Dimitris Papaioannou. Parla il pioniere della danza contemporanea greca

Dimitris Papaioannou, pioniere della danza contemporanea in Grecia, è una delle figure più interessanti del panorama internazionale. La sua danza tra ispirazione dalla pittura, dai fumetti e dal butoh. Lui ha scelto il teatro perché dipinge “meglio sulla scena che sulla tela”.

Print pagePDF pageEmail page

Dimitris Papaioannou, Still Life - photo Dimitris Theodoropoulos

Dimitris Papaioannou, Still Life – photo Dimitris Theodoropoulos

Dimitris Papaioannou ha alle spalle trent’anni di carriera. Scoperto da Ellen Stewart del Café La MaMa di New York, debutta come assistente di Bob Wilson, studia butoh con Erick Hawkins e poi torna a lavorare nella sua terra, la Grecia. Dallo squat di Atene dove presenta i primi spettacoli, arriva a curare le cerimonie di apertura e chiusura dei giochi Olimpici di Atene sotto gli occhi di 72mila spettatori. Ora le sue creazioni girano il mondo: dall’Italia alla Francia, dalla Svezia al Brasile, dal Cile all’Azerbaigian.
Lo incontriamo al Teatro Massimo di Cagliari dove –invitato da Maria Paola Zedda (direttrice artistica di Cagliari Capitale italiana della Cultura) e Massimo Mancini (direttore dello Stabile sardo) – presenta Still Life, spettacolo che ha recentemente aperto il Festival d’Automne al Théâtre de la Ville di Parigi.
La sua danza è un dipinto di luci in movimento, di corpi silenziosi che dialogano con visioni plastiche. La sua arte possiede la comicità del fumetto e la solennità della tragedia greca. L’illusionismo si mescola al realismo della materia e alla sensualità dei corpi in una visione del tutto originale. In questa intervista, che ha preceduto di qualche ora il debutto cagliaritano, ci racconta il suo percorso d’artista e la sua esperienza di cittadino di una città da poco sotto i riflettori (Atene), di una terra che nonostante le difficoltà non ha perso i suoi tesori.

Qual è stato il tuo percorso di studi?
Ho iniziato a 17 anni con Yannis Tsarouchis, un’icona della pittura greca contemporanea. In seguito ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Atene, che era molto conservativa. Mi hanno insegnato a dipingere in modo tradizionale, su tela, a olio e acrilico. Allo stesso tempo ho iniziato lo studio della danza contemporanea. Da quando ho iniziato a danzare non mai smesso mai, anzi ho iniziato a disegnare luci, costumi, make up e a co-coreografare i pezzi con la mia insegnante. Finché non ho creato il mio gruppo. Insieme abbiamo trasformato uno squat di Atene in un piccolo teatro, dove ho presentato i miei primi lavori.
Non ho mai terminato l’Accademia e mi sono dedicato a danza e teatro, senza nessuna formazione accademica. Sono stato un artista “improvvisato”, finché Ellen Stewart in viaggio ad Atene con il grande danzatore butoh Min Tanaka ha notato il mio lavoro e mi ha invitato a New York. Lì mi sono avvicinato alle tecniche butoh di Erick Hawkins, e ho incontrato Bob Wilson per la prima volta. Affascinato dal suo lavoro, gli chiesi di accettarmi come assistente. L’ho seguito ad Amburgo per la produzione di The Black Rider con William Burroughs e Tom Waits, e a Berlino per l’Orlando. Sono stato il suo tuttofare e imparare da lui è stato un onore. Poi sono tornato in Grecia per lavorare alla costruzione dei miei spettacoli.

Dimitris Papaioannou, Still Life - photo Dimitris Theodoropoulos

Dimitris Papaioannou, Still Life – photo Dimitris Theodoropoulos

Hai studiato pittura e hai imparato dal maestro del teatro-immagine: che relazione si instaura nel tuo lavoro tra danza e arti visive, tra corpo ed elementi plastici?
Effettivamente il mio lavoro fa parte di quello che definiamo “teatro immagine”. Credo che il corpo umano, in quanto veicolo di percezioni, sia l’unità di misura dello spazio e anche l’unico medium attraverso cui comprendere ciò che ci circonda. L’interazione tra i corpi umani, gli oggetti e lo spazio organizzato rappresenta per me il veicolo di comprensione del mistero dell’esistenza. Per questo motivo si può dire che combino coreografia e arti visive, ma questo non rappresenta nulla di innovativo: appartiene al teatro da secoli. La verità è che dipingo meglio su scena che su una tela. Amo creare una scena, un’azione e dargli luce e suono. Se avessi pensato di poter dipingere meglio su tela, se avessi amato lo spazio di una galleria non sarei ora in questo teatro.

Perché dopo New York sei tornato in Grecia?
Ogni volta che sono partito è stato per imparare, ma sempre con l’idea di tornare. Non ho mai pensato in modo razionale a cosa sarebbe stato meglio in termini professionali e strategici. Ad Atene avevo uno spazio, anche se illegale, e un circuito di amici e colleghi fidati con cui condividevo delle prospettive e che sapevo avrebbero messo in gioco le loro migliori energie per realizzare insieme i miei progetti.

Come costruisci il lavoro e come interagiscono i collaboratori nel processo creativo?
Disegno io stesso il set, le luci e i costumi. La luce è molto importante nel mio lavoro e anche i costumi, così come anche la nudità che in quanto non-costume è un costume. I miei assistenti lavorano con me per dar vita a una drammaturgia completa, e portano avanti il lavoro di compagnia, ma ciò che conta primariamente è l’organizzazione dello spazio a cui il corpo dovrà relazionarsi e questa idea originaria è ciò a cui dò vita in primis e che rimarrà intatta durante tutto il processo lavorativo. Ultimamente mi apro maggiormente alla condivisione delle idee con i miei collaboratori, apro il mio lavoro al caos in una sorta di workshop.

