La residenza d’artista come possibile nuova istituzione

Quale può essere il ruolo dell’arte e degli artisti in una geografia in divenire come quella degli ultimi anni? Quanto l’esperienza di residenza influisce sulla ricerca artistica in questa prospettiva? “Working Geographies” è un volume che documenta le prime quattro edizioni del programma internazionale di residenza RESÒ, avviato nel 2010, promosso e finanziato dalla Fondazione per l'Arte moderna e contemporanea CRT e curato da una rete di nove istituzioni contemporanee operanti in Piemonte. Qui trovate il testo introduttivo di Lisa Parola.

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Beto Shwafaty, Foundations of the Substance of the Design, 2012-14 - Mercosul Biennial, 2013, Porto Alegre

Beto Shwafaty, Foundations of the Substance of the Design, 2012-14 – Mercosul Biennial, 2013, Porto Alegre

LA RESIDENZA FRA PRIMA E SECONDA GENERAZIONE
Negli ultimi decenni molti studi sociali stanno indagando il senso attuale delle istituzioni a partire da un approccio dialogico e coniando termini come new institutionalism o istituzioni discorsive. Per un ripensamento radicale della sfera istituzionale, Vivien A. Schmidt propone la pratica delle abilità discorsive. La capacità dei cittadini stessi di pensare anche al di fuori delle istituzioni in cui continuano ad agire. Dar forma cioè, a una cooperazione dialettica capace di attivarsi in cornici differenti, talvolta anche conflittuali ma in grado di muovere relazioni, posizioni, competenze e consapevolezze.
Nel 2014 Lucie Kolb e Gabriel Flückiger hanno dedicato al New Institutionalism un numero di oncurating nel quale riflessioni simili vengono riportate sul terreno culturale per valutare quanto le pratiche artistiche legate al contemporaneo e all’Educational turn possano ricoprire un ruolo significativo nelle politiche future. Credo che in questo ambito la residenza d’arte possa ricoprire un ruolo strategico.  Ma è importante premettere che durante il passaggio tra la metà degli Anni Novanta e il primo decennio del nuovo millennio, attraverso un’accelerazione dei processi di globalizzazione che ha inevitabilmente influenzato anche molte ricerche artistiche e in generale il significato stesso di contemporaneo, nelle politiche della cultura ha preso avvio un percorso che sta dando forma a una svolta tra quella che potremmo definire residenza artistica di prima e di seconda generazione.
La residenza di prima generazione è un’esperienza ancora legata a una dimensione chiusa e autoreferenziale, con una scarsa relazione con il contesto che la ospita. L’dea di vivere in un luogo ‘altro’ per un periodo definito di tempo e qui, in atelier, continuare la propria produzione con contatti rivolti principalmente alla cornice istituzionale. La residenza di seconda generazione nasce invece immersa in un momento di radicale trasformazione nel quale la produzione artistica è attraversata da una profonda crisi di senso.

Eva Frapiccini, Dreams’ Time Capsule, 2011 - Teatro della Townhouse Gallery, Il Cairo

Eva Frapiccini, Dreams’ Time Capsule, 2011 – Teatro della Townhouse Gallery, Il Cairo

MUSEO E PROFITTO
Quale posizione critica rispetto a una sempre più pressante spettacolarizzazione del contesto culturale e in generale di entertainment che arriva a influenzare in modo evidente anche la programmazione di musei e luoghi d’arte, sulla scena artistica internazionale, dentro e fuori dalle istituzioni, nascono diversi modelli di produzione e veicolazione dell’arte nei quali la co-produzione e l’autoapprendimento ricoprono un ruolo determinante. E in questa cornice è interessante osservare il processo d’ibridazione, tra un’idea di museo sempre più vincolato a logiche di profitto e una pluralità di voci che spingono dall’esterno e che si interrogano rispetto agli accadimenti di questi decenni.
Un equilibrio di forze che inevitabilmente mette in gioco il concetto stesso d’istituzione artistica; un campo ampio che attualmente si estende dai musei, ai centri d’arte, ai grandi eventi bi o triennali arrivando, in questi ultimi anni, a contaminare anche i programmi che accompagnano alcune fiere internazionali.  In questo percorso tuttora in atto, proprio a partire dall’ambito curatoriale si solleva anche un’attenzione specifica rivolta alla residenza intesa soprattutto come campo dialogico tra temi, pratiche, territori e audience. Una situazione di mobilità che intreccia i flussi, fino ad ora lenti e isolati, che attraversano uno specifico contesto locale con i flussi globali, sempre più veloci, violenti e incerti.

