L’utopia delle immagini in movimento. A Mechelen

Nicola Setari racconta Contour, la biennale di immagini in movimento che si svolge a Mechelen, nelle Fiandre, fino all’8 novembre. Un percorso intorno a Tommaso Moro, con una storia che risale al 1500. E che torna, in alcuni casi, sulle tracce di Documenta.

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Contour 2015 - Thomas More, Utopia - photo (c) Kristof Vrancken

Contour 2015 – Thomas More, Utopia – photo (c) Kristof Vrancken

Quando nasce il tuo progetto per Contour?
Circa due anni fa, quando ho partecipato alla shortlist. In quell’occasione ho potuto visitare la città e capire bene il contesto. Come biennale ha infatti il focus di cambiare i luoghi in cui si realizza e in virtù di questo è fondamentale capire bene la città e quali potenziali location utilizzare. Alcune, naturalmente, sono ricorrenti, ma ogni mostra ha conquistato la sua fisionomia. Il nome stesso Contour gioca sull’idea del tour nella città ma anche del contorno dell’opera.
Visitandola a maggio 2013 quello che mi ha colpito di Mechelen – che nel Cinquecento è stata una grande capitale europea, scelta come sede dell’alta corte dei Paesi Bassi, sotto Margherita d’Asburgo e Maria D’Austria – è la sua architettura, che porta le tracce di questo suo periodo d’oro. Ha una grande quantità di edifici patrimonio storico, ma a livello turistico è meno sugli itinerari. La biennale è infatti nata per riqualificare anche a livello identitario la città. E come sempre in tal senso, l’arte contemporanea è linfa vitale.

Come si è sviluppato invece il tuo concept curatoriale?
Nel mio progetto, nello specifico, quello che mi ha interpellato della città è una serie di cose. Una, facendo poi ricerche, è la città dove Tommaso Moro cinquencento anni fa ha soggiornato per diverse settimane, in un edificio molto importante. E nel suo soggiorno nelle Fiandre, tra Mechelen e Anversa, ha scritto un’ampia parte del suo libro Utopia.
Il tema dell’Utopia è un tema classico, anche dell’arte contemporanea, le mostre che affrontano questo tema si moltiplicano, ma raramente c’è un legame con Moro, l’autore del libro che ha originato le riflessioni in corso. Poter fare una biennale nel luogo dove il testo è stato concepito per me era particolarmente significativo.

Contour 2015 - Gilberto Zorio, È Utopia, la realtà, è rivelazione - photo (c) Kristof Vrancken

Contour 2015 – Gilberto Zorio, È Utopia, la realtà, è rivelazione – photo (c) Kristof Vrancken

Come si è collegato questo tema alla progettazione di una biennale dedicata alle immagini in movimento?
La domanda richiede una ulteriore premessa. La biennale si è evoluta in maniera molto rapida: è nata come una mostra d’arte e video, ma nel tempo è andata a includere la performance, il film d’artista, le slide, una molteplicità di modalità espressive non riducibili alla videoarte.
Concretamente, la questione si è posta non tanto in termini di trovare artisti che hanno realizzato utopie personali in formato video, quanto un invito agli artisti a rileggere Moro (quasi tutte le opere sono state realizzate appositamente per la biennale) in una chiave di lettura per me molto importante, quella dell’ironia e della dimensione satirica del libro. Moro lo scrisse per criticare l’Europa del 1500, questo era un invito a riflettere sulla dimensione europea attuale.

E quali sono stati i modi di lettura?
Una delle maniere più letterali l’ha presentata Nedko Solakov: quindici anni fa ha realizzato un’opera intitolata Enciclopedia Utopica e in questi tre tomi ha raccolto diverse voci tradotte in disegni e collage, riferiti sia al testo di Moro, con commenti molto ironici, sia alla realtà del regime socialista nella Bulgaria da cui proveniva. Per Contour ha ripreso in mano questi libri e ha fatto un video con se stesso che rilegge il Solakov degli Anni Novanta e che commenta i suoi commenti, in un gioco di specchi che richiama molto il gioco di specchi del testo di Moro.
In altri casi, il legame tra utopia e distopia è stato protagonista. Sander Breure e Witte van Hulze si sono ad esempio ispirati alla terribile storia di Utoya, l’isola norvegese, dove Brevik sbarcò facendo una strage rivendicando valori di ultranazionalismo e di un’Europa conservatrice. Il loro film è dedicato a Utoya ma anche ai tentativi dei migranti di sbarcare. Il tema dell’utopia, il raggiungimento di un’isola idilliaca, si oppone alla distopia dell’altro evento. Fabrice Hyber ha raccolto le utopie dei cittadini di Mechelen e tradotto in un video le esperienze, in un set molto curioso, Tv Moore, in omaggio a Moro, un set televisivo dove le persone possono guardare le immagini in movimento, ma anche fare degli esperimenti di “telepatia”.

Contour 2015 - Nedko Solakov, Encyclopaedia Utopia - photo (c) Kristof Vrancken

Contour 2015 – Nedko Solakov, Encyclopaedia Utopia – photo (c) Kristof Vrancken

Le grandi biennali dimostrano la criticità di fruizione del video d’arte in contesti espositivi molto ampi, con molte opere. Come avete risolto questo problema?
Questa è una domanda importantissima. La visita alla mostra dura circa quattro ore, tra gli spostamenti e una fruizione accettabile delle opere. Solo il lavoro di Solakov dura un’ora e un quarto, se si vuole vederlo tutto. Tuttavia, come riflessione generale direi che chi visita Contour riscontra una assenza voluta di eccessivo dialogo. Non occorre immergersi in un contenuto nel quale bisogna percepire un inizio o una fine. Sono opere frammentate la cui esperienza comincia e finisce con la fruizione stessa. A parte alcuni casi, legati soprattutto a quegli artisti che lavorano con il mondo del cinema, dove un inizio e una fine sono richiesti.
Abbiamo provato a calibrare le sedi: le prime tre non hanno quasi alcun testo da seguire, sono anche immagini senza audio. Mentre nelle altre due è richiesto maggiore impegno. Si è cercato quindi di creare un equilibrio tra il tipo di impegno che per ogni sede è stato richiesto allo spettatore, tanto che la biennale ha raccolto molto entusiasmo.

In che modo la tua esperienza a Documenta ha ispirato questo progetto?
Sicuramente nell’impostazione: le opere non sono uno strumento per esplicitare una tesi, ma una esplorazione condivisa tra curatore e artista. L’altra cosa, quella più evidente, sono tornato a lavorare con alcuni artisti come Ana Prvački e Rabih Mroué, che ho incontrato proprio a Kassel e che poi ho coinvolto nuovamente in Contour.

Santa Nastro

www.contour7.be/

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