Quadriennale di Roma. Parola a Raffaele Gavarro

Riassumere le puntate precedenti è ormai complicato. Resta il fatto che la Quadriennale di Roma sta generando polemiche a non finire. E ora interviene anche Raffaele Gavarro, in questa lettera ad Artibune.

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Raffaele Gavarro

Raffaele Gavarro

UN PUNTO DI VISTA ESTERNO
È probabile che le mie parole, conseguenti più che a risposta di quelle di Gian Maria Tosatti, apparse di recente a proposito della prossima Quadriennale su Artribune, saranno da alcuni interpretate come un’intromissione. Questo da una parte perché Gian Maria si rivolge principalmente ai suoi colleghi, mentre dall’altra c’è il fatto che non sono in alcun modo coinvolto negli esiti della prossima Quadriennale, ammettendo che ce ne saranno.
Sono però sicuro che Gian Maria accoglierà di buon grado le mie riflessioni, dalle sue stimolate, e per quanto la sua intraprendenza sia spesso causa di antipatia o fastidio, come spesso accade nel nostro Paese, vorrei una volta per tutte dire con chiarezza che per come siamo messi agli artisti oggi non basta fare “le opere”, ove in grado, ma anche per loro è necessario dare chiare indicazioni della propria posizione in quel contesto sociale nel quale la loro stessa opera, forse, troverà luogo. E per quanto a molti non vada giù, Gian Maria Tosatti lo fa con una certa chiarezza, offrendo elementi sui quali ragionare e ai quali rispondere, a favore o contro. E non mi riferisco solo agli artisti: i curatori ad esempio non sono esenti, ove in grado, naturalmente. Proprio a questo proposito è bene ricordare che è stato un post di Antonia Alampi su Facebook a dare inizio alle perplessità, per così dire, sul modo in cui si stava dando forma alla prossima Quadriennale, in particolare puntando il dito sulla secondarietà che veniva riservata agli artisti, ai quali non era nemmeno assicurato il trasporto delle opere. Evidentemente la denuncia è stata efficace, perché la Quadriennale si è poi affrettata a ricalibrare il budget, spostando denaro dalla comunicazione alla voce trasporti, appunto.
Intanto mentre scrivo, su Artribune è pubblicata la lettera con la quale Claudio Libero Pisano spiega le ragioni delle sue dimissioni dal Consiglio d’Amministrazione della Quadriennale. Non male, considerando che Pisano in quel consiglio – dove sedeva in qualità di rappresentante della Regione Lazio, che secondo il nuovo Statuto del 2013 è uno dei partecipanti principali del Consiglio – era l’unico a poter vantare una competenza sulla scena artistica e curatoriale nazionale. Scopriamo invece dalla sua lettera che di questa conoscenza non è stato fatto alcun uso né per l’elaborazione del progetto, né per nient’altro. In effetti c’è poco di cui meravigliarsi, competenze e meriti non sono certo elementi decisivi nelle scelte che si fanno nel nostro Paese, e non da oggi. Ma vale anche la pena sottolineare che la più che onorevole e coraggiosa scelta di Pisano, direi una rarità, è tutt’altro che formale, dato che il Consiglio di Amministrazione, sempre secondo lo Statuto del 2013, così come per lo Statuto precedente, deve provvedere, tra le altre cose, a stabilire le linee generali dell’attività della Fondazione stessa, i suoi obiettivi e i suoi programmi.

Gian Maria Tosatti - photo Maddalena Tartaro

Gian Maria Tosatti – photo Maddalena Tartaro

SCELTA DEI CURATORI: QUALI CRITERI?
Ma veniamo al punto e agli argomenti di merito esposti da Tosatti nella sua prima lettera e nella risposta successiva a quella del presidente Franco Bernabè, che s’incrociano in più punti con quelli di Pisano. Innanzitutto il progetto e la scelta di come realizzarlo. Il progetto, com’è noto, prevede una call rivolta a sessantanove curatori italiani sotto i cinquant’anni. A loro è richiesto un progetto espositivo che individui “le espressioni più innovative della nostra scena artistica post Duemila”. Una commissione già individuata, e anche qui causa di non poche perplessità sull’effettiva conoscenza dell’attuale scena artistica italiana da parte di alcuni membri, sceglierà i progetti più efficaci.
La prima domanda che viene in mente guardando la selezione dei curatori selezionati per la presentazione del progetto, riguarda la metodologia adottata. Sono stati scelti per curriculum? Non pare, visto che tra i curriculum dei sessantanove ci sono differenze di livello parecchio elevate. Forse è stata allora la loro dedizione alla ricerca e alla pratica nell’arte italiana? Nemmeno, dato che molti hanno più dimestichezza con quanto in corso fuori dai confini nazionali. Per diversi poi, in tutta sincerità, appare azzardata la definizione di curatore, mentre si segnalano non poche e ingiustificabili assenze. Il quadro appare dunque piuttosto generico e impreciso, ed è molto probabile che alcuni tra i curatori invitati, e verosimilmente proprio quelli più impegnati, non risponderanno alla call.
Tutto ciò sta accadendo in un contesto di grave difficoltà dell’arte italiana, tanto nell’ambito nazionale che in quello del sistema internazionale, nel quale i nostri artisti sono praticamente ignorati. Proprio questo, e non a caso, è stato uno degli argomenti dai quali ha preso forma il Forum dell’Arte Contemporanea Italiana di Prato, e uno dei suoi temi di discussione principali. Vorrei anche aggiungere che proprio questa è una questione sulla quale ha mancato di dare, evidentemente, un contributo significativo il volume edito già nel 2014 proprio dalla Quadriennale di Roma, presieduta da Jas Gawronski, dal titolo Terrazza – artisti storie luoghi in Italia negli anni zero, analogamente generico e impreciso, nonché privo di una riflessione critica sullo stato delle cose.

