TAMassociati. Parlano i curatori del Padiglione italiano a Venezia

L’architettura è un lavoro collettivo e sociale. Uno statement chiaro per TAMassociati. Saranno loro a curare il Padiglione italiano alla prossima Biennale di Architettura di Venezia. E qui si raccontano ad Artribune.

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TAMassociati  - photo Andrea Avezzù

TAMassociati – photo Andrea Avezzù

TAMassociati è una realtà progettuale dall’identità molto chiara e forte, che fa della sua architettura un modo di essere, di vivere, di concepire la realtà e lo spazio che essa produce. Conta oggi quattro diverse sedi: oltre a quella storica veneziana, li possiamo trovare a Bologna, a Trieste e a Parigi. Taking Care è la loro parola chiave, “prendersi cura”, che al giorno d’oggi potremmo definirla come la migliore delle dichiarazioni d’amore per il proprio mestiere, per il territorio su cui quotidianamente interveniamo, per l’architettura come disciplina ma soprattutto come strumento, per migliorare la qualità di ciò che ci circonda e per costruire un presente a misura d’uomo.
Dopo numerosi e importanti premi ricevuti negli ultimi anni, dall’Aga Kahn nel 2013 per il Centro Salam in Sudan, al Zumtobel nel 2014 per l’ospedale pediatrico più sostenibile al mondo di Port Sudan, al premio Architetto dell’Anno nel 2015 (che sottolinea “la capacità di valorizzare la dimensione etica della professione“), ecco giunta una delle cariche più ambite da qualunque architetto italiano: la curatela del Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia 2016, sotto l’egida del suo direttore Alejandro Aravena.

TAMassociati, Ospedale cardiochirurgico a Khartoum - photo Massimo Grimaldi

TAMassociati, Ospedale cardiochirurgico a Khartoum – photo Marcello Bonfanti

Come nasce TAMassociati? Come si sono unite le vostre passioni e ossessioni nel delineare e costruire il vostro studio?
TAMassociati è figlio di un progetto culturale chiamato Utopica, nato nel 1985: un network internazionale di giovani architetti capaci di autoprodurre la prima rivista europea di architettura, con la leggerezza e la determinazione di voler cambiare lo status quo. Con questa premessa, il “marchio” TAM è cresciuto come un progetto collettivo, un laboratorio in cui sperimentare percorsi e progetti di architettura e comunicazione per il sociale.

Quali sono stati quei momenti significativi, quei progetti o quelle persone che hanno segnato in modo evidente il vostro percorso di crescita e hanno determinato dei cambiamenti nello studio come giri di boa?
Sono momenti che l’emozione imprime nella coscienza. Per citarne alcuni: l’incontro con Pierre Vago, che parla di suburbs a noi giovani studenti; con Manfredo Tafuri, che argomenta quando e se l’architetto possa essere indipendente; con Albert Viaplana, che spiega come si possa sempre reinterpretare il luogo in cui si vive; con Gino Strada, che pone il servizio agli altri come solo obiettivo, prima di ogni altra cosa. Diciamo che abbiamo una storia abbastanza lunga, che ci ha portato a credere che l’architettura sia un lavoro collettivo e sociale, e non altro.

TAMassociati, Ospedale cardiochirurgico a Khartoum - photo Massimo Grimaldi

TAMassociati, Ospedale cardiochirurgico a Khartoum – photo Marcello Bonfanti

Di solito siete conosciuti per i vostri lavori in Africa e con Emergency, ma avete realizzato e lavorato tanto anche in Italia, dal progetto di cohousing vicino Bologna alla sede della Banca Etica vicino Padova. Certamente lavorare nei territori d’emergenza apre a visioni, esperienze e sensibilità che cambiano il proprio approccio all’architettura, ma anche alla quotidianità. L’efficienza, la rapidità, la semplificazione diventano doti necessarie insieme all’importanza di trovare nuovi riferimenti estetici. Qual è il lavoro-manifesto del vostro pensiero sull’architettura?
Il tema dell’Africa è un senza dubbio un tema che colpisce le nostre coscienze, anche se viene troppo spesso narrato escludendo l’impatto che la modernità induce, ad esempio nelle grandi metropoli, nelle università, nella diffusione delle nuove tecnologie ecc. Nella nostra storia, l’Africa è parte di un progetto più ampio, che sicuramente ci ha aiutato a sviluppare alcune particolari attitudini progettuali, ma che vede l’origine nella scelta di operare per e con il mondo del non profit (o terzo settore, come diciamo qui in Italia).
Questa scelta ha sempre guidato i nostri lavori, obbligandoci a progettare con grande attenzione rivolta alle persone, al contesto, alle risorse locali. Cohousing sostenibili, banche di legno, piazze disegnate con i cittadini: sono tutte esperienze di pari valore per noi. Se dobbiamo proprio citare un esempio, possiamo farlo con un “incipit”: un giocattolo progettato per un concorso per l’infanzia, tenutosi a Trieste nel 1995. Un’aeronavemobile di legno. Serve e va dappertutto, proprio come l’architettura.

