Amy Winehouse e Janis Joplin. Due vite, un solo destino

Due film escono quasi in contemporanea nelle sale italiane. Ed entrambi raccontano di donne, di musiciste che crollano dopo il successo. Con risultati – dal punto di vista cinematografico – parecchio diversi.

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Amy di Asif Kapadia

Amy di Asif Kapadia

L’ERA DEI BIOPIC
Una volta c’erano i film musicali, come The Wall e Live at Pompei dei Pink Floyd. Poi sono arrivati i film biografici sulle star della musica come The Doors di Oliver Stone, fino a Jimi: All Is by My Side di John Ridley.
Questo è il tempo dei documentari, come dimostrano Amy e Janis. I due film escono nelle sale italiane a pochi giorni di distanza. Il primo presentato a Cannes e il secondo visto a Venezia. Raccontano della vita e della morte di due grandi voci tragicamente divorate da quel fatale mix di successo, sensibilità e abuso che ha tolto la vita a molti poeti del rock, spesso 27enni.

AMY: UN FILM GOSSIPPARO
I due film scorrono in parallelo, a rappresentarle non vi sono attrici ma le stesse dive maledette: in carne, ossa e nervi. Amy di Asif Kapadia racconta Amy Winehouse, la voce soul che in pochi anni ha stregato un mondo ormai culturalmente globalizzato anche grazie alla pop music.
La ragazzina ebrea, che fuma spinelli con le amiche e intona canzoni con fare disinvolto e casalingo, apre un film commovente, al limite dello strappalacrime. Gli homevideo del suo amico del cuore Nick Shymansky raccontano la giovane Amy alle prese con i primi successi: dai palchi dei locali londinesi alla prima etichetta. Amy ha voglia di cantare ma non vuole il successo. “Se avrò successo, morirò”, vaticina scherzando nel suo inglese un po’ svogliato.
Arriva Black to Black, che porta con sé cinque Grammy Award; la sua vita cambia drasticamente. Sul versante dell’amore le cose non vanno meglio: la sua storia con Blake Fielder-Civil, che sposerà e lascerà dopo cinque anni di abusi, è una discesa all’inferno.
Peccato che questo aspetto della vita di Amy, per quanto importante, venga seguito con troppa ostinazione. Il film si attorciglia su se stesso, seguendo quel giornalismo gossipparo che su Amy si è concentrato come su pochi altri. Mentre l’artista perde se stessa, il film anche, e diventa una specie di cronaca delle disintossicazioni e ricadute della star. Malgrado sia un film da vedere, Amy non coglie l’occasione per approfondire i metodi di lavoro e i processi creativi di una voce che è stata anche un cuore e un cervello, in grado di scrivere versi divertenti e tragici, profondi e stralunati.
Bisogna andare al Michael Jackson ritratto da Spike Lee in Bad, presentato a Venezia nel 2012, per conoscere come funziona il genio musicale di una star lasciando perdere il biografismo sensazionalista. Oppure, saltando di genere, affidarsi al deliziosamente sperimentale I’m Not There di Todd Haynes sulla figura di Bob Dylan, premio Speciale della Giuria a Venezia nel 2007.

Janis di Amy Berg

Janis di Amy Berg

JANIS: L’EROINA E IL DOLORE DEGLI ALTRI
Meglio, in questo senso, è Janis. Il documentario diretto da Amy Berg sulla breve vita e la folgorante carriera di Janis Joplin usa come fil rouge non i tabloid e i paparazzi, ma le lettere che Janis scriveva a genitori, sorelle e amici per raccontarsi, scusarsi e progettare il proprio futuro.
I filmati d’archivio sono la spina dorsale di un film che fa recitare Janis in persona. La si vede, ironica, nei talk show dell’epoca, trattata come uno strano essere da deridere e temere. La si vede intervistata a Berlino, più euforica delle sue fan. La si sente cantare al festival rock di Monterey. Proprio lì, nel 1967, avviene la svolta. Ma prima c’è la storia di una ragazzina cresciuta in una famiglia borghese a Port Arthur, Texas, con un cattivo carattere e tanta voglia di riscattarsi con la musica. Janis è una ragazza rock in un mondo country, non può durare. Si tratta di una differenza culturale e quasi antropologica. La misura si colma quando i suoi compagni di liceo la eleggono The Ugliest Man on Campus dell’anno, pubblicando la sua foto sulla rivista della scuola; un modo crudele per cambiare il destino di quella che diventa da lì a poco la voce blues-rock più amata d’America.
In cerca di consanguinei, Janis va Austin, dove canta nei bar, crea risse e fa il blues imitando Odetta. L’anno dopo, nel 1963, si trasferisce a San Francisco, dove pratica la folk music. Dylan è il suo idolo e quando s’incontrano lui le dice “diventeremo tutti famosi”. Si fa di Lsd e vede in Otis Redding un modello assoluto. Arriva il Monterey Pop Festival del 1967: un evento. La Columbia Records mette sotto contratto i Big Brother & the Holding Company di cui Janis è la front woman: è l’inizio della fine, il decollo verso vette dalle quali, se cadi, ti perdi. Janis diventa una figura pubblica, vince dischi d’oro, vola in vetta alle classifiche; dimora per un periodo al non proprio “drug free” Chelsea Hotel di New York; fa il sold out alla Albert Hall di Londra e canta a Berlino. Ma assume eroina dopo ogni concerto, fino a che arriva il giorno in cui si buca prima di andare sul palco, proprio come farà Amy Whinehouse quarant’anni dopo. Destini paralleli.
Per togliersi dal giro, Janis vola a Rio per vedere il Carnevale: un viaggio beatnik da cui trae una storia d’amore quasi salvifica con David Niehaus. “Riusciva a sentire il dolore di tutti, non aveva filtri, per questo si faceva”, ricorda David. Il successo continua, la droga ritorna. I produttori le chiedono di lasciare i Kozmic e diventare solista. La Full Tilt Boogie Band sarà finalmente “la sua” band. Ma la solitudine si fa strada e il 4 ottobre 1970 la sopraffà in un hotel di Hollywood sotto forma di una dose mortale di eroina.

ABUSI, DI DROGHE E IMMAGINI
Quarant’anni dividono Janis e Amy, ma l’una e l’altra appaiono come due figure sorelle. Condividono lo stesso destino, per il quale il dono si fa condanna. Sono due persone “senza schermi”, due poetesse che vivono in due periodi storici molto diversi ma forse equivalenti. All’abuso collettivo di droghe del primo risponde l’abuso collettivo di immagini del secondo.

Nicola Davide Angerame

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