Artissima 2015, presentazione del volume Working Geographies. RESÒ International Art Exchange Residency Program, Mousse Publishing - da sx Lisa Parola, Fulvio Gianaria, William Wells – photo Matteo Nobili

Artissima 2015, presentazione del volume Working Geographies. RESÒ International Art Exchange Residency Program, Mousse Publishing – da sx Lisa Parola, Fulvio Gianaria, William Wells – photo Matteo Nobili

L’ESPERIENZA DI RESÒ
Un simile approccio dialogico è l’apporto che il team curatoriale di Resò ha portato al programma fin dalla sua ideazione nel 2010. A partire dall’esperienza di curating, era importante verificare quanto la mobilità degli artisti stesse effettivamente incidendo nella cornice istituzionale. Quanto ne modificasse le dinamiche interne a partire proprio dalla presenza – in un territorio specifico e in un tempo definito – di artisti in residenza provenienti da contesti geografici non legati alle consuete rotte dell’arte: Egitto, Brasile, India, Colombia e nel caso di Resò/Lab in Ucraina. L’aspetto che emerge evidente dalle residenze di seconda generazione è infatti uno specifico approccio curatoriale che fa della cornice istituzionale una superficie porosa, in dialogo con i temi del contemporaneo; questioni e pratiche presenti nell’attuale scena artistica internazionale ma calati in geografie locali e definite. Una residenza dunque, che si presenta come strumento d’indagine per intercettare quanto le trasformazioni sociali, storiche, economiche e culturali dei flussi globali possano incidere, attraverso le opere, dentro e fuori dalle istituzioni, attraverso un processo di cambiamento evidente e profondo.
E se s’intende il museo o il centro d’arte quali istituzioni principali del contesto artistico, si osserva che fino alla seconda metà degli anni novanta, almeno in Italia il luogo dell’arte è ancora vincolato a un patrimonio locale, più o meno esteso e prevalentemente interpretato secondo la visione che l’Occidente ne ha proposto. La stessa istituzione negli ultimi decenni è stata più volte ripensata caratterizzandola però a partire più da una comunicazione monovoce e ancora troppo poco attenta alle pratiche dialettiche e plurali alle quali gli artisti e i curatori stanno lavorando in questi decenni. Un luogo rivisitato certo, ma che si ritrova a dover convivere con due aspetti tra loro contradditori: una dimensione strutturale orientata prevalentemente ad aspetti quantitativi e una produzione culturale qualitativa sempre più  sensibile ai cambiamenti della storia suggeriti almeno dagli studi postcoloniali. Una situazione dunque attraversata da forze contrastanti, costretta a misurarsi da un lato con una sempre più evidente forma di spettacolarizzazione per incidere sull’aumento dell’audience, dall’altro con una produzione di senso, estesa, frammentata ma caratterizzata da vecchie e nuove narrazioni che attraversano il nord e il sud mondo e che stanno sollevando riflessioni sempre più complesse in merito alla storia, alle sue derive e alle sue molteplici interpretazioni che rimettono in gioco, con la funzione dell’artista, quella dell’istituzione.

Frame Works, Cracks I Seldom Reveal, 2014 - PAV, Torino

Frame Works, Cracks I Seldom Reveal, 2014 – PAV, Torino

Opere e progetti con queste caratteristiche hanno preso forma prevalentemente negli spazi no-profit ma sono riuscite a introdursi anche in alcune realtà istituzionali. E talvolta il museo, inteso non più e non solo contenitore espositivo, educativo o d’intrattenimento, è divenuto il set che ha ospitato situazioni per rileggere i paradigmi con i quali la modernità ha interpretato l’idea di ambito disciplinare, di opera e di patrimonio.
Molte delle pratiche artistiche, e tra queste la residenza, in questi decenni stanno dunque proponendosi quali piattaforme dialettiche nate con l’obiettivo d’ indagare la funzione dell’arte quando immersa in uno stato di deterritorializzazione e in una dimensione storica in divenire. Questo stato di contaminazione tra qui e altrove è rintracciabile in molte ricerche presentate nel programma Resò; progettualità che documentano un transito in grado di interrompere la linearità della storia e proporsi loro stesse come nuove forme discorsive e indipendenti, delle contro-aree per una “reconfiguration de l’expérience commune du sensible” come ricorda Jacques Rancière in Le Specteteur émancipé. Nuove forme d’istituzione che, attraverso la temporalità, dilatano i territori culturali costituiti immergendovi all’interno progetti che indagano l’attuale ridefinizione della funzione della cultura e dell’arte, e che in questi decenni si riconoscono più attraverso processi nomadi e instabili che all’interno di cornici rigide.

Lisa Parola
per RESÒ International Art Residency Program

Working Geographies
Mousse Publishing, Milano 2015
Pagg. 240, € 25
ISBN 9788867491797
www.moussepublishing.com

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