Intervista ad Annamaria Ajmone. La promessa della danza italiana

Annamaria Ajmone, danzatrice e interprete, presenta con successo i suoi primi lavori da coreografa e solista, attirando su di sé l’attenzione di festival e critica. In quest’intervista indaghiamo le sue origini e i suoi orizzonti.

Print pagePDF pageEmail page

Annamaria Ajmone, Tiny - photo Paolo Porto

Annamaria Ajmone, Tiny – photo Paolo Porto

Da interprete ha collaborato con Guilherme Botelho, Ariella Vidach, Santasangre, Cristina Rizzo, Daniele Ninnarello. Annamaria Ajmone non è solo una danzatrice, ma anche una giovane coreografa. Il suo secondo e ultimo spettacolo, Tiny (dopo In-Quiete), è stato accolto con successo al Romaeuropa Festival (DNA), Danae e Autunno Danza, mentre la seguiamo fino a Parigi dove è ospite dell’Istituto Italiano di Cultura per una residenza del progetto Le promesse dell’arte, realizzato in collaborazione con il Festival Interplay di Torino.
Innesti è l’esito di questa settimana di residenza, uno lavoro che attraversa tre spazi dell’Istituto, tra interno ed esterno, e che s’inserisce nel quadro più ampio del progetto Pratiche abitative temporanee che la coreografa porta avanti in spazi non convenzionali: dallo squero di Venezia, in occasione della Biennale College Danza 2015, alla Fondazione Prada, a Palazzo Pitti di Firenze.
La sua danza è un dialogo costante tra il corpo in espansione e la cura per i gesti minuti, una coreografia delle falangi, delle ginocchia, delle dita racchiuse nelle scarpe, che libera un’energia coinvolgente. L’originalità della sua poetica, la sapienza e la schiettezza del suo corpo in movimento fanno di questa giovane coreografa una delle proposte più interessanti della giovane coreografia italiana. Parliamo con lei dei suoi due spettacoli In-Quiete e Tiny, e del progetto itinerante Pratiche abitative temporanee.

Annamaria Ajmone, Innesti - Istituto Italiano di Cultura, Parigi - photo Marina Mers

Annamaria Ajmone, Innesti – Istituto Italiano di Cultura, Parigi – photo Marina Mers

Dove e come ti sei formata?
Da bambina ho studiato danza classica per brevissimo tempo. La mia formazione riprende molto tardi, a 23 anni, al corso per danzatori dell’Accademia Paolo Grassi, dopo una laurea in Lettere Moderne. Durante gli anni in accademia ogni estate ho seguito workshop e masterclass all’estero. Nel 2005 andava di moda la danza belga, una danza potente, basata sul floor-work: per molti anni è stato un riferimento importante anche per me. A Impults Tanz a Vienna ho seguito un corso tenuto dalla danzatrice e coreografa islandese Erna Omarsdóttir, una figura fondamentale nel mio percorso. Erna mi piaceva così tanto perché nei suoi lavori confluivano suggestioni diverse, di tipo visivo, musicali, che sentivo affini… oltre al fatto che possiede una presenza scenica unica.
Appena diplomata ho lavorato con Alias, una compagnia Svizzera con base a Ginevra. Alla fine del contratto avrei potuto provare a rimanere in Svizzera o spostarmi in un altro Paese straniero, ma ero molto inesperta e spaventata all’epoca, così sono tornata a casa. Tornata a Milano, ho iniziato a collaborare con la coreografa Ariella Vidach, che per me è stata molto importante sul piano pedagogico e tecnico. Ora il mio lavoro da interprete mi permette di continuare a imparare da autori e artisti che stimo, quindi la mia formazione non finisce mai.

Come nasce il desiderio dedicarti alla coreografia e diventare autrice?
L’esigenza di creare delle coreografie nasce come prosecuzione naturale del mio lavoro da interprete. Mi piaceva l’idea di poter lavorare sul corpo come materia e di avere la possibilità di dare forma a qualche mia ossessione.

La tua ricerca coreografica sembra tendere alla costruzione di un paesaggio. Cosa evoca in te questo concetto?
Il paesaggio per me è una visione, un’atmosfera, un tessuto, una tela, in cui potermi situare in quanto oggetto fisico. Creare un paesaggio vuol dire creare un universo all’interno della scatola teatrale, fatto di elementi a cui mi relaziono attraverso l’azione coreografica. I paesaggi di In-Quiete e Tiny sono molto diversi eppure sempre parte del mio immaginario. In In-Quiete il paesaggio è un esterno caotico che si riflette in un interno influenzabile, un esterno talmente caotico e abbagliante da perdere il colore. Per questo lo spazio teatrale è di un bianco accecante. Tiny invece è un paesaggio raccolto, un interno, che sostiene un discorso sull’“essere”. Nelle Pratiche abitative temporanee, e quindi in Innesti, si tratta invece di un dialogo tra paesaggi, e poi del tentativo di costruire una dimora, un luogo di riparo, una casa temporanea.

