Madrid. Chiude la storica Galería Oliva Arauna

Oliva Arauna è una delle “grandi dame” dell’arte contemporanea in Spagna. Insieme a Soledad Lorenzo, Juana de Aizpuro, Helga de Alvear e María De Corral, ha contribuito alla diffusione delle arti visive e alla formazione del collezionismo moderno nel suo Paese. Dopo oltre trent’anni di attività, all’inizio del 2015 ha deciso improvvisamente di chiudere la sua storica galleria di Madrid. L’abbiamo intervistata.

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Alfredo Jaar - Galería Oliva Arauna, Madrid

Alfredo Jaar – Galería Oliva Arauna, Madrid

Recentemente, la fiera Summa ha reso omaggio a Oliva Arauna esponendo per la prima volta alcuni pezzi significativi della sua collezione di “arte politica”, con un’antologia di immagini firmate tra gli altri dagli italiani Gabriele Basilico, Botto & Bruno e dal cileno Alfredo Jaar.
Oliva Arauna inizia giovanissima a interessarsi all’arte del suo tempo, come autodidatta, ma con un fiuto spiccato per i talenti più interessanti e le forme espressive più innovative. Figlia di una colta famiglia madrilena (il padre, editore, fu tra i fondatori del quotidiano El País e delle case editrici Tauros e Santillana), nel 1985, in piena movida, apre con una socia la sua prima galleria, nella centralissima calle Claudio Coello, il quartiere più chic della città. Nei primi anni si limita a promuovere pittori spagnoli, per lo più figurativi come Sigfrido Martin Begué e Rafa Cidoncha. A poco a poco, però, si apre al mondo internazionale dell’arte. Ecco tutta la storia.

Gli ultimi anni nella vita professionale di Oliva Aruna sono stati caratterizzati dalla chiusura forzata, dalla riapertura e di nuovo dalla decisione inappellabile di chiudere la galleria. Cos’è successo?
Nel settembre del 2012 fu sigillato dal Comune di Madrid l’ingresso alla mia galleria, in calle Barquillo a Chueca, e per un anno e mezzo fui costretta ad attività d’ufficio. Il problema riguardava la facciata di un edificio protetto del XIX secolo: non ci sono testimonianze (piante o foto d’epoca) che provino che l’intervento di ristrutturazione, nel 2004, fosse arbitrario. Durante la chiusura forzata mi resi conto però che il mondo dell’arte stava cambiando: i collezionisti oggi disertano le gallerie, frequentano solo le fiere; in Rete e attraverso il web si informano delle vicende dello star system dell’arte, e preferiscono gli artisti top ten alla scoperta di nuovi talenti.

L’anno dopo però la galleria riapre.
Sì, nell’autunno del 2013. Ero ancora piena di entusiasmo, ispirata anche dall’opera di Alfredo Jaar, Cultura = Capital, un neon con la scritta in giallo che campeggiava all’ingresso e dava senso all’intera collettiva, per la quale chiesi un lavoro nuovo a ciascuno dei miei artisti. L’idea era dimostrare lo stretto legame, il vincolo che li unisce alla galleria: Alfredo Jaar, Per Barclay, Botto & Bruno, Adriana Mold e Juan Carlos Roblescon furono i protagonisti di Transformación.
Tuttavia, nelle ultime tre mostre che organizzai mi resi conto che i collezionisti non venivano quasi più a scoprire di persona le mie proposte. Scarso interesse destò anche Antana Sutkus, un lituano sconosciuto ma straordinario. Lo stesso accadde con l’argentina Ana Gallardo, che fece in galleria un’installazione unica e di forte impatto emotivo, e che l’anno dopo, non a caso, è stata scelta da Okwul Enwezor per la Biennale di Venezia.
Allora ho deciso di chiudere, perché non ricevevo risposte concrete né dai collezionisti né dalle istituzioni. Non si tratta e non si è trattato mai però di un problema economico.