Dimitris Papaioannou, Still Life - photo Dimitris Theodoropoulos

Dimitris Papaioannou, Still Life – photo Dimitris Theodoropoulos

Still Life è ispirato al mito di Sisifo. Che rapporto hai con la mitologia, pensi che possa parlare all’uomo contemporaneo?
Si tratta del Sisifo del saggio esistenzialista di Camus, il simbolo del lavoro umano. Ogni riferimento mitologico emerge spontaneamente in quanto riferimento all’identità del mio paese, o a un certo tipo di sensualità o spiritualità… Amo il corpo umano e sono greco, quindi il riferimento alla scultura è inevitabile, tanto quanto è inevitabile sentire una sorta di attrazione per le rovine o per i corpi rotti. Ho camminato sulle rovine per tutta la vita, sotto un certo tipo di luce, tutto ciò fa parte della mia infanzia e gioventù. Sì, credo che la mitologia possa ancora insegnarci qualcosa poiché è in grado di rappresentare archetipi umani, ma non dico nulla di originale, perché come me lo hanno già pensato gli psicoterapeuti, i filosofi ecc. È per questo che nel mio lavoro non cerco mai direttamente dei riferimenti alla mitologia ma talvolta li accolgo, qualora emergano in modo spontaneo.

Hai curato le cerimonie di apertura dei Giochi Olimpici di Atene nel 2004 e degli Europei a Baku nel 2015. Cosa implica lavorare in grande scala?
È stata una sfida, un lavoro stimolante e interessante tanto quanto pericoloso. Ho dovuto creare uno spettacolo che fosse la metafora positiva di una cultura millenaria, ricostruendo quello che può essere definito il sommario della storia e della cultura di un Paese. Ho cercato di creare un senso d’intimità anche in un lavoro su grande scala. Ho dovuto assicurarmi che il lavoro non scadesse nel business show ma preservasse qualità artistiche. Ovviamente l’ho fatto solo per un motivo economico, poiché ciò mi permette ora di sperimentare e lavorare alle mie creazioni.

Come concorre lo Stato alla sostenibilità del tuo lavoro di coreografo?
Prima di tutto il mio lavoro rientra nella categoria “danza” poiché questa è la sola che possa contenere, a livello istituzionale, le mie creazioni ibride. Ma la mia non è danza come quella di Anne Teresa De Keersmaeker o William Forsythe. Quando ho iniziato ad Atene, nel 1986 circa, eravamo molto pochi a sperimentare e non esisteva un pubblico per la danza contemporanea.
In questo caotico e difficile contesto per me è stato molto semplice, e Atene mi ha concesso tante possibilità. Avevo successo in botteghino perché venivo dal fumetto e il mio lavoro era quindi percepito come qualcosa di allegro, sognante, comico… sono riuscito così ad avvicinare alla danza contemporanea anche un nuovo pubblico. Oggi sono ho una rete di sostegno e comunicazione intorno che mi permette di non essere mai del tutto solo, almeno che non sia io a deciderlo, come nel caso di quest’ultimo lavoro. Il mio caso è stato molto fortunato.

Dimitris Papaioannou, Still Life - photo Julian Mommert

Dimitris Papaioannou, Still Life – photo Julian Mommert

La prossima edizione della Documenta affiancherà alla sede storica di Kassel anche Atene: cosa pensi di questa scelta?
Ho incontrato i due curatori della Documenta qualche settimana fa, perché penso che vogliamo anche aprire la mostra alle arti performative. Da una parte credo che guardare alla Grecia faccia parte del trend attuale, d’altro canto penso che sia un’operazione interessante, un’ottima opportunità per gli artisti greci. Bisogna però tenere in mente che gli artisti greci che la Documenta porterà alla luce lavorano da molto tempo, che la qualità non è il prodotto della crisi, ma la crisi ha permesso solo di mettere in luce ciò che già esisteva. Ci sono artisti che valgono, che lavorano nel vuoto di aiuti istituzionali poiché lo stato non è assolutamente in grado di fornire un supporto alla produzione e alla promozione delle arti contemporanee. Sembriamo ossessionati da un passato che non ci appartiene nemmeno, lo ospitiamo ma non lo possediamo. Ed è peggio che in Italia, perché in Italia almeno c’è stata l’Arte Povera. In Grecia non esistono politiche culturali che permettano ai nostri artisti di talento di immettersi sul mercato europeo, basti pensare che io lavoro da trent’anni e sono stato invitato al Théatre de la Ville a Parigi solo due mesi fa per la prima volta, ed ero il primo coreografo greco ospitato dal teatro. Allora i curatori che grazie alla Documenta scopriranno i tesori greci, dovranno chiedersi cosa avrebbero fatto se non ci fosse stata la crisi.

Nuovi progetti dopo Still Life?
Prossimamente lavorerò con un’orchestra (di cui non posso ancora rivelare il nome) e allo stesso tempo sto lavorando a un nuovo spettacolo che debutterà nel 2017.

Con chi ti piacerebbe collaborare? Artista, musicista, architetto, paesaggista…
Ce ne sono molti… diciamo Olafur Eliasson, ho pensato a lui recentemente.

Cos’è la coreografia per te in tre pensieri?
Lo spazio del corpo. Il corpo nello spazio. Storytelling di dimensioni.

Chiara Pirri

www.cagliari2015.eu
www.dimitrispapaioannou.com

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community