Tra le varie osservazioni che sono state fatte al tema proposto da Aravena per la prossima Biennale, c’è il timore che si punti lo sguardo solo al sud del mondo, come fucina di sperimentazione ed esempi. La vostra proposta apre invece ad altre possibilità. Qual è il “front” di cui parlerà il Padiglione Italia? 
Siamo ovviamente tenuti al riserbo, ma il problema del sud del mondo apre uno scenario globale, che appare come per osmosi in ogni angolo del mondo. La nostra attenzione sarà quindi rivolta alle “periferie dell’abitare”. Non luoghi specifici, piuttosto condizioni sociali, legate alle varie marginalità che un individuo può sperimentare: quella culturale, politica, economica ecc., marginalità tipiche di chi è costretto a vivere alla periferia dei diritti.
La prossima Biennale guarderà in quella direzione, ma non per compassione. Perché è in quella periferia che forse possiamo trovare energie, risorse e soluzioni per affrontare il futuro in modo creativo, non certo voltandoci a guardare da un’altra parte.

TAMassociati, Aeronave mobile, progetto di giocattolo per un concorso di infanzia a Trieste, 1995

TAMassociati, Aeronave mobile, progetto di giocattolo per un concorso di infanzia a Trieste, 1995

Oggi le parole chiave per il futuro sono la rigenerazione urbana, il riuso e il recupero, perché non è più possibile consumare altro territorio per costruire. Stiamo quindi assistendo a una stagione florida e interessante di progetti “dal basso”, in cui sempre più spesso ci si domanda quale sia il ruolo dell’architetto e dell’architettura come l’abbiamo intesa finora. In che modo l’architetto potrà farsi regista dei processi di costruzione delle città di domani?
L’architetto potrà essere ancora considerato un “costruttore di città” solo se sarà in grado di comprendere in modo innovativo i contesti e le opportunità con cui dovrà operare. Sarà un’attività sempre più orientata al “problem solving”, fortemente connessa ad ambiti multidisciplinari tra loro interconnessi. Pensiamo alla rivoluzione digitale, che le pratiche di eHealth introdurranno nella sanità futura: che ruolo avrà l’architetto nel disegnare quegli spazi, se non sarà in grado di comprenderli e visualizzarli?
Questo è solo un esempio, ma le questioni che l’architettura pone, quali ad esempio spazio, identità, comunità, connettività, densità, materialità, obbligheranno l’architetto a confrontarsi con nuove capacità e orizzonti.

I vostri lavori con la grafica, le animazioni e i fumetti sono strumenti fuori dal comune per uno studio di architettura. Trovare altri mezzi di comunicazione per trasmettere il proprio pensiero e allargarne la conoscenza e la comprensione a un ambito più ampio è una strada già percorsa anche da altri studi, ma nel vostro approccio c’è qualcosa che va oltre la mera rappresentazione di se stessi. Come siete arrivati alla grafica e al fumetto? Vedremo qualcosa di nuovo anche per la Biennale?
La ricerca e la sperimentazione nella comunicazione è sempre stata parte integrante del nostro Dna, ed è quello che ci ha sempre portati a essere fuori dal “coro” delle varie accademie. Le nostre scelte di linguaggio sposano spesso registri di libertà espressiva che appartengono a universi “emotivi” e “simbolici”, con un’accezione da intendersi nel solco del pensiero di intellettuali quali Mircea Eliade, antropologo, studioso delle religioni, scrittore e filosofo che ha dato molto al nostro modo di leggere il mondo.
Ci incuriosiscono i temi dell’alterità, e, nel nostro lavoro, ci piace molto disegnare finestre aperte, occhi che lasciano intravedere mondi “altri”, in cui si realizzi un’empatia tra chi guarda e la cosa che si osserva. Cercheremo di aprire questa finestra anche in Biennale.

Nuovi progetti?
La Biennale!

Simona Galateo

www.tamassociati.org
www.labiennale.org/it/architettura/mostra/

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