Alighiero Boetti a Palazzo Vecchio. Per il Summit Mondiale dei Sindaci Firenze ospita due grandi mappe afghane. Nuove incursioni contemporanee in spazi rinascimentali

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Alighiero Boetti, Mappa, 1989-94 - Collezione privata, Courtesy Tornabuoni Arte

Alighiero Boetti, Mappa, 1989-94 – Collezione privata, Courtesy Tornabuoni Arte

L’ARTE E IL DIALOGO FRA I POPOLI. OPERE COME SIMBOLI CULTURALI
Pollock, Koons, Gormley, Penone. E oggi anche Alighiero Boetti. Continua a crescere l’elenco degli artisti monumentali del Novecento che Firenze – con la cura di Sergio Risaliti – sta mettendo in relazione con parchi e spazi storici, in un dialogo calibrato e non scontato fra architettura rinascimentale, giardini d’epoca e arte contemporanea.
Boetti, dunque. Un nuovo esperimento – fortemente voluto dal Sindaco Dario Nardella – che prende vita nella cornice unica di Palazzo Vecchio, dal 4 al 22 novembre prossimo. L’occasione è il grande “Summit Mondiale dei Sindaci”, che si svolgerà qui i primi del mese, con un titolo-guida: “L’unità nella diversità”.
E sarà dunque una riflessione comune, condotta dagli amministratori locali di mezzo mondo, intorno all’urgenza di un dialogo sano tra i popoli, al ruolo della cultura nella costruzione della pace, alla difesa di valori e tradizioni forti nel cuore della globalizzazione. Un appuntamento politico, dunque, che sceglie l’arte come immagine simbolica. Niente di meglio allora di due grandi mappe di Boetti, tra quelle ricamati da donne afghane negli anni ’80-‘90. Per la prima volta esposte insieme in Italia, le opere arrivano dalla Collezione Giordano Boetti, per concessione della Fondazione Alighiero e Boetti, e da una collezione privata, con la courtesy della galleria Tornabuoni. Il soggetto – nell’esplosione di bandiere e nel destino incerto dei confini – riporta al traumatico passaggio dall’Unione Sovietica alla Russia, per mezzo della  Perestrojka, nell’agosto del 1991.
Dialogo perfetto, tra l’altro, con altre due serie preziosissima di opere, esposte a Palazzo Vecchio: gli arazzi medicei disegnati da Bronzino e Pontormo e le mappe cinquecentesche del Danti e del Bonsignori.

Aighiero Boetti, Mappa, 1989 - Collezione Giordano Boetti, Courtesy Fondazione Alighiero e Boetti

Aighiero Boetti, Mappa, 1989 – Collezione Giordano Boetti, Courtesy Fondazione Alighiero e Boetti

SERGIO RISALITI E L’IDEA DI UN RINASCIMENTO IN PROGRESS
Piuttosto che un museo di arte contemporanea, è la città – centro d’arte mondiale – ad aprirsi al contemporaneo, accogliendo nei suoi punti nevralgici opere del XX o XXI secolo”, ci spiega Risaliti. “Può essere il caso di Pollock, come di Koons o Boetti, o come Paolini o Serra un domani. Nel prossimo futuro stiamo pensando ad altre incursioni, spaziando tra moderno, modernismo e  post-moderno. Ma l’argomento è aggiornare, riattivare, elaborare, re-inventare anche il rapporto con il passato, promuovendo nuove letture e interpretazioni dell’antico. Un rinascimento in progress, mai chiuso, mai concluso. Fare la linea, mai il punto. Accorciare la distanza tra ieri e oggi. Sapendo che l’immaginazione e l’emozione trascinano il desiderio oltre il culto più rassicurante della storiografia. Per un sapere vitale, per un dialogo inedito tra arte e arte, tra arte e società, tra arte e arti, tra arte ed erudizione”.
Firenze, che non ha un suo museo d’arte contemporanea – col Pecci fin troppo vicino e in netta espansione – prova a così a proporre un modello diverso. Oltre lo spazio e i rituali di una cattedrale dell’arte – che sia luogo di conservazione o di produzione – per sperimentare interventi nomadi, episodici, diffusi. La città stessa come museo dell’ibrido, ripensando la propria identità storica e innestandovi visioni attuali, fra cortocircuiti e corrispondenze. Alla base, va riconosciuto, il coraggio di una scelta, la coerenza di una visione.

– Helga Marsala

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