Teatro. Su Go down, Moses di Romeo Castellucci

All’11esima edizione di Vie Festival è stato presentato il discusso spettacolo del regista cesenate. A proporre una via d’uscita. O forse no.

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Romeo Castellucci, Go down, Moses - photo Luca Del Pia

Romeo Castellucci, Go down, Moses – photo Luca Del Pia

Si dice che Pablo Picasso, appena visitate le grotte di Altamira, abbia mormorato “Nous n’avons rien inventé”. Questo piccolo aneddoto viene in mente al termine dello spettacolo di Romeo Castellucci, programmato al Teatro Comunale di Modena nell’ambito di Vie Festival.
Go down, Moses sembra dispiegarsi su un piano inclinato: tra le polarità cultura-natura, in settantacinque densi minuti dall’una scivola, lentamente e inesorabilmente, verso l’altra.
All’inizio del lavoro, costruito per giustapposizione di quadri separati da sorprendentemente rapidi cambi-scena al buio, un gruppetto di uomini e donne in abiti eleganti color pastello si aggira in un grande spazio vuoto, lattiginoso, come si trovasse all’inaugurazione di una mostra d’arte. Un enorme tulle è teso a separare il palco dalla platea. Gli attori aspettano e si guardano attorno, in vestiti pastello e pettinature Anni Ottanta. A tratti scaturiscono da quell’attardarsi brevissimi contatti fisici stilizzati, che alcuni suoni ferrosi in sottofondo sonorizzano in sincrono. La scena è attraversata da ciò che fanno gli uomini: stare soli, aspettare, incontrare qualcuno, manovrarlo, appoggiarvisi. Viene srotolato e appeso un piccolo manifesto con una riproduzione del celeberrimo Leprotto di Albrecht Dürer del 1502. Si è nel luogo della cultura: la natura, se c’è, è rappresentata. Questo primo quadro dura circa dieci minuti, potrebbe andare avanti per ore, dato lo sviluppo circolare che lo costituisce.
Si fa buio.

Romeo Castellucci, Go down, Moses - photo Luca Del Pia

Romeo Castellucci, Go down, Moses – photo Luca Del Pia

Dopo pochi secondi l’algida luce si riaccende e mostra un enorme macchinario cilindrico di pesante ferro bianco. Ruotando vorticosamente produce un rumore intenso. Ancora un brevissimo buio.
La scena si apre sull’immagine di un parto clandestino: all’interno di una toilette pubblica una donna seduta a terra, sporca di sangue fra le gambe e sui vestiti, piange e si lamenta. Si alza in piedi, si lava viso e gambe, prova a pulire il pavimento ma finisce con l’imbrattare anche il muro e la porta. Sale un accorato canto gospel, fra sangue e lamenti. Ci si ritrova pienamente dentro quel meccanismo, squisitamente teatrale, per cui si riconosce e al contempo si dimentica che ciò che sta avvenendo è finzione. Al culmine del dramma, nell’angolo in alto a destra del tulle teso in proscenio, vengono proiettati una serie di emoticon, in stralunata progressione dal disperato al sorridente: “Non è vita vera, è cultura, è linguaggio”, pare ricordare il regista.
Nel quadro a seguire ci si ritrova in una caserma. Un energico e spazientito rappresentate delle forze dell’ordine pone alla donna una quantità di insistenti domande su dove è stato lasciato il bambino, che lui vuole salvare. Lei non risponde, o lo fa divagando, parlando di Mosè, del popolo che deve nuovamente allearsi con Dio. Se non fosse stato chiaro fino a questo momento, ora il parallelo con la vicenda del personaggio biblico evocato nel titolo dello spettacolo si fa esplicito.

Romeo Castellucci - photo ftfstudi

Romeo Castellucci – photo ftfstudi

La donna viene accompagnata da un infermiere verso una macchina per fare la Tac. Rispetto allo sguardo del pubblico assume la postura del Cristo morto di Andrea Mantegna, mentre in sottofondo uno struggente assolo liederistico si sovrappone a rumori ferrosi.
L’ultima scena di Go down, Moses è avvolta nella semioscurità. Si scorge un paesaggio di rocce e piante popolato da uomini primitivi, nudi e con il capo coperto da maschere di lattice e parrucche. Sul fondo, il cielo stellato lascia progressivamente spazio alle luci dell’alba. Le persone si affaccendano, stanno in attesa, si accoppiano ripetutamente. Una donna si avvicina al diaframma di tulle e vi lascia con le mani sporche di colore terroso alcune impronte, che ricordano quelle presenti all’interno della grotta di Altamira.
Il mio non è un teatro che dà messaggi o speranza. Nello spettacolo non c’è alcuna visione futura. Semmai si guarda indietro”, dichiara Romeo Castellucci in un’intervista a Anna Bandettini riportata nel programma di sala. Alla fine la donna scrive sul tulle: SOS.
Buio.

Michele Pascarella

www.raffaellosanzio.org

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