Look Right! L’estate indiana a Londra, parte II

Questa mattina vi abbiamo regalato i must-have della settimana di Frieze. Ma ovviamente non è tutto quel che c’è da vedere a Londra. E infatti Martina Cavallarin, in questa seconda uscita di “Look Right!”, consiglia altri tour e altre location. Seguite pure lei.

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Le vetrine di Selfridge a Londra

Le vetrine di Selfridge a Londra

IL BIGNAMI DELLA GENTRIFICATION
Look Right, che se l’arte contemporanea da una parte è domanda aperta sul mondo, dall’altra è un bonificatore urbano e sociale per un approccio che si propone di dare efficacia alle politiche civiche.
In tutte le città, l’arte contemporanea serve a rigenerare le aree degradate immettendo schiere di talentuosi (o meno) giovani artisti che vi si parcheggiano con i loro studi; in seconda battuta la zona vede una crescita spontanea di altrettanto giovani gallerie sino a che il melting pot di transiti, opening, buffet in cui si mangia e beve male e poco si parla, arricchisce il tessuto sociale.
A quel punto entra in gioco con impassibile spietatezza la sperequazione edilizia, che caccia via tutti e vende a prezzi da capogiro case ed esercizi commerciali. Se vuoi comprare in un buon quartiere, guarda dove c’è uno Starbucks Coffee, marchio nato a Washington e che offre qualità di caffe arabico, e non sbagli. E non solo a Londra. Il grande magazzino Selfridge e le sue venti vetrine su Oxford Street sono il massimo della contemporaneità. Tutta la città ne parla, tutti vanno a vedere lo spettacolo floreale delle vetrine watch.

Antonio Riello, Rhino, 2015

Antonio Riello, Rhino, 2015

QUI E ORA: A LONDRA
Londra sempre rappresenta la massima eccellenza in tutti i campi, è l’esposizione internazionale per definizione, il luogo della velocità, della crescita bulimica, della sperimentazione senza sosta, della sostituzione rapida e necessaria. Hic et nunc / Now. Città figlia di quell’antico borgo che era solo un mercato e un ponte di legno sul Tamigi fin dal preromanico, ci dimostra con le vetrine di Selfridge che l’arte contemporanea deve stare in guardia, al massimo stato d’allerta.
Nel ristorante persiano Colbeh di Porchester Place, una laterale della multietnica Edgware Road, segnalato dal Times come il migliore della città del suo genere, Antonio Riello mi parla di tutto questo, e abbiamo lautamente cenato con 14 sterline.
Artista che indaga con sottile e ficcante ironia la cultura contemporanea e l’assetto sociale e antropologico della società, Riello, a Londra da cinque anni, ha la sua casa-studio nel medesimo isolato. La sua ultima produzione è affidata a una società londinese che produce mobili. I suoi oggetti, creati con differenti materiali, si pongono come una sorta di revisione delle modalità di formazione degli strumenti ordinari e – forse, anche – come innovazioni senza capo né coda che ci restituiscono un’inusitata e spiazzante lettura del mondo.

Frieze Magazine e il caro-affitti a Londra

Frieze Magazine e il caro-affitti a Londra

LA SCUSA DEL COSTO AL METRO QUADRO
Poiché a Londra, durante una qualunque cena, alla fine si finisce per parlare di costi di case al metro quadro, affrontiamo un tema appena lanciato dalla rivista Frieze e che trovo davvero nevralgico. Il titolo recita: “Can artists still afford to work in London? Frieze esaminerà i modi in cui gli artisti si stanno adattando all’aumento dei costi e alla riqualificazione nella capitale”.
Ebbene, forse è ora di finirla con i poveri artisti che non ce la fanno, neri come Calimero. Londra offre il massimo che si possa desiderare. A Londra il mercato funziona, si compra e si vende. Per questo motivo è meglio essere qui, per artisti, galleristi e critici, piuttosto che a Berlino. Gli spazi, intesi come luoghi a tre dimensioni, costano, ma per artisti volonterosi, intraprendenti, formatisi in istituzioni serie, e bravi, le possibilità sono tante tra residenze, borse di studio, atelier in cooperative e acquisto di materiali in store di qualità. È ora di finirla con il mito dell’artista bohèmien che non sa scrivere una mail decente, occuparsi del suo portfolio e magari trovarsi anche un mestiere part time che lo aiuti a prendersi cura, lui prima degli altri, del suo lavoro.

Alessandro Roma nel suo studio londinese

Alessandro Roma nel suo studio londinese

L’ESEMPIO DI ALESSANDRO ROMA
Lo studio visit ad artisti che a Londra stanno cercando una differente misura di ricerca e un atteggiamento più predisposto a travalicare i ristretti confini di appartenenze, geografie, cronologie, linguaggi, è un andare e tornare lungo il veloce Tube.
Lo studio di Alessandro Roma si trova dentro l’area dell’Acne, associazione che solitamente cede gli studi soltanto ad artisti che si formano alla St. Martins o alla Royal. Alessandro ce l’ha fatta comunque, ma non è stato facile: per gli inglesi, Brera non esiste. Partendo sempre da bozzetti che divengono in seguito libri d’artista e da disegni su carta, la pittura di Roma si sviluppa su tele di piccolo e medio formato. Il suo progetto è un processo aperto e mai finito, lirico e intenso. Le tele che usciranno dalla zona della Mile end station, luogo aperto che si affaccia su parchi sui quali incombono minacciose le sedi delle grandi banche mondiali, andranno direttamente nella nostra capitale per una mostra personale a febbraio alla Z2O Gallery.

Grazia Varisco in mostra alla Galleria Cortesi, sede di Londra

Grazia Varisco in mostra alla Galleria Cortesi, sede di Londra

DI ALCUNE MOSTRE FRA MUSEI E LATRINE
In una città in cui il dialogo è aperto e sempre possibile, m’incanta alla National Gallery il colloquio a distanza cronologica tra il baronetto Anthony Caro e l’Annunciazione di Duccio da Buoninsegna. Struttura e forma, architettura che si sviluppa e rientra nello spazio della stanza fino alle costruzioni della tela, dalla forma scultorea lignea alle linee del maestro del Duecento. Una mostra di questo tipo Sir Caro la fece già al Museo Correr di Venezia nel 2013. Insomma, noi italiani non arriviamo sempre secondi.
Da qui transitiamo per il quartiere con il più alto Pil della città, MayFair. Alla Cortesi Gallery la mostra di Grazia Varisco, 1960/2015. If…, a cura di Michele Robecchi, è un capolavoro di equilibrio, struttura e maestria della grande artista italiana, esponente di rilievo dell’Arte cinetica e programmata, e membro del Gruppo T.
Cambiamo radicalmente scenario spostandoci a Kennington Lane 180, nei pressi dell’IWM North, Imperial War Museums, per la mostra underground per eccellenza: My mates from the PUB, serie di ritratti fotografici realizzati da Darren Evans, a cura dell’artista Kosha Hussein. Antistante al vecchio pub Old Dog, una scala scende in un’ex latrina comunale prestata all’associazione ARTSLAV. Qui – tra bagni, lavandini, fiori e candele – le pareti di mattonelle bianche, che avranno visto cose irraccontabili, accolgono una selezione di foto d’interessante qualità che abitano l’angusto spazio riconvertito per il tentativo rigenerativo che solo l’arte contemporanea ha il dono di saper compiere.

Martina Cavallarin

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