Talenti fotografici. Intervista a Massimiliano Gatti

Massimiliano Gatti è nato a Pavia nel 1981. Ha studiato Farmacia per seguire le orme paterne, ma subito dopo la laurea in Italia è andato in Spagna, a Granada, per prendersi una specializzazione in Tecnologia farmaceutica e Biochimica, e lì ha iniziato a fare ricerca. Abbastanza presto ha capito, però, che non era quella la sua strada, così è tornato a casa si è iscritto alla Scuola Riccardo Bauer a Milano e si è messo a studiare fotografia. Una volta terminata, è partito per la Siria come fotografo, al seguito delle missioni archeologiche dell’Università di Udine.

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Massimiliano Gatti, Warana eh #5, 2015 – stampa fine art inkjet su carta cotone, dibond e cornice – cm 75x100

Massimiliano Gatti, Warana eh #5, 2015 – stampa fine art inkjet su carta cotone, dibond e cornice – cm 75×100

Sei partito per la Siria, e poi cos’è successo?
Con la guerra, la crisi, la missione si è spostata nel Kurdistan. Ho lavorato parecchio in quelle zone.

In quei luoghi hai realizzato uno dei tuoi lavori più noti, In Superficie (2012-14), con il quale hai vinto il Premio BNL all’ultima edizione del Mia a Milano e il Premio della Biennale di Monza.
Quel lavoro nasce da un progetto archeologico regionale nelle terre di Ninive – la capitale dell’antico impero assiro – diretto dal professor Morandi Bonacossi. È un censimento di tutte le terre d’interesse archeologico, dalle quali provengono gli oggetti che ho fotografato: materiali trovati a livello superficiale, emersi dalla terra, che si tratti di oggetti bellici più o meno moderni o di reperti antichi.

Dal 2008 a oggi hai realizzato molti lavori. Quali ti rappresentano di più?
Difficile dirlo. Ho tre linee di ricerca: la prima è costituita da un approccio tematico attraverso l’osservazione dell’oggetto. Parto dall’osservazione, dalla rappresentazione dell’oggetto, per giungere ad ambiti più ampi.

Nulla a che fare, però, con il fotoreportage. Nei tuoi lavori mi pare di cogliere un’analisi sul senso del linguaggio fotografico.
È una sorta di espediente retorico. L’oggetto è qualcosa che apparentemente non dice nulla, però apre altri orizzonti. È come una sineddoche, una parte per il tutto.

Massimiliano Gatti, In Superficie, 2014

Massimiliano Gatti, In Superficie, 2014

Parti da una microstoria per giungere alla macrostoria…
La storia è un ambito che mi affascina. Mi pongo inoltre il problema di dar vita a un’estetica del ricordo. Quando lavoro a un’idea, cerco sempre di formularla anche da un punto di vista estetico. La rappresentazione di un oggetto è funzionale al mio discorso e dunque ogni lavoro è diverso dall’altro. Sia In superficie che Peta (2012), su mio padre scomparso parecchi anni fa, parlano di oggetti, ma sono molto diversi tra loro. Il mio scopo è giungere all’essenza dei fenomeni: mi piace togliere.

Un lavoro per via di levare, parafrasando Michelangelo.
Un processo di sintesi.

Quanto conta in tutto questo la tua formazione scientifica?
Parecchio. Nel mio approccio alla fotografia è evidente, sia da un punto di vista tassonomico, sia nella riproduzione degli oggetti, mantenendo sempre un determinato schema stilistico, tecnico. E poi nella ripetibilità dello schema. Però non ho una tesi da dimostrare: lascio le questioni aperte. Lavoro a più livelli, a quello letterale in primis, per giungere a significati diversi. Il procedimento di sintesi con cui creo una serie o un’immagine fa sì che l’immagine stessa sia molto semplice e al suo interno abbia numerose chiavi di lettura.

La seconda linea di ricerca?
È quella dedicata alle rovine. Il mio approccio è classico e romantico al tempo stesso. Percepisco il fascino di quei luoghi.

Il risultato, con un termine attualmente aborrito da buona parte del sistema dell’arte, è poetico.
Vorrei lasciare nell’immagine solo quanto mi interessa, poi non so se raggiungo vette poetiche.

Massimiliano Gatti, L'invisibile dentro #1

Massimiliano Gatti, L’invisibile dentro #1

Passiamo alla terza linea.
Si tratta dei lavori di paesaggio come Warana eh (2012/2015), una ricerca legata al tempo. Il titolo è un’espressione tipica del nord dell’Iraq, per dire: “Dimentichiamoci il passato e guardiamo verso il futuro”. Quello che presento è lo spazio dove a breve verrà costruita una nuova casa, dove si installerà una nuova famiglia. È un discorso legato al tempo in senso lato. In Iraq il passato è pesante, legato alle guerre, alla violenza, e il futuro è speranza.

Recentemente mi hai mostrato Garza, un lavoro delicato e forte al tempo stesso.
È costituito da trentasei immagini: nella prima c’è una garza, nella seconda ce ne sono due e così via. Tutte sovrapposte. Anche i numeri nella mia ricerca hanno un significato, non assoluto, personale. Il trentasei, oltre a essere determinante in ambito fotografico, è l’anno di nascita di mio padre. Nei primi scatti la garza è sottile e permette di guardare oltre, poi man mano si infittisce. È una metafora della vita. All’inizio si ha uno sguardo ingenuo, che cambia con il tempo.

La componente esistenziale nel tuo lavoro è forte… Chiudiamo parlando di Spectrum del 2011.
Sono una serie di ritratti 1:1 che vengono appesi all’altezza media di un occhio umano. I soggetti sono evidentemente mediorientali e in alcuni, fra coloro che li guardano, potrebbero ingenerare un certo timore, considerato il tempo in cui viviamo. C’è un po’ di ironia in tutto questo. Il pubblico è lasciato libero di interpretare. Con il passare del tempo, ne sono sicuro, i lavori verranno letti in maniera diversa.

Angela Madesani

www.massimilianogatti.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #27

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