Quadriennale di Roma

Quadriennale di Roma

SPUNTI PER UNA NUOVA QUADRIENNALE
Cosa invece era necessario fare già nella redazione di quel volume e ancora di più e senz’altro meglio nella progettazione della prossima esposizione della Quadriennale? Molto di quello che dice Tosatti e che sostiene nella sua lettera anche Pisano. E cioè in breve creare una piattaforma di discussione aperta, pubblica, che fornisse i preliminari per una messa a fuoco sullo stato dell’arte italiana in questo momento, coinvolgendo gli artisti emergenti e non, i curatori e i critici emergenti e non ma soprattutto con una chiara operatività nell’arte italiana, facilmente deducibile dai loro curriculum e da ciò che hanno espresso pubblicamente. Una piattaforma facilmente realizzabile visto che l’Istituzione Quadriennale di Roma, come dice giustamente Tosatti, ha tutto ciò nel proprio Dna e nelle proprie potenzialità operative, avendo una sede, del personale e, pare, una certa quantità di risorse. Negli stessi termini evidentemente ragiona anche Pisano, quando parla della necessità di tenere conto dei mutamenti avvenuti e in atto nel sistema italiano. Del resto di mostre sull’arte italiana, tra padiglioni italiani della biennale, premi, collettive più o meno istituzionali, ne abbiamo viste, ne vediamo e ne vedremo di continuo, tra l’altro senza il rischio di confusione generato dalla necessità di connettere a posteriori progetti di diversi curatori, ma senza che questo determini un qualche significativo miglioramento del nostro sistema.
La Quadriennale di Roma, come si legge nel chi siamo del suo sito, è l’istituzione nazionale che ha il compito di promuovere l’arte contemporanea italiana. Ma come può farlo se quest’azione di promozione non è preceduta dalla conoscenza? E aggiungo: com’è possibile tutto ciò senza il rispetto verso il lavoro degli artisti e degli intellettuali, ivi compresi i curatori, che quotidianamente la fanno?

Raffaele Gavarro

www.quadriennalediroma.org

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  • Lorella Scacco

    bravo Raffaele! sono contenta che tante cose fino ad ora taciute iniziano ad uscire fuori… l’Italia ha bisogno di TRASPARENZA nell’arte e in tutti i settori. Una open call deve essere pubblica e non su invito, perche’ cio’ determina inevitabilmente scelte direzionate.

  • Whitehouse Blog

    Quante parole. Esponiamo queste parole alla Quadriennale. Mentre Gian Maria Tosatti continua a fare il “luca rossi” integrato, sotto a tutte queste parole le opere d’arte sono deboli pretesti (anche quelle di Tosatti), e gli artisti sembrano quegli operai che nei film del neorealismo italiano, stavano fuori dalla fabbrica per aspettare di essere chiamati. Chiunque chiamerà loro ci saranno. Da sei anni affronto quotidianamente questi problemi nella convinzione che il contemporaneo in italia sia un ‘opportunità mancata., Anche quelli che criticano bene, razzolano male, e cercano solo di togliere gli ostacoli per poi comportarsi nei soliti modi “malati” italiani: fare come fanno all’estero, alleanze tra artisti e curatori per difendere opere indifendibili, inutile e costosa ikea evoluta, aiutarsi in piccoli gruppi chiusi, ecc ecc. I giovani sono i più vecchi, precarizzati e terrorizzati sono i più reazionari e conservatori. In italia c’è un problema generazionale che nell’arte assume contorni squisiti di mediocrità. Questo perché oggi chi si pone a fare l’artista ha già le gambe tagliate in partenza. E ha bisogno di diventare un politico e un abile PR (vedi il caso Tosatti) per poter sopravvivere. Della Quadriennale importa solo agli addetti ai lavori perché in italia non c’è un valore condiviso dell’arte e gli artisti propongo opere debolissime che devono essere difese da curatori-amici e istituzioni per sopravvivere un poco. Ma non fatela questa quadriennale! Siamo pieni di mostre e progetti inutili.