Oliva Arauna

Oliva Arauna

Come inizia la sua avventura internazionale?
Il primo artista che rappresentai in Spagna fu l’italiano Felice Levini, che conobbi attraverso il gallerista Mario Pieroni di Roma, che all’epoca era un autentico dio. I contatti avvenivano durante le fiere: avevo solo 31 anni, ero simpatica e mi feci molti amici nel mondo dell’arte. Feci progetti magnifici allora, perché finanziai sempre le opere e le installazioni che sceglievo di presentare.
Negli Anni Novanta venne la crisi e, in assenza di mercato, ci sentivamo più liberi di sperimentare, di rischiare con proposte azzardate. La maggior parte dei collezionisti spagnoli che si appassionarono al video e alla fotografia, per esempio, lo fecero grazie a me. Decisi allora di tralasciare la pittura, e perciò mi distinsi subito agli occhi dei curatori internazionali rispetto alla maggior parte delle gallerie spagnole, legate ancora al genere figurativo.

Botto & Bruno, Gabriele Basilico… Quali altri artisti italiani ha rappresentato in Spagna?
Come dicevo, Felice Levini – pittore puntinista e artista concettuale – fu il mio primo interesse verso l’arte italiana. Poi venne Alfredo Romano, un siciliano molto barocco che faceva installazioni fantastiche; lo conobbi attraverso il celebre gallerista torinese Giorgio Persano. D’istinto, casualmente, vidi la sua opera dopo la Biennale di Venezia e mi entusiasmò. Di Botto & Bruno comprai invece un’opera anni fa al gallerista Alfonso Artiaco di Napoli. Subito dopo chiesi loro di preparare un’esposizione per la mia galleria, tra il 2003 e il 2004, ancora nello spazio di calle Coello, e mi innamorai letteralmente della coppia, sia come artisti sia come persone. Realizzarono una meravigliosa installazione dal titolo Le periferie che stiamo sognando, la prima di tre mostre di successo a Madrid.
Gabriele Basilico era una persona incantevole perché tutto lo sorprendeva: era convinto che la fotografia aiutasse a vedere meglio il mondo, ma che in realtà ci fossero altre forme d’arte più nobili. Quando feci la sua prima mostra, con le immagini dure di Beirut bombardata, dubitava del suo stesso successo, perché a quell’epoca la fotografia non aveva mercato: in Spagna i collezionisti non degnavano le foto neppure di uno sguardo. La sorpresa fu che, malgrado la crudezza dei soggetti, vendetti ben ventisette opere. Di Basilico ero a tal punto appassionata che riuscì a trasmettere il mio entusiasmo ai collezionisti.

E con Alfredo Jaar come nacquero collaborazione e amicizia?
Ho cominciato a lavorare con Alfredo Jaar nel 1991: non era un fotografo puro, come Basilico, ma un artista plastico che utilizzava la fotografia come tecnica espressiva; mi attraevano le sue idee concettuali, sperimentali del mezzo di riproduzione, che trascuravano l’aspetto composito dell’opera.
Un aneddoto legato alla terza mostra di Alfredo Jaar che feci a Madrid spiega un po’ lo spirito della mia galleria e di quegli anni. In piena crisi dei Novanta, mi ostinai contro il parere dello stesso Alfredo a voler portare a Madrid l’enorme installazione El silencio de Nduwayezu, vista solo in Canada e del tutto inadatta agli spazi ridotti della mia galleria: un immenso tavolo luminoso di cinque metri, letteralmente cosparso di un milione di diapositive. Ero certa che, presentando quell’opera di Jaar in Spagna, la gente non si sarebbe mai più dimenticata di lui. Fui profetica e fu un successo internazionale: da allora in poi l’installazione viaggiò per il mondo, anche all’Hangar Bicocca di Milano.
Sono sempre stata caparbia e ostinata. Agli artisti ero solita dire: l’unica cosa che vi posso promettere è la mia passione, né una critica né una vendita in più. Con il tempo cominciai a raccogliere i frutti del mio lavoro e a vendere anche ai grandi musei internazionali.

Ana Gallardo - Galería Oliva Arauna, Madrid

Ana Gallardo – Galería Oliva Arauna, Madrid

Qual è oggi il rapporto fra artista e galleria?
È ancora una relazione fondamentale: un artista può esporre nei musei, ma se non ha una galleria alle spalle che lo rappresenta nel suo Paese e all’estero, e che garantisce continuità al suo lavoro e una presenza costante, rischia di sparire dal mercato. Le gallerie continuano a svolgere il ruolo imprescindibile di interlocutori privilegiati con i collezionisti, i curatori e i direttori dei musei, anche per il prestito delle opere.

