L’anoressia come modello? Su una copertina di Marie-Claire

Sarà anche “una sana taglia 38”, come ha scritto la direttrice del mensile, ma il modello è condivisibile? Magrissime mannequin sono espressione della moda da sempre. Ma il problema sta solo nella copertina di Marie-Claire? L’opinione di Clara Tosi Pamphili.

Print pagePDF pageEmail page

Sunny Harnett nel 1954

Sunny Harnett nel 1954

COME NASCE L’IMMAGINE DI MODA
Diamo un inizio alla rappresentazione dell’immagine della moda, decidiamo che la data è quella del 17 dicembre 1892, quando uno dei membri della migliore high society newyorchese, Arthur Baldwin Turnure, presenta il primo numero di Vogue. La rivista è una sorta di guida di stile per la ricca borghesia americana, per capire il comportamento aristocratico del vecchio continente e imitarlo. Da allora Vogue ha mantenuto questo ruolo, non più solo per l’America ma in tutte le sue edizioni mondiali, perseguendo un modello che non indaga solo sulla moda ma su tutte le arti e i fenomeni culturali.
Nasce così un modello di magazine che costituisce contemporaneamente l’informazione ma dà anche chiare indicazioni di stile con i modelli proposti, modelli di vita oltre che da indossare.
Il magazine, qualsiasi magazine, diventa una galleria dove il direttore decide e approva campagne: l’abbiamo visto nella riproduzione cinematografica di Anna Wintour (dopo Diane Vreeland, la più famosa e determinante direttrice di Vogue) quanto sia importante sia il nome che il numero di fotografi su cui si può contare.

UN MODELLO E LA SUA EVOLUZIONE
Inutile mentire: quel modello, l’imprinting della comunicazione di moda, nasce con l’intento di raccontare un Olimpo, un mondo di bellezza aristocratica anche inaccessibile, un modello di astrazione dalla realtà, un manuale di sopravvivenza nel quotidiano che aiutasse a sognare anche quello che non potremmo mai essere.
Lo scopo è talmente forte che coinvolge nomi di fotografi come Irving Penn, Edward Steichen, Annie Leibowitz, Herb Ritts, Deborah Tuberville, fino a Tim Walker. L’immagine proposta è quella di silhouette impossibili, scelte per rappresentare ed esaltare il segno del couturier stravolgendo canoni di realtà. Solo dagli Anni Settanta si inizierà a proporre un’immagine di donna vera, in un contesto culturale che premia la ricostruzione di una femminilità impegnata anche su lotte culturali, un corpo pensante anche ad altro.
Tutto questo per introdurre un concetto che sembrerebbe abbastanza chiaro, forse solo a noi addetti ai lavori, che trova ancora incomprensioni in chi guarda alla rappresentazione della moda.

La copertina incriminata di Marie-Claire

La copertina incriminata di Marie-Claire

LO SCANDALO MARIE-CLAIRE
La polemica sulla copertina di Maire-Claire apre un dibattito che a livelli alti si sviluppa avvicinando la moda a un fenomeno artistico e quindi libero da vincoli di guida alla vita di ogni giorno, e a livelli comuni e sociali evidenzia la miopia di chi pensa che la modella magrissima sia un problema.
Sappiamo benissimo che certe regole estetiche impongono condizioni allucinanti di vita per giovani ragazze che non mangiano e arrivano dall’Est non solo nei Paesi dove la moda esiste come possibilità di lavoro da decenni, ma soprattutto in quei nuovi mercati ancora impreparati. Le fashion week si sono moltiplicate in tutto il mondo generando opportunità senza controllo: se da noi si inizia a parlare addirittura di disabilità accettabile nell’immagine di moda, in quei Paesi si pensa solo all’immagine più stereotipata, magrissima ad ogni costo.
Se vogliamo pensare anche all’idea di danno come esempio, nessuno potrà negare quanto sia molto più pericoloso proporre modelli, su giornali e media, di corpi deformati dalla chirurgia plastica. Saremmo stati felici di tanta indignazione sul fatto che oramai il 60% delle giovani ragazze si sottopone a correzioni chirurgiche deformanti prima dei 25 anni.
Vorremmo che qualcuno indagasse sul fenomeno delle agenzie di moda che reclutano ragazze inadatte, intascando i soldi di servizi fotografici e corsi, senza dire subito che se sei alta meno di un metro e settantacinque ti scarteranno ai casting. Un fenomeno complesso che meriterebbe di essere affrontato come si fa punendo il doping nello sport.

Kate Moss a Milano

Kate Moss a Milano

MA È VERAMENTE UNO SCANDALO?
Alla fine tutto questo colpisce l’immagine di una taglia 38 e la copertina di un giornale che si è sempre distinto per la qualità dei suoi contenuti, un giornale di moda da “leggere” proprio per l’attenzione del suo direttore Antonella Antonelli a proporre storie e personaggi da guardare come esempi.
Andiamo a fondo, è giusto approfondire, ma partiamo dai pericoli reