Collezione Maramotti. Dove si uniscono industriale e immaginario

Collezione Maramotti, Reggio Emilia – fino al 24 aprile 2016. Una collettiva a tema mette alla prova l’esistenza dell’“Industriale immaginario”. L’esito conferma l’ipotesi: esiste eccome. A dimostrazione, una schiera di artisti più che agguerrita.

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Andrea Zittel, A-Z Wagon Station customized by Hal McFeely 2003 - photo Anna Fornaciari

Andrea Zittel, A-Z Wagon Station customized by Hal McFeely 2003 – photo Anna Fornaciari

QUANDO L’ARTE S’INDUSTRIA
Indagare le matrici dell’arte contemporanea è un compito arduo, ma con la mostra Industriale Immaginario la Collezione Maramotti ha centrato il bersaglio. Le opere selezionate hanno tutte un comune denominatore: l’esplorazione della ricerca artistica mediante la sinergia con la realtà industriale.
La prima sala propone una tela dell’artista americano Matthew Day Jackson, da sempre grande estimatore dell’utilizzo combinato di materiali naturali e artificiali. La scelta di servirsi di oggetti industriali di scarto ha una motivazione precisa: Jackson vuol dare loro una seconda occasione. L’utilizzo di materiali industriali e riciclati crea infatti una decontestualizzazione primaria dell’oggetto originale, che si trasforma poi da manufatto artigianale in opera d’arte.

ABITI DISMESSI E BOMBE ARTIGIANALI
Anche il dipinto di Peter Halley, Snap, ripropone una sinergica alleanza con la realtà industriale, attraverso la scelta e l’utilizzo dei colori Day-Glo e i Roll-a-Tex, tipici non della pittura tradizionale, ma del settore dell’edilizia. La ricerca dell’artista finlandese Kaarina Kaikkonen prosegue in una direzione simile a quella dei colleghi, aggiungendo però un tocco nostalgico: capi di abbigliamento di massa diventano i protagonisti della sua installazione, rievocando storie che invitano a una riflessione sulla perdita individuale e collettiva.
I Cuciti a macchina di Nuvolo e il trionfo del concettualismo di Vincenzo Agnetti cedono il posto alle opere di Laure Prouvost, Lara Favaretto, Annette Lemieux, Tom Sachs, Vincent Szarek e Gregory Green. Di grande impatto l’installazione della Prouvost, che si serve dell’inserimento di elementi fuori contesto, come i lamponi, per conferire quel tocco d’ironia indispensabile a cogliere il labile confine tra realtà e percezione. Non da meno le due opere di Green, autore di dispositivi artistici che sembrano bombe: l’obiettivo è la dimostrazione di quanto sia facile reperire su Internet le informazioni necessarie a creare ordigni esplosivi.

Gregory Green, Suitcase Bomb #31 (NY), 1996 - photo Anna Fornaciari

Gregory Green, Suitcase Bomb #31 (NY), 1996 – photo Anna Fornaciari

C.V.D.: L’INDUSTRIALE IMMAGINARIO ESISTE
La terza sala è dedicata interamente all’installazione di Paolo Grassino: Analgesia è un’opera che ripropone una scena primordiale e a tratti futurista grazie all’utilizzo della spugna sintetica che scolpisce la scultura in modo tridimensionale. Dal nero angosciante di Grassino al fascino irriverente di Kristof Kintera e della sua Small Factory: rievocando un linguaggio pop, ricrea una piccola industria per l’arredo domestico.
L’americana Andrea Zittel e l’italiana Elisabetta Benassi concludono la mostra: la prima proponendo la Wagon Station, che ricorda le unità abitative nomadi, creata attraverso l’utilizzo di materiali di recupero, la seconda indagando la realtà del lavoro artigianale, concentrandosi sul binomio oggetto/arte.
L’esito complessivo è la definizione di un processo di realizzazione dell’opera che passa attraverso la conversione dell’oggetto manifatturiero in arte: l’industriale immaginario esiste, eccome.

Anna Fornaciari

Reggio Emilia // fino al 24 aprile 2016
Industriale Immaginario
COLLEZIONE MARAMOTTI
Via Fratelli Cervi 66
0522 382484
[email protected]
www.collezionemaramotti.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/48219/industriale-immaginario/

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