Apocalypse New. Da Mad Max a Dredd

La città contemporanea non è solo un tessuto sottoposto a tensioni e distorsioni, slabbrato tra periferie fatiscenti – che vengono costantemente negate e rimosse, persino nella propria definizione – e centri sempre più finzionali. Nella rappresentazione narrativa del cinema, la città si articola potentemente sia come iperpresenza, sia come assenza. Altro che cinepanettoni…

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George Miller, Mad Max. Fury Road (2015)

George Miller, Mad Max. Fury Road (2015)

LA CITTÀ VUOTA
Puntuale dopo circa trent’anni, questa doppia versione immaginativa – iperpresenza o assenza – propone l’estremizzazione di ciò che la città può essere oggi e nell’immediato futuro. Mad Max-Fury Road di George Miller riprende, aggiorna e sviluppa i temi già presenti soprattutto nei precedenti due capitoli della saga (Interceptor-Il guerriero della strada, 1981, e Mad Max-Oltre la sfera del tuono, 1985): se il terzo episodio si chiudeva con i ragazzi selvaggi che finalmente raggiungono in volo la Città del domani-domani – una Sydney devastata e in rovine – la nuova storia esplora ancora più a fondo il modello della desertificazione totale. Mentre la Cittadella dominata da Immortan Joe è la parodia tragica e distopica di una comunità urbana, tutta la dimensione epica del film si dispiega nel vuoto e nella desolazione, mostrando (in particolare nella scena maestosa della “tempesta di sabbia”) una ricchezza che è di fatto preclusa agli agglomerati umani. Il deserto – fisico e metaforico – si presenta dunque come uno dei moduli narrativi principali per il XXI secolo.
D’altra parte, come ha affermato lo scrittore di fantascienza Bruce Sterling a proposito dell’esodo che sta caratterizzando la California negli ultimi tempi: “In California non piove e non nevica da anni. L’acqua è razionata. Sta diventando come Israele, un paese desertico. Ed è accaduto tutto negli ultimi cinque anni. E se continua così non ci sarà più Silicon Valley. Parti vastissime degli Stati Uniti vanno verso la desertificazione: Nuovo Messico, Arizona, Oregon, Colorado. È un fenomeno straordinario se si pensa che nel frattempo il Texas finisce sotto l’acqua regolarmente per nubifragi tanto eccezionali quanto frequenti. La California si popolò negli Anni Trenta a causa della depressione, certo, ma anche di una grande siccità che devastò gli stati centrali per un decennio. Oggi in pochi lo ricordano. Otto centimetri di suolo vennero letteralmente soffiati via in gigantesche tempeste di sabbia che poi divennero note come ‘dust bowl’. E se è successo in passato, può succedere ancora”.

Pete Travis, Dredd (2012)

Pete Travis, Dredd (2012)

LA CITTÀ PIENA
Di segno diametralmente opposto, la Mega City One di Dredd (2012, diretto da Pete Travis e sceneggiato da Alex Garland) è un “tutto-pieno” pervaso dall’horror vacui: la città mostruosa si estende infatti da Boston a Washington, ed è costituita integralmente da megaedifici con decine di migliaia di residenti (città nella città), tra cui il Peach Trees in cui si svolge la vicenda del film. La città diventa in questo caso la struttura che collassa sotto il suo stesso peso: più si accumulano edifici, oggetti, raccordi, più l’insieme perde coerenza e si avvita nell’indistinzione e nella disfunzionalità definitiva. Vuoto e pieno arrivano così, paradossalmente, a coincidere.
In questo modo, il nuovo visionario Dredd – molto più riuscito del primo adattamento, interpretato da Sylvester Stallone (Danny Cannon, 1995) – sembra definitivamente dar corpo alla Bigness intravista e coniata in tempi non sospetti da Rem Koolhaas in Junkspace: “La Bigness è l’architettura estrema. Pare incredibile che il puro e semplice dimensionamento di un edificio possa dar vita a un programma ideologico indipendente dalla volontà dei suoi progettisti. Di tutte le possibili categorie, quella della Bigness non sembrerebbe meritare un ‘manifesto’: sminuita come questione intellettuale, pare essere in via di estinzione, come un dinosauro, per la sua goffaggine, lentezza, mancanza di flessibilità, problematicità”.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #27

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