Osservazioni dallo spazio russo. Intorno alle stelle Antufiev e Pavlensky

Una riflessione estemporanea sull'arte contemporanea in Russia. A partire dalle parabole esemplari di due artisti di riferimento. Uno scritto di critica narrativa dal nostro viaggiatore Luca Arnaudo.

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Evgeny Antufiev - Immortality Forever - veduta della mostra presso il Moscow Museum of Modern Art, Mosca 2015 - photo Luca Arnaudo

Evgeny Antufiev – Immortality Forever – veduta della mostra presso il Moscow Museum of Modern Art, Mosca 2015 – photo Luca Arnaudo

L’ARTE E L’ASTRONOMIA
Chi si diletti di astronomia sa che è buona norma adottare nelle proprie osservazioni una “visione distolta”, giungere insomma all’obiettivo guardando in maniera laterale per guadagnare, dal moto dello sguardo lungo l’oscurità, una maggior luminosità e magnitudine dell’oggetto. Se funziona con gli astri in cielo, viene da pensare, perché non provarlo anche con un Paese in terra, la Russia, riferendo simili osservazioni all’arte contemporanea a partire da una serie d’impressioni personali raccolte nel corso di un recente soggiorno a Mosca?
Il fatto che un artista abbia dichiaratamente mirato a condensare in una mostra lo “spirito russo” molto aiuta l’avvio dei ragionamenti al proposito, tanto più considerato che l’artista in questione è ormai una stella di prima grandezza.

ANTUFIEV AL MMOMA
Nato nel 1986 a Kyzyl, nel cuore della Siberia, Evgeny Antufiev divide il suo tempo tra la terra d’origine e la capitale russa, arbitrando le loro diverse immensità in un’opera al tempo stesso intima e grandiosa.
Da metà settembre l’intero terzo piano del MMOMA – Moscow Museum of Modern Art ospita una sua sorprendente esposizione, dal titolo Immortality Forever, in cui i confini tra bric-à-brac, sussidiario scolastico e diorama familiare risultano difficili da tracciare. C’è spazio, nel(la) varietà delle sale, per un reportage da Jasnaja Poljana sullo scorrere del tempo intorno alla tomba agreste di Tolstoj, totem dall’aura sciamanica e tessuti contadini, omaggi alla scultura di Sergej Konenkov e alla ballerina Anna Pavlova, raccolte di fragili disegni della nonna di Antufiev e surreali video pop-etnografici della madre, direttrice di un centro culturale nella sperduta regione di Tuva.
Ancora, quando non ci si lasci distrarre troppo dall’apparente sconclusionatezza del progetto e la sua chincaglieria, è possibile apprezzare gli appunti di Antufiev sull’arte russa, segnati a matita lungo i corridoi o disposti in agguato nel lettering dei pannelli espositivi; se ne ricava, tra l’altro, la celebrazione di un grande irregolare come Pavel Filonov e rimandi a quello straordinario fenomeno teorico-mistico che è stato il Cosmismo, il cui concetto di “museo immortale” – volto a mantenere in vita grandi esseri manifestatisi nel passato – si rinviene a ben vedere anche al fondo della mostra di Antufiev.

Winzavod, Mosca, settembre 2015 - photo Luca Arnaudo

Winzavod, Mosca, settembre 2015 – photo Luca Arnaudo

ANCORA ANTUFIEV, MA IN GALLERIA
Sosteneva a metà Ottocento il poeta e diplomatico russo Fëdor Tjutchev che la Russia non può mai intendersi razionalmente, al più vi si può credere – il che spesso avviene con un trasporto e una generosità sconcertanti per chi russo non sia. Personalmente, ho creduto di scorgere una simile dismisura nel lampo di un signore gentile che mi ha raccontato dei suoi viaggi solitari nelle foreste russe per suonare lo scacciapensieri (di cui mi ha dato una dimostrazione estemporanea nel frastuono della metropolitana di Mosca), di un’artista di strada incontrata lungo l’Arbat che, sapute le mie origini, si è messa a declamare un italiano petrarchesco, o ancora di un guardiano che, in piena notte, mi ha invitato a bere dentro un cortile che ho poi scoperto essere quello della casa-museo di Michail Bulgakov.
L’impostazione risonante e multiversa dell’arte di Antufev si associa confusamente a queste percezioni, anche quando si trasferisca dagli spazi istituzionali di un museo a quelli post-industriali di Winzavod, il distretto artistico moscovita ricavato da una vecchia distilleria. In concomitanza con quella al MMOMA, la Regina Gallery ospita infatti un’altra personale di Antufev, Seven Underground Kings or the Brief History of the Shadow, omaggio dell’artista alla misteriosa cultura scito-siberiana e all’umbratile potenza dell’ambra.
L’esito è di grande impatto scenografico, con una serie di sculture lignee a cavallo tra l’artigianato e il rito, a cui si combinano con estro etnografico-patafisico maschere e coltelli, installazioni di stoffe e cumuli di resine fossili.

