Il Premio Fabbri e l’arte al femminile. Intervista a Lea Mattarella

Torna anche quest’anno l’attesa rassegna artistica promossa da una delle aziende dolciarie italiane più famose al mondo. È il Premio Fabbri per l’arte contemporanea, giunto alla quinta edizione insieme a un eccezionale gruppo di partecipanti tutto al femminile. Ne abbiamo parlato con Lea Mattarella, coordinatrice artistica dell’iniziativa che, dall’8 novembre all’8 dicembre, affiancherà la grande mostra allestita nel bolognese Palazzo Pepoli Campogrande. Per celebrare un secolo di amarena, nella sua terra d’origine.

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Sylvie Romieu, Le Tableau de Jo, Fotografia

Sylvie Romieu, Le Tableau de Jo, Fotografia

Qualche parola sul Premio Fabbri, giunto alla sua quinta edizione. Che cosa vedremo in mostra?
Ho voluto una mostra varia: ci sarà la pittura come quella di Silvia Argiolas e Nazzarena Poli Maramotti, diversissime tra loro; il disegno che si trasforma in parola di Marina Sagona; la scultura di Tamara Ferioli e quella di Luana Perilli, che diventa installazione; la fotografia di Iole Capasso, Francesca Rao, Alice Pavesi Fiori. Ma anche opere come quelle di Maria Elisabetta Novello che ha pensato una View-Master, un oggetto utilizzato come primo sistema di visione in 3D, all’interno del quale scorre la sua narrazione disegnata. Oppure il lavoro di Gaia Scaramella che coinvolge l’olfatto, come in una ‘sinestesia’ che sarebbe piaciuta a Baudelaire.

Quali sono stati i criteri di selezione delle ventisei protagoniste?
La selezione delle artiste nasce da due fattori. In primo luogo, come sempre succede, il mio gusto personale, anzi, direi proprio la mia passione. Infatti con alcune di loro ho già lavorato. Poi non ho potuto fare a meno di valutare la corrispondenza tra i loro precedenti lavori e il tema a cui sarebbero state legate. Faccio l’esempio di Enrica Borghi. Io amo molto le sue opere, ma per me sarebbe stato un peccato non averla in mostra anche perché lei da tempo, con grande ironia, realizza delle fotografie che hanno come soggetto il cibo.

Alice Pavesi Fiori, The spectacle of disappearing girl, Fotografia a stampa giclee su carta cotone

Alice Pavesi Fiori, The spectacle of disappearing girl, Fotografia a stampa giclee su carta cotone

In un contesto iper-accelerato come quello di oggi, che cosa significa curare un evento così profondamente legato alla tradizione e alla storia centenaria di una famiglia? Che ruolo ha l’arte in questa operazione?
Proprio perché il mondo è iper-accelerato, penso sia necessario ogni tanto fermarsi e guardare indietro. Il ruolo dell’arte è semplicemente quello di coinvolgere chi l’arte la fa. Ceschino Montanari, psicoanalista junghiano di grande fama, sostiene che in una seduta la sostanza delle cose può venir fuori anche parlando del brodo… Credo che la stessa cosa succeda nell’arte, nella letteratura, nel cinema. Non c’è bisogno di grandi temi.
Donatella Spaziani, che io ho invitato perché da sempre mi interessa moltissimo il suo lavoro, ha realizzato un’opera in cui tutto parte da una storia personale, perché suo padre lavorava alla Fabbri. Sylvie Romieu, che vive in Francia, ha inserito il vaso delle amarene nelle sue Storie di Jo, ma l’oggetto faceva già parte del suo immaginario: lo regalava agli amici per Natale. Succedono cose sorprendenti, proprio partendo da ciò che è piccolo e apparentemente lontano.

Il legame tra arte e cibo – tanto discusso nell’anno di Expo – ricorre inevitabilmente anche nel Premio Fabbri per l’arte. Come ha affrontato questo tema e i rischi connessi ad un elemento così sovraesposto?
Sono sicura che se mi avessero proposto una mostra su arte e cibo tout court da realizzare al tempo di Expo avrei rifiutato. Ma il Premio Fabbri questo rapporto lo affronta da dieci anni. Si tratta della quinta edizione. Mi sentivo fuori dalla sovraesposizione del tema proprio per una ormai consolidata tradizione (parola che ritorna) della rassegna.

Lea Mattarella

Lea Mattarella

Parlando della mostra, quest’anno tutta al femminile, c’è un fil rouge che unisce tutte le artiste, a parte il loro essere donne?
Non volevo un fil rouge, anzi. Ho cercato artiste molto diverse tra loro proprio perché a unirle c’era già il tema. E tutte hanno realizzato opere che non sono collegate tra loro, ma lo sono con la loro storia. Penso a Gea Casolaro, che si è soffermata sul lavoro delle operaie, un argomento al centro della sua ricerca che ha dato origine a opere importanti come Ai caduti d’oggi, presentata a Roma a Palazzo delle Esposizioni. Sono lontane anche per generazione: ci sono artiste affermate come Marisa Albanese, che espone una delle sue Combattenti, e una giovane come Giulia Palombino, autrice di una videoanimazione.

Arte e femminilità. Non è la prima volta che la sua ricerca si focalizza su questo rapporto (alludo all’esposizione Le donne cha hanno fatto l’Italia co-curata da lei al Complesso del Vittoriano tra il 2011 e il 2012). Che cosa la affascina dell’arte coniugata al femminile?
Questa volta a volere la mostra tutta al femminile è stata Beatrice Buscaroli: è lei ad aver avuto l’idea. Ma è vero che io amo i lavori delle donne. Quando vado in giro per mostre o per fiere e vedo opere sconosciute, mi accorgo che spesso sono attratta da quelle realizzate da loro. Ma non c’è una ragione specifica, succede. E ormai ho smesso di domandarmi come mai. Ne prendo atto e ne sono contenta.

Arianna Testino

www.fabbri1905.com

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