Annamaria Ajmone, Tiny - photo Paolo Porto

Annamaria Ajmone, Tiny – photo Paolo Porto

In Tiny il cardo è l’unico elemento con cui coabiti la scena. Perché questa pianta?
Tiny nasce da un’esperienza con la video maker Giovanna Cicceri, un progetto di ricerca che ci ha portate a lunghe pratiche coreografiche nel bosco. La natura dilata il tempo dell’azione. Ho dunque cercato di riportare nello spazio e nel tempo teatrali questa dilatazione insieme ad altre cose che il mio corpo aveva indagato e scoperto durante le pratiche nel bosco. La volontà era di riportare l’esterno all’interno attraverso il veicolo del mio corpo. Il cardo mi ha colpita e affascinata per la sua forma, questo stelo lungo con in cima un fiore, racchiuso in una gabbia di filamenti leggerissimi che lo proteggono. Una pianta delicata ma pungente.

Sia la musica che le scelte coreografiche dei tuoi spettacoli rimandano spesso a un immaginario da ballroom (Innesti) o da club (In-Quiete), alla danza in contesti di festa, a un’energia originaria e popolare…
Per quanto riguarda Innesti, all’Istituto italiano di Cultura di Parigi, l’idea del ballo, sostenuta dalla scelta musicale, a cura di Palm wine, nasce da una suggestione ricevuta dal luogo: un salone della seconda metà del Settecento.
In In-Quiete la musica elettronica, creata da Marcello Gori appositamente per lo spettacolo, crea una vibrazione che scuote il corpo. Mi piace molto un corpo che esplode per superare se stesso, per indurre un cambiamento sia fisico che mentale. Un corpo fuori controllo, ma in senso festoso, che possa generare un movimento collettivo. Mi piace poter “distruggere” tutto ciò che ho faticosamente imparato e lasciare il corpo espandersi.

Questo desiderio di espansione del corpo coesiste con un’attenzione per l’infinitamente piccolo. In Tiny una danza di ossa, dita, spalle, ginocchia, della prima parte si dilata nella seconda. Che rapporto c’è tra queste due tendenze che sembrano convivere nella tua poetica?
Il gesto minimo parte da una riflessione su cos’è quella cosa che si deve ingaggiare, potentissima, per poter far sì che l’infinitamente piccolo sia comunque potenzialmente enorme. Affinché quel primo mignolo che si muove sia visto da tutti applico la stessa quantità di energia di quando il movimento si dilata.

Annamaria Ajmone, Buan - Biennale College, Venezia 2015 -photo Akiko Miyake

Annamaria Ajmone, Buan – Biennale College, Venezia 2015 -photo Akiko Miyake

Che rapporto si crea tra spazio e luogo (uno spazio connotato) nelle Pratiche abitative temporanee, quindi in contesti extra-teatrali?
Quello delle pratiche è un lavoro che parte dalla mia ricerca coreografica in relazione allo spazio che incontro e abbraccio, per dirla alla Heidegger, che è il mio riferimento teorico. Il rapporto tra interno/esterno e l’imprevedibilità sono i principi alla base della ricerca. Il mio lavoro in questi luoghi parte da una riflessione sullo spazio a volte intuitiva, a volte drammaturgica. Studio ciò che riguarda il luogo e la sua storia per poi decidere se sfruttarla o meno.
Alla Fondazione Prada, il fatto di trovarsi nel cinema della fondazione è stato preso in considerazione nelle scelte musicali: privando il film la Region Central delle immagini, ne abbiamo utilizzato il suono. D’altra parte, in occasione della Biennale di Venezia, trovandomi nello Squero di San Trovaso (cantiere per imbarcazioni, patrimonio dell’Unesco) lo spazio era talmente connotato e turistico che non ho voluto metterne in rilievo la valenza storica, ma quella quotidiana, di luogo di lavoro. L’analisi relativa allo spazio è spesso anche molto fredda, a volte decido di trasformarlo sul piano geometrico e da quadrato farlo diventare un triangolo, per fare in modo che possa essere visto da un altro punto di vista grazie al movimento del corpo. A livello di materiale coreografico porto nel luogo la mia ricerca del momento. Sto cominciano a lavorare a un nuovo progetto coreografico dopo Tiny, di cui Innesti è quindi un primo assaggio.

Con chi ti piacerebbe collaborare, artista, artigiano?
Un botanico.

Chiara Pirri

www.annamariaajmone.com

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community