Poche idee… L’editoriale di Marco Senaldi

Ormai sono anni che va così: per piccolo che sia il festival, per grande che sia la biennale, per enorme che sia la manifestazione, la regola è che gli eventi collaterali siano sempre tanti, tantissimi, troppi. Così nessuno vede tutto e niente è criticabile.

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Dante Ferretti per Expo Milano 2015

Dante Ferretti per Expo Milano 2015

Chissà quale genere di sadismo spinge gli organizzatori di kermesse di ogni genere all’eccesso di eventi. Per piccolo che sia il festival, per grande che sia la biennale, per enorme che sia la manifestazione, la regola è che le mostre, gli stand, gli incontri, i dibattiti, gli spettacoli, le lecture, le performance, gli eventi principali, collaterali, periferici e subperiferici siano sempre tanti, tantissimi, troppi.
Ma soprattutto, ed è l’essenza di questa regola, gli eventi devono comunque essere in un numero tale che esso sia comunque superiore alle possibilità di visita dello spettatore più indefesso, più smaliziato o meglio informato. Insomma, l’importante è che la manifestazione stessa, proprio manifestandosi, sia anche in parte invisibile, invisitabile, inaccessibile – in modo tale che assolutamente nessuno possa un domani, non sia mai, dire di averla vista tutta.
Il fenomeno è giunto al punto che, per farvi fronte, furoreggiano le community di spettatori che si scambiano info sui social, chi mesi prima della visita programmata, chi in diretta mentre la sta effettuando, cercando febbrilmente di distillare un qualche itinerario tra le dritte, spesso contrastanti, provenienti dalle fonti più diverse (“da non mancare poi il Padiglione Germania” / “il padiglione Germania è imbarazzante”).

La Biennale di Venezia, padiglione centrale

La Biennale di Venezia, Padiglione centrale

Al sadismo curatoriale e organizzativo corrisponde dunque un masochismo spettatoriale e visitativo: invece di mandare a quel paese i pasticcioni internazionali e la loro bulimia culturale, volentieri ci sottomettiamo a tour de force estenuanti, a pellegrinaggi debilitanti, a due-giorni (se va bene) sfiancanti, per poi tornare a casa con ponderosi cataloghi inconsultabili, i piedi gonfi, infiniti scontrini e qualche patetica foto da smartphone.
L’importante (ci immaginiamo) è riuscire a vedere, se non tutto, almeno quanto basta per affrontare un dibattito alla pari con gli amici senza fare la figura di quello che “sei andato, ma ti sei perso il meglio” (che è infinitamente peggiore di chi, a quella manifestazione, non c’è andato proprio).
Ma siamo sicuri che tanta sovrabbondanza non sia più che altro un semplice trucco, un modo come un altro per far passare inosservata l’inesistenza di un’ipotesi progettuale (!), o almeno di un qualcosa di minimamente sensato? Non suona un po’ finta ormai tutta questa esagerazione, come le caciotte in plastica del povero (!!) Dante Ferretti, tristemente immangiabile complemento ornamentale di Expo, ovvero la più infelice e sproporzionata kermesse miliardaria a uso dei poveri cristi planetari? Forse, sembra giunta l’ora di una ribellione degli spettatori, senza i quali non si fa nessuno spettacolo, e che da perdere hanno solo le loro borsine di tela.
Tanti anni fa Flaiano beffeggiava chi aveva “poche idee, ma confuse”; oggi invece dovremmo diffidare di chi dice di avere le idee chiare, perché quasi sempre ne ha troppe.

Marco Senaldi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #27

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  • Whitehouse Blog

    Caro Marco Senaldi, la tua generazione ha perso! Non eri tu che hai curato cover theory? Tu stesso e altri amici avete contribuito ad una sovrapproduzione di contenuti senza possibilità di fare le differenze. Ed ecco che le mostre, biennali ed expo sono semplicemente tutti la stessa cosa, un luna park per adulti incapace di competere con il presente e che passa come un bicchiere d’acqua. Ma è l’artista o chi si comporta da tale (il curatore zoppo) che deve ridefinire il museo, l’artista e l’idea di opera. Altro problema: fuori da noi 4 gatti di addetti ai lavori il pubblico è disinteressato e abbandonato, la politica disinteressata. Ed ecco che i giovani del sistema, iperscolarizzati e precari, diventano i primi reazionari incapaci ad ogni cambiamento. Curatori e artisti si chiudono nel museo e nell’istituzione per difendersi. E temono un giudizio esterno. Ma la soluzione ci sarebbe, e avrebbe effetti solo fra alcuni anni.

