La sagra della primavera di Virgilio Sieni

Alla Pergola, nella cornice del festival “Umano. Cantieri internazionali sui linguaggi del corpo e della danza”, il coreografo fiorentino presenta la sua versione della celebre partitura di Stravinskij. Preceduta da un folgorante Preludio.

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Virgilio Sieni, Le Sacre - photo © Rocco Casaluci 2015

Virgilio Sieni, Le Sacre – photo © Rocco Casaluci 2015

IL FASCINO IRRESISTIBILE DI STRAVINSKY
Prima o poi, per i grandi coreografi, arriva il momento in cui confrontarsi con Le sacre du printemps. Da Maurice Bejàrt a Pina Bausch, da Shen Wei a Emanuel Gat, all’ivoriano Georges Momboye, a Ismael Ivo, alla Graham, a Preljocaj, a Jean-Claude Gallotta, fino agli italiani Balletto Civile, Mauro Bigonzetti, Cristina Rizzo, e Romeo Castellucci – ma l’elenco sarebbe lunghissimo.
La celebre partitura di Igor Stravinsky continua a nutrire l’immaginario coreografico di molti artisti. Su quella musica barbarica e emotiva, che dava corpo a un soggetto brutale quale i rituali di una primitiva tribù e il sacrificio di una fanciulla da offrire alla madre-terra in nome della fertilità, Nijinskj coi Ballets Russes creò una coreografia rivoluzionaria. Al suo debutto parigino agli inizi del Novecento, andò in scena il più tumultuoso spettacolo del secolo. Talmente innovativo da ribaltare ogni codice ballettistico. Audace soprattutto per gli improvvisi salti ascensionali, le posizioni di profilo, l’uso dei piedi, elementi tutti che rompevano le convenzioni ballettistiche in sintonia con la partitura ritmicamente vitale di Stravinsky non costruita sulla melodia.

LA VERSIONE DI VIRGILIO SIENI
Tranne alcune eccezioni, si è sempre creato seguendo e visualizzando drammaturgicamente la contrapposizione di due blocchi, uomini e donne, dentro una ritualità spesso aggressiva. Virgilio Sieni sceglie una trasfigurazione per corpi e immagini facendone un magma pulsante e fluido alla ricerca di memorie ancestrali, di stratificazioni legate ai molteplici livelli ritmici. Affronta la melodia e se ne distanzia in continuazione nel comporre dinamiche di gruppo veloci, guizzanti, poi frenate da posture scultoree, articolando tutti i muscoli dei corpi, e riprendendo file, linee e cerchi.
Su tutti fa perno Ramona Caia, strepitosa danzatrice di Sieni, minuta ma potente, l’unica con calzamaglia amaranto tra il resto dei danzatori seminudi, continuamente in avanti, alzata, strattonata, respinta, accolta, depositata sul corpo di un altro, e a terra, fatta scivolare tra le braccia, ma sempre inglobata nell’unica creatura. Sul tappeto rosso della scena, che già prefigurerebbe quel rito, non sembra però celebrarsi il sacrificio dell’Eletta già predestinata, sequenza che si chiude col gruppo compatto. L’umanità sempre indagata da Sieni avanza frontalmente con le braccia alzate. La partitura coreografica non segue l’esposizione che fu di Nijinskij-Stravinskij, così da risultare autonoma dalla musica a favore di una composizione di movimenti che rivelano quel vocabolario a cui Sieni ci ha avvicinato.

Virgilio Sieni, Le Sacre - photo © Rocco Casaluci 2015

Virgilio Sieni, Le Sacre – photo © Rocco Casaluci 2015

LA NOVITÀ NEL PRELUDIO
Rivela invece delle novità in termini di ricerca di un nuovo linguaggio poetico il folgorante Preludio che anticipa Le sacre, che potrebbe benissimo ascriversi come legame e suo prolungamento. Sulle note del violoncello di Daniele Roccato, sei danzatrici nude schierate in fila sono colte, nella loro origine, da una luce tenue. I loro movimenti ipnotizzanti, minuziosi, procedono a piccoli scatti, come un nucleo generatore di energia, di un corpo che nasce e prende vita.
Sono, allo stesso tempo, naufraghe che giungono da un luogo di macerie, ricomponendo nelle pieghe, negli impulsi e negli strappi dei loro corpi un lessico di movimenti ancestrali che, alle posture di animali nel piegarsi e camminare a quattro zampe e ritorno alla posizione eretta, diano umanità al loro nuovo rito iniziatico. Il primigenio arriva alla nostra contemporaneità.

Giuseppe Distefano

www.teatrodellapergola.com

 

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  • Angelov

    Forse per un lapsus freudiano, ho letto: “Il fascismo irresistibile di S…” al posto de: “Il fascino irresistibile…”, ma, sta di fatto, ho sempre provato una irresistibile repulsione solo per quest’opera del grande Stravinsky; un lavoro che, quando fu redatto, anticipava tutti gli orrori del ventesimo secolo, ma in cui spesso si indulgeva in momenti di morboso compiacimento, per me insostenibili.