La prima di Andrea Lissoni alla Tate Modern. Da Londra immagini della rassegna sul cinema sperimentale e d’artista italiano: tra Pop Art e Arte Povera

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Ugo Nespolo, Boettinbianchenero, 1968, still da film. Courtesy Archivio Fotografico del Centro Sperimentale di Cinematografia, Cineteca Nazionale e Archivio Nazionale Cinema Impresa

Ugo Nespolo, Boettinbianchenero, 1968, still da film. Courtesy Archivio Fotografico del Centro Sperimentale di Cinematografia, Cineteca Nazionale e Archivio Nazionale Cinema Impresa

Pop art e arte povera non erano due mondi separati, ma il primo era in realtà strumentale rispetto all’esistenza dell’altro”. Se Flavia Frigeri, curatrice d’arte internazionale alla Tate Modern, considera i legami tra i due movimenti in Italia in relazione all’arte di Pino Pascali, la Tate Modern analizza i contatti tra le due correnti nell’Italia del boom economico e culturale: e lo fa, in modo innovativo, studiando il cinema sperimentale. Il tutto a cura di Andrea Lissoni: di cui ieri vi parlavamo in occasione della sua ultima mostra all’Hangar Bicocca, quella di Philippe Parreno, mentre ora lo ritroviamo al debutto come curatore di arte internazionale e film del museo lungo il Tamigi. Una tre giorni di proiezioni, titolo Se l’Arte Povera fosse Pop: cinema d’artista e sperimentale in Italia tra gli anni 1960–1970, ospitata allo Starr Auditorium della Tate Modern: con film sorprendenti, purtroppo ancora poco noti al grande pubblico di ogni latitudine. Il progetto, parte di Tate Film, è stato un tandem tra il museo e l’Istituto Italiano di Cultura di Londra, il Centro Sperimentale di Cinematografia, la Cineteca Nazionale e l’Archivio Nazionale Cinema Impresa, supportato da LUMA Foundation.

ARTISTI E AUTORI TRA IL POLO ROMANO E QUELLO TORINESE
Partendo dall’indagine sulle connessioni tra i mondi artistici di Torino e Roma, a cavallo tra i decenni dell’accelerazione economica italiana di quegli anni, si sono succedute proiezioni di film d’autore, video d’artista e corti home-made; il tutto a contatto con le due grandi tangenti di Arte Povera e Pop, osservando artisti e autori tra il polo romano e quello torinese che videro il farsi leggendario dell’arte del tempo. Fra sezioni quali Il vento del nord e La scuola di Roma, in rassegna momenti gioiosi, critici e disincantati, fra realismo, utopie e distopie: da Buongiorno Michelangelo (1968) di Ugo Nespolo, documentazione di alcuni momenti quotidiani di Michelangelo Pistoletto, tra cui l’azione dell’artista con un’opera mobile tra le vie di Torino, a film sperimentali meta-cinematografici, come Trasferimento di modulazione (1969) di Piero Bargellini: una pellicola originariamente alterata chimicamente, destinata all’autodistruzione. Diversi riferimenti a storia dell’arte e letteratura: da Voy-age (1964) di Giorgio Turi e Roberto Capanna, fra costruttivismo, cinema sovietico e neorealismo, a Se l’inconscio si ribella (1968) di Alfredo Leonardi, felice incontro tra documentazione di performance teatrale (Living Theatre) e avanguardia musicale.

CI SONO ANCHE I PROMO DI OLIVETTI, TRA IL ’69 E IL ’70
“L’immaginario al potere” è il filo rosso che informa la psichedelia di molti esperimenti, tra cui Orgonauti, evviva! (1968-1970) di Alberto Grifi e Il mostro verde (1970) di Tonino De Bernardi. Forti anche voci critiche espressive vis-à-vis posizioni identitarie emergenti, tra cui Dissolvimento (1970) di Pia Epremian, intrecciato al soggetto femminile. Simile per vocazione Hermitage (1967) di Carmelo Bene: tra fustigazione ironica della tradizione, passione per il classico e ricerca coloristica, la fine tragica dell’artista drammatico coincide con la decostruzione dell’ego narcisistico, in modo così eccentrico da far uscire spettatori dalla sala. Simili per straniamento e freschezza i promo di Olivetti, tra il ’69 e il ’70, informati di un minimalismo visivo e musicale degno di Fluxus, John Cage e delle nuove frontiere delle arti visive del tempo.

Elio Ticca

 

 

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