    • Plateaincerta

      L’arte contemporanea oggi è un’enorme discarica dove tutti buttano cose.
      Curatori, Collezionisti, Faccendieri, Critici, Galleristi, Musei, Fiere, Aste, sono i gestori di questa enorme discarica che sta inquinando culturalmente il pianeta.
      Attendiamo con fiducia una rivoluzione culturale!!!!

      • Whitehouse Blog

        Dopo la data simbolo del 2001 il postmoderno avanzato è caratterizzato da una sovrapproduzione indiscriminata di contenuti, che potremo anche chiamare discarica. Quello che il sistema dell’arte non capisce ma che io vado dicendo da 7 anni è che il problema non è più creare l’ennesima opera (l’artista) o selezionare le mie opere preferite (il curatore), quanto individuare scale valoriali per fare le differenze tra i mille contenuti proposti. Queste differenze vanno argomentate pubblicamente, condivise, per individuare – se ancora ci fosse- un valore pubblico e condiviso dell’arte e dell’opera d’arte. Per fare questo gli addetti ai lavori, come anche Marco Senaldi, dovrebbero mettere in discussione le definizioni che legittimano la loro posizione, operazione quindi difficilissima. Fuori dal sistema, non avendo creato questo valore condiviso, non c’è nessuno davvero interessato. Il pubblico e la politica sono distanti e non interessati al contemporaneo. La soluzione è in una nuova idea di artista che ovviamente viene censurata e ostacolata in ogni modo. Ma noi stiamo procedendo in questo senso ben oltre il sistema, vedremo. Siamo soli e ci vorrà tempo.

  • Errico

    L’editoriale di Marco Senaldi è molto interessante perché affronta un argomento interessante ma con una ironia e una leggerezza che purtroppo manca ai soliti commentatori di professione che infestano gli spazi di questi commenti utilizzando un luogo di democrazia e di libertà di espressione per una continua autopromozione che ha il sapore di un pensiero vagamente fascista. La generazione di Marco Senaldi probabilmente ha perso (anche se vorrei sapere quando mai una generazione precedente sia risultata vincente agli occhi delle generazioni successive) ma preferisco chi come Senaldi condivide le proprie idee ed è pronto alla discussione di chi semplicemente accusa gli “altri” ritenendoli reazionari, impastoiati, ecc. Penso che nel nostro paese la discussione non manchi per chi voglia farla e per chi ha l’educazione per farla, spesso chi viene escluso dal dibattito non viene censurato o ostacolato perché antipatico ma semplicemente perché quello che dice non è interessante perciò è inutile starlo a sentire o quello che produce come artista è insignificante.

    • Whitehouse Blog

      L’editoriale di Senaldi sfiora il problema senza affrontarlo realmente. Esattamente perché il malato non può curarsi da solo. Quindi queste riflessioni nascono e finiscono dentro al ristretto sistemino dell’arte italiano. Cosa ha fatto Senaldi ,che mi sta simpatico e che stimo anche, per rispondere a questa sovrapproduzione indiscriminata? Dice bene, lo spettatore dovrebbe ribellarsi ma per cosa? Per quali valori? L’arte quale valore porta alla contemporaneità?

  • Angelov

    Questo problema, già affrontato da Edgar Wind nel suo saggio: Arte e Anarchia, dove egli fa notare che la sovrabbondanza di informazioni culturali e di stimoli produce l’effetto contrario, e cioè di allontanare lo spettatore dalla Cultura piuttosto che attrarlo, si situa nella prospettiva storica contemporanea della Globalizzazione, dove è la dimensione socio-collettiva a dominare le scelte organizzative, e dove l’uomo non è più il metro di misura del tutto, ma lo è la folla, ovvero la massa; dimenticando che la folla o la massa è comunque composta da singoli individui.
    Una standardizzazione forzata a scapito della persona, alla quale è comunque concessa la possibilità di far naufragare la propria individualità annullandosi in una coscienza collettiva più postulata che reale.
    L’annichilimento della visione può avvenire sia per assenza totale di luce o, come in questo caso, per abbacinamento o abbagliamento, dovuto ad eccesso di illuminazione; ma l’effetto prodotto sullo spettatore è il medesimo…