La mostra di Giotto a Palazzo Reale secondo Mario Bellini. L’architetto e designer milanese racconta (e “fotografa”) il suo allestimento ad Artribune

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Schizzo di progetto di Mario Bellini

Schizzo di progetto di Mario Bellini

Della mostra di Giotto, allestita a Milano a Palazzo Reale, avevamo parlato a pochi giorni dall’inaugurazione in un articolo di Angela Madesani: solo 14 opere, allestite da Mario Bellini, con un progetto discreto capace di far risaltare i capolavori del pittore e architetto toscano, costruendo una scarna ma potente macchina scenica. D’altra parte, Bellini vanta una vasta ed eterogenea esperienza internazionale di exhibiting design, ma mettere in mostra Giotto è  forse la sfida più grande per un architetto. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto di raccontarci come è andata, il senso dell’allestimento, l’iter progettuale e il dialogo instaurato con uno dei maestri indiscussi dell’arte italiana. Questa è la prima tappa di una più lunga conversazione con l’architetto e designer milanese che pubblicheremo prossimamente su Artribune.

Quando Electa mi ha proposto questa mostra di Giotto a Palazzo Reale di Milano, mi è stato subito chiaro ciò che non si doveva fare. Non si dovevano appendere i suoi splendidi polittici e tavole ai muri del Palazzo. L’opera di Giotto creata per gli altari di chiese e di edifici religiosi non poteva sicuramente appartenere a questi spazi espositivi: non poteva identificarsi – quasi a decorarle e nemmeno con un sapiente accrochage –  con quelle stesse stanze che da decenni ospitano importanti mostre d’arte di ogni genere, periodo e scuola.
Ecco allora l’idea – quasi l’esigenza – di generare un percorso di visita con una sua forte identità e continuità attraverso le stanze, più che nelle stanze, attento quindi a non farsene irretire. Sfruttandone solamente la vastità e la notevole altezza. Un percorso emozionale articolato in una sequenza di “stazioni” a se stanti, attorno alle quali potersi soffermare per concentrarsi e contemplare una alla volta ogni singola opera. Ben sapendo che difficilmente si presenterà presto un’altra occasione per averle tutte riunite insieme.
Basti pensare che il monumentale polittico Stefaneschi – a due facce – non aveva mai lasciato i Musei Vaticani da quando era stato dipinto per l’altare maggiore della Basilica di San Pietro.
Un percorso avvolto nella penombra. Penombra che, mentre ci distanzia e ci astrae dalla sequenza palazziale delle stanze, favorisce la giusta distanza tematica e storica tra le opere in mostra, senza spezzarne mai il filo continuo che le lega. Grazie anche alla calcolata visibilità anticipata di ciascuna opera successiva, che ci attende risplendente di ori e freschi colori. Illuminata con chirurgica attenzione, senza abbagliamenti, riflessi, né artificiose accentuazioni.
Oltre alla luce il materiale che ho usato è solo il ferro nero, così come esce dal laminatoio. Con esso ho realizzato sia il pavimento, che come una zattera galleggia all’interno delle stanze senza congiungersi con le loro pareti, sia le nove “stazioni” – ovvero una specie di altare profano composto da un volume basso che fa d’appoggio e uno alto che fa da fondale o incastonatura. In tutto venti tonnellate di “ferro nero”, che rendono omaggio alla professioni dei familiari di Giotto (erano fabbri ferrai) e che al termine della mostra, il 10 gennaio, verrà interamente riciclato. Luce e “ferro nero”, niente sete o velluti, nessun legno povero o pregiato, nessun compiacimento allestitivo. Il “grado zero” di un progetto che volevo avesse un solo protagonista: Giotto

a cura di Emilia Giorgi

 

 

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