non si danno”. In pratica, “il giro melodico resta sempre il ‘primum’ dell’invenzione” e la maturità è raggiunta, in questo senso, con i frammenti da Le Grazie di Ugo Foscolo. Testi e vocalità sono elementi cardine del Lied: in Bussotti, i primi sono testimonianza di un rapporto con gli autori adorati che potremmo paragonare al décollage di Mimmo Rotella; la seconda è totale, come nel Luciano Berio di Sequenza III.
E a proposito di cura certosina arriviamo a oggi e torniamo (tutti i cerchi devono chiudersi, no?) al Lied senza parole di Schönberg. L’etichetta Col Legno è probabilmente la residenza più ospitale nei confronti di quello che definiamo, chiaramente rifacendoci a Simon Reynolds, post-Lied. Col Legno è l’equivalente, nel mondo della classica, a quello che Too Pure o Touch&Go sono stati per il post-rock.

ALTOATESINI, BALCANICI E TORINESI
I tirolesi Franui sono stati definiti maestri del cantato delle cose. Impareggiabili nel trasfigurare la bellezza in carineria, giocano con Lieder di Mahler, Schubert, Brahms sfigurandoli a suon di marcette sfatte e gypsybrass. Il duo Catch-Pop fa canzoni che l’Allgemeine Zeitung ha definito folli, eppure deliziosamente pop; la migliore cosa che la Mitteleuropa abbia importato dai Balcani, fanno eco da altre testate.
E con un prodotto da esportare si chiude questa ricognizione. Stradivarius ha da qualche anno in catalogo Petrolio di Luciano Chessa, disco nel quale è possibile ammirare Quattro Quadri da Pasolini. Se Chessa avesse preso lezioni di canto, invece di frequentare l’Isola Posse All Star, non staremmo a parlare di post ma di new. Prendere nota, o intonarla – a seconda dei gusti.

Vincenzo Santarcangelo

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #27

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Vincenzo Santarcangelo

Vincenzo Santarcangelo

Vincenzo Santarcangelo insegna al Politecnico di Torino e allo IED di Milano. Membro del gruppo di ricerca LabOnt (Università di Torino), si occupa di estetica e di filosofia della percezione. È direttore artistico della rassegna musicale “Dal Segno al Suono”,…

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