LA BIENNALE DI MOSCA
L’apparente sprezzatura della mostra, ad ogni buon conto, non basta ad annullare l’impressione di un’operazione ambiziosa da parte di (e intorno a) Antufev. In effetti, il comunicato stampa della galleria si premura di segnalare che l’esposizione rientra nel programma parallelo della quarta Biennale d’arte contemporanea di Mosca. I curatori di quest’ultima, a leggerne le dichiarazioni, sono molto interessati a “Come riunirsi? Agire nel centro di una città nel cuore dell’isola di Eurasia”, con contorno di questioni su “spazio pubblico” e “un presente diverso” lasciate a ospiti in programma del calibro di Rem Koolhaas, Saskia Sassen, Yannis Varoufakis.
Mentre lo star system global-culturale così seriamente discute su come aggregarsi e che fare, un artista russo è intanto in attesa di giudizio per quanto ha già in prima persona compiuto.

Petr Pavlensky, Carcass, 2013

Petr Pavlensky, Carcass, 2013

LA RADICALITÀ DI PETR PAVLENSKY
L’esperienza di Petr Pavlensky (San Pietroburgo, 1984) risulta, nella sua clamorosità, esemplare di quell’inafferrabile grandezza dello spirito russo a cui si accennava, così come di una fede nelle proprie responsabilità di individuo e artista che rende le vacuità da biennale appena trascritte ancora più insopportabili del solito. Discendente dichiarato di quell’azionismo moscovita che negli Anni Novanta – in particolare per merito di artisti come Alexander Brener o il collettivo E.T.I. – catapultarono l’arte russa nell’agitazione della contemporaneità, Pavlensky ha avviato dal 2012 una strategia di radicalità tanto sconcertante da essere risultata finora ingestibile da parte delle cosiddette forze dell’ordine.
Per protestare contro l’arresto delle Pussy Riot, l’artista si è presentato con la bocca cucita davanti alla cattedrale di San Pietroburgo, per opporsi alle nuove leggi di discriminazione omosessuale è rimasto nudo in un bozzolo di filo spinato davanti all’assemblea legislativa, per contestare l’apatia della società russa e la repressione mentale operata tramite la psichiatria si è inchiodato per lo scroto sul selciato della piazza Rossa e tagliato un orecchio in cima a un ospedale, in un crescendo di “azioni conseguenti” dinanzi a cui la polizia accorsa sul loro luogo è rimasta ogni volta disarmata, senza sapere come agire, mentre le successive perizie psichiatriche ordinate sul loro autore ne hanno regolarmente confermato la sua piena capacità d’intendere e volere.

PAVLENSKY IN TRIBUNALE
L’aver inscenato nel febbraio 2014, in parallelo agli eventi di piazza Maidan, una replica delle barricate e dei fuochi della rivoluzione ucraina su un ponte di San Pietroburgo è costato all’artista un’accusa di vandalismo, per la quale rischia una condanna a diversi anni di carcere. Il processo è iniziato da pochi giorni: nel frattempo, Pavlensky ha rifiutato i benefici di un’amnistia per non riconoscersi in tal modo colpevole, allo stesso modo in cui ora sta mantenendo un totale silenzio nel corso delle udienze per non legittimare quello che ha qualificato come “un rituale burocratico”.
Questo silenzio amplifica ulteriormente la forza della voce dell’artista, all’origine di una vicenda la cui enormità si stenta a rendere sulla carta, degna com’è di fronteggiare le pagine di Dostoevskij dedicate al grande inquisitore. Quando, nel corso degli interrogatori di polizia seguiti all’arresto, Pavlensky ha parlato, le sue parole hanno infatti indotto l’investigatore assegnato al caso, Pavel Yasman, a dimettersi dalla polizia, quindi a richiedere una licenza da avvocato per difendere personalmente l’artista in tribunale.
Una trascrizione delle discussioni tra i due, registrate furtivamente da Pavlensky, è stata riversata in Rete. Nella sua ricchezza straordinaria di temi, riflessioni e toni, tale documento da un lato marca chiaramente la distanza d’intenti tra l’azionismo politico di Pavlensky e lo show business incentrato sul
dolore fisico a cui il sistema dell’arte ci ha abituati ormai da decenni, dall’altro costituisce una testimonianza di rara luminosità e magnitudine di quanto tramite le proprie azioni, come dichiarato di recente dall’artista, si possa “disturbare la narrativa dominante” e “seminare i semi del dubbio”. Testimonianza, una volta individuata nell’oscurità circostante, da cui è bene non distogliere lo sguardo.

Luca Arnaudo

 

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