Roma nel cinema: ritratto di una città sempre più Suburra

Tre film recenti dipingono la maledizione in cui è piombata Roma negli ultimi anni. Breve storia di come la Capitale, da meta privilegiata delle Vacanze, è diventata nell’immaginario cinematografico la città in cui si muore (anche vivendo).

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Stefano Sollima, Suburra (2015)

Stefano Sollima, Suburra (2015)

ROMA BLINDATA
Non è più tempo di Vacanze Romane. Anche sulla scia della cronaca recente, da qualche anno – almeno dal Divo di Sorrentino – Roma è cinematograficamente l’esatto opposto di una città aperta, accogliente, amica. A parte la rappresentazione da cartolina di Woody Allen in To Rome with love, che non fa letteratura, la Capitale raccontata nei film (soprattutto italiani) è diventata un Inferno dantesco in cui solitudine, vizio, perdizione e violenza abbracciano come tentacoli le vite dei personaggi che ci abitano, ingoiandole senza speranza. Tre pellicole potranno forse sembrare poche se paragonate al diluvio di commedie più o meno romantiche, più o meno tutte uguali, girate tra la Garbatella e Trastevere, ma il Divo, la Grande Bellezza e l’ultimo Suburra, ora nelle sale, sono emblematiche di una nuova narrazione di Roma: anche perché sono quelle che hanno l’ambizione non semplicemente di ambientarvi una storia, ma di trattare Roma alla stregua di un personaggio. Cattivo, ovviamente.
Il film su Andreotti è forse quello che meno parla di Roma in maniera esplicita ma è impossibile non percepire il peso di un luogo che è tutt’uno con il potere (degenerato) che ospita. Anche dal punto di vista estetico Roma è via del Corso deserta prima dell’alba in cui il Divo Giulio passeggia solo e lentissimo scortato da un esercito di poliziotti col mitra spianato. Una città blindata. Sorrentino ha così inaugurato il filone notturno che privilegia i toni cupi e le luci artificiali ad ammantare la città eterna di un’aura di inconfessabile mistero e segretezza.

Paolo Sorrentino, La grande bellezza (2013)

Paolo Sorrentino, La grande bellezza (2013)

ROMA DI NOTTE
Pochi anni dopo, con la Grande Bellezza il regista ha dipinto un ritratto maestoso di Roma in cui la bellezza mozzafiato dei monumenti e dei paesaggi maschera la più grande solitudine e miseria umana. La città ha il potere di attrarre magneticamente le persone agitando il richiamo scintillante delle feste “super-cafonal”, così ben documentate nella realtà dall’obiettivo di Umberto Pizzi per Dagospia. Per questo Jep è venuto a Roma a 26 anni, non perché voleva partecipare alle feste, ma perché voleva addirittura avere il potere di farle fallire. Nell’opera premio Oscar, la Capitale si svela anche di giorno ma è sempre di notte, tra i locali di via Veneto e le passeggiate sui Fori Imperiali o in piazza Navona – perché Jep vive di notte – che mostra il suo lato più grottescamente ammaliante. Frivolezza e mondanità sono le droghe che tengono vivi i personaggi, condannati a fare trenini sulle terrazze per non morire di noia e di solitudine. E chissà se sarà bastato a Romano, il personaggio interpretato dal romano de Roma Carlo Verdone, lasciare per sempre la città, proprio perché deluso da “lei”, per ricominciare a vivere veramente. A Roma non si piantano radici: che, come dice la Santa, sono importanti.

Woody Allen, To Rome with love (2012)

Woody Allen, To Rome with love (2012)

ROMA SENZA SCERIFFO
In Suburra di Stefano Sollima, Roma raggiunge l’apice della cupezza e dell’ostilità. Sarebbe strano il contrario, trattandosi di un noir (o meglio, di una graphic novel nera). Comunque anche in questo caso la retorica narrativa assegna a Roma il ruolo di un personaggio invisibile, attribuendole una dimensione quasi metafisica. Quando il Samurai, superboss di quella che sarebbe poi diventata per la cronaca Mafia Capitale – impersonato dal romanissimo Claudio Amendola e ispirato alla reale figura di Carminati – dice che a uccidere “non sono stato io, è stata Roma“, sta tracciando il volto di una città matrigna, che dà e toglie la vita secondo le sue logiche corrotte.
Dei tre film Suburra è quello che più fa sfoggio di realismo e invece più al realismo volta le spalle, cedendo troppo al fascino del male. Piove sempre nella Suburra, è sempre notte, e non si vedono mai le forze dell’ordine o le guardie giurate al centro commerciale (nel Far West almeno c’è sempre uno straccio di sceriffo). L’intreccio così stretto tra politica, affari, malavita (e Vaticano) fa prendere alle vicende una tale incontrollabile piega che la violenza pare un destino ineluttabile cui è impossibile sottrarsi. Non troppo dissimile dal Carlo Verdone della Grande Bellezza, perfino il Papa non vede altra via d’uscita che dimettersi.

Nanni Moretti, Caro diario (1993)

Nanni Moretti, Caro diario (1993)

ROMA IN VESPA
Questa è Roma, se vi piace. Al cinema (nella realtà è un filo meglio, diciamolo). In fondo, già il forestiero Ridley Scott nel Gladiatore faceva dire a un suo personaggio, non molto lontano dal quartiere della Suburra, che Roma è “la Grande Meretrice che ci allatterà finché non saremo grassi e felici e non potremo più succhiare“. Ma la frase che forse meglio di tutte riassume quello che Roma è stata e sempre sarà per i romani e per l’arte in generale è pronunciata in Spartacus di Stanley Kubrick da Marco Licinio Crasso, affacciato alla sua terrazza come un Nerone: “Roma è un’eterna idea della mente divina“. Un’idea in nome della quale pare che i suoi figli amino sacrificarsi, morendo vivi o addirittura scannandosi a vicenda. Più che una crisi, assomiglia a una maledizione.
Sono definitivamente andati i tempi sereni della Dolce Vita, quando Anita Ekberg era capace di passeggiare come Venere dentro la Fontana di Trevi, e ci si poteva innamorare in Vespa davanti al Vittoriano. Già nel 1993 l’amore lascia la sella alle inquietudini – tutte intellettuali – di un vespista come Nanni Moretti. Ma era giorno e non ancora notte.

Marco D’Egidio

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