E il rapporto tra gallerie e musei?
Recentemente si è verificato un cambiamento. Prima i musei non commissionavano arte, oggi invece spesso istituzioni pubbliche e fondazioni private producono mostre e acquisiscono le opere senza intermediazione, e per poco denaro. Ai galleristi resta uno spazio ridotto d’azione, limitato perlopiù alla promozione di artisti giovani e poco noti sul mercato.

Come nasce la sua collezione di arte politica?
In realtà mi interessa l’arte sociale più che politica, cerco opere con un senso, un legame profondo con la vita, la storia e l’umanità. Anche in casa amo circondarmi di pezzi dal significato complesso, talvolta anche duri per il cuore e per la mente, opere che però mi hanno sempre aiutato a pensare, a capire, a crescere i miei figli, a essere più profonda. Immagini forti, oserei dire, anche se mai aggressive, per la scelta dei soggetti e la maniera di trattarli, magnifiche non solo per la pura contemplazione.

Cosa pensa del mercato dellarte in Italia oggi? È diverso da quello spagnolo?
Oggi il mercato è unificato nel mondo: vendi opere su Internet, attraverso un clic del computer, quando però hai già promosso altrove l’artista (durante le fiere, in galleria, alle mostre…) e mantieni buoni contatti con una rete di collezionisti che ti conoscono, si fidano di te e dei tuoi gusti.

Che consiglio darebbe a un giovane gallerista che volesse cominciare?
Oggi aprirei ancora una galleria facendo progetti interessanti, ma solo tre o quattro l’anno, non di più. Mi concentrerei sulle fiere, prediligendo gli eventi project, con sezioni dedicate a uno o al massimo due artisti, la formula giusta anche se più rischiosa per far conoscere sul mercato il genere d’arte e i nomi su cui si punta.

Botto & Bruno - Galería Oliva Arauna, Madrid

Botto & Bruno – Galería Oliva Arauna, Madrid

Servono ancora le fiere?
Le fiere oggi sono fondamentali per gli affari, perché sono i soli luoghi frequentati dai grandi collezionisti di tutto il mondo e dove spesso s’incontrano i cosiddetti compratori occasionali. Ad Arco a Madrid, per esempio, c’è gente che compra arte solo una volta l’anno, per il gusto di raccontarlo agli amici. Le fiere sono momenti di aggregazione, luoghi di incontri sociali, dove la gente vuole esserci per il gusto di farsi vedere. A tutte vale la pena presenziare. Se si allestisce lo stand in almeno dieci fiere l’anno, si ha diritto d’accesso alle grandi manifestazioni internazionali (Fiac, Freeze, Maco, ArtBo, Artissima…).
Però è impossibile al contempo gestire bene gli affari quotidiani della galleria, dedicando tempo e passione ai collezionisti, alla conoscenza approfondita del lavoro degli artisti. I collezionisti si creano e si coltivano poco a poco negli uffici delle gallerie, non nelle fiere, dove i contatti sono sempre molto rapidi e fugaci. Nelle fiere fanno affari solo le fondazioni, i musei e le grandi gallerie.

Come si forma una collezione darte contemporanea oggi?
Consiglio sempre a tutti di vedere, vedere e ancora vedere. Non c’e un’altra formula. Lo sguardo deve essere educato. Avere entusiasmo e molta costanza, senza lasciarsi influenzare dal giudizio altrui. Si può cominciare anche investendo poco denaro, comprando opere per 3-4mila euro di artisti giovani, meno affermati ma interessanti, innovativi. L’occhio ben educato permette di incontrare pezzi stupendi che possono anche aumentare di valore con gli anni. Però non esiste un investimento sicuro nell’arte. Vale la pena invece investire in qualità di vita.

Federica Lonati

www.olivarauna.com

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  • il sasso cade

    beh, scusate mi sembra una buona notizia.
    hai voluto fare l’arte internazionale, video, foto e installazioni?
    eccoti fregata dai musei e per le foto si possono comprare in internet.
    Magari chiudessero tutte le gallerie di questo tipo, rivolte tutte ad un elite di collezionisti ricca ma probabilmente ignorante.
    Era meglio che rimanevi agli inizi.
    Magari in italia chiudessero Artiaco, De Carlo , Zero, kaufmann repetto ecc
    Finalmente aprirebbero gallerie con meno capitali alle spalle ma desiderose di un pubblico che viene in galleria per vedere qualcosa di meglio di botto e bruno