Il (nuovo) teatro classico. Al Teatro Olimpico di Vicenza

Visione, lingua, simbolo. Questi tre elementi linguistici possono tracciare una linea di analisi del teatro proposto nel 68esimo Ciclo di Spettacoli Classici a Vicenza. Anche per quest'anno sotto la direzione di Emma Dante.

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Emma Dante, Odissea. Movimento #1 - photo Franco Lannino/Studio Camera

Emma Dante, Odissea. Movimento #1 – photo Franco Lannino/Studio Camera

IL CLASSICO NEL TEATRO DI PALLADIO
Nel presentare il 68esimo Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza, Emma Dante ha paragonato il teatro progettato da Andrea Palladio alla vetta dell’Olimpo, ossia a un luogo impervio da raggiungere che, però, sulla cima cela fiori preziosi, di colori e specie inusuali. Questi sono le messe in scena presentate, le quali, attraverso un punto di studio specifico, riescono a rielaborare il teatro in particolare quello classico.
La visione è l’elemento linguistico utilizzato dallo spettacolo scritto dalla stessa Emma Dante, che ha diretto gli allievi della Scuola dei mestieri dello spettacolo del Teatro Biondo di Palermo in Odissea Movimento n.1, studio liberamente tratto dal poema di Omero. La scena, delimitata in una porzione di palco, si svolge all’interno del palazzo di Odisseo a Itaca, e i 23 allievi, uomini e donne, interpretano Telemaco, Penelope, i Proci, le ancelle e Ulisse. Nella sua attesa si assiste al processo di maturazione di Telemaco, da figlio non consapevole all’unica speranza di rintracciare il padre, e la tenacia di Penelope nel resistere alla brutalità dei Proci e alla cospirazione delle sue ancelle.

EMMA DANTE CINEMATOGRAFICA
Se a ben guardare, dunque, il punto di vista di Emma Dante non propone una lettura innovativa del testo di Omero, l’elemento capace di impreziosire nuovamente l’epopea è una narrazione senza pause composta di immagini di corpi intrecciati, di voci perentorie e disperate, di figure in contrasto e accordo e della lunga tela di Penelope che si svolge e si restringe e investe tutti gli attori.
Lo spettacolo, così, si presenta come un flusso di suggestioni visive che portano il teatro in una dimensione più cinematografica, quasi vicina a quel continuo narrare di immagini poetiche visto in The Tree of life o To the Wonder di Terrence Malick. Lo spettatore osserva la porzione di palco in cui si svolge la scena che assomiglia allo schermo in 16:9 delle sale, e si lascia investire dai movimenti continui degli attori e degli oggetti da cui emerge un teatro di forte fascino visivo.

Vincenzo Pirrotta, Eumenidi

Vincenzo Pirrotta, Eumenidi

EUMENIDI IN VERSIONE CUNTU
Vincenzo Pirrotta per lo spettacolo Eumenidi lavora, dal canto suo, sulla lingua. L’allievo di Mimmo Cuticchio prende spunto dall’andamento musicale del blues nel redigere una lingua specifica e diversificata, proveniente dall’anima siciliana. Il regista all’inizio dello spettacolo in “cuntu” racconta la parte dell’Orestea fino all’ingresso della Pitia, muovendo tra le mani, al ritmo delle parole, una spada. Nella stessa lingua, nella parte finale dello spettacolo illustra il processo nell’Areopago. In scena, inoltre, si sente anche il dialetto di Alcamo che Pirrotta utilizza per dar voce a Oreste, all’ombra di Clitennestra e alla Pitia, e il “baccàghiu”, l’argot della malavita siciliana, che intonano gli attori maschi interpretanti le Erinni. I personaggi, infine, di Apollo e Atena si esprimono in italiano.
Le lingue degli attori, a esclusione dell’italiano, sono scandite velocemente e in maniera concitata, il che rende difficile la comprensione. Al tempo stesso, però, i forti accenti del timbro della voce, il ritmo cadenzato, sostenuto dalle percussioni e della tamorra, suonate live in scena, permettono a chi osserva di essere parte della rappresentazione. Ciò è aumentato anche dai volti e dalla mimica degli attori, per cui le Erinni appaiono come bestie striscianti assetate di sangue, mentre Oreste si dispera con le mani sulla testa all’interno del tempio di Apollo, rappresentato come un cubo con un lungo trono al centro, in riferimento a una raffigurazione di Francis Bacon.
La sfaccettata polifonia linguistica siciliana trova giustificazione nella scelta del regista di utilizzare il mito delle vendicatrici Erinni per riferirsi alla Sicilia di oggi come terra di ritorsioni e soprusi. Dalla saggezza di Atena e degli dei che assolvono Oreste e trasformano le Erinni in Eumenidi, però, emerge la giusta “medicina” contro lo status quo siciliano: è il valore della giustizia, che Pirrotta e gli altri attori cantano alla fine dello spettacolo.

Angelica Liddell, Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi - photo Francesco Dalla Pozza:Colorfoto Artigiana

Angelica Liddell, Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi – photo Francesco Dalla Pozza:Colorfoto Artigiana

DA BERGMAN A SAN PAOLO
Se Emma Dante utilizza la visione e Vincenzo Pirrotta il suono per rielaborare il teatro classico, Angelica Liddell – in Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ lag in todesbanden. Oh, Charles! – cerca il simbolo. La messa in scena è intensa, evocativa, spirituale, dissacrante, musicale, narrativa e sconquassante per le urla e le azioni degli attori, organizzata in un apparato di simboli difficile da decifrare.
Liddell cita la religione cattolica, la Bibbia, il cinema di Bergman, la storia romana e religiosa e Charles Manson. Eppure nulla sul palco sembra incomprensibile e tutto perfettamente spiegato. Com’è possibile? Perché dalla recitazione delle tre lettere su cui si organizza lo spettacolo (la lettera di Marta e Tomas nel film Luci d’inverno di Ingmar Bergman, la lettera della Regina del Calvario al Grande Amante, la lettera di San Paolo ai Corinzi, 13) emerge l’accettazione dell’amore come missione umana che si conferma nel valore del male.
Da qui le urla di disperazione, le trasfusioni di sangue che raffigurano il volto di Cristo, l’amplesso di cinque donne rasate, simbolo dell’eresia della donna nei confronti dell’uomo, stando a San Paolo, con cinque pezzi della Croce, e il volto di Manson posto sopra la scena.
Il teatro della Liddell è realmente un discorso amoroso, fisico e folle per il suo essere estremo e chiarificatore, mai didascalico, che conferma il carattere sovversivo del rapporto d’amore.

Davide Parpinel

www.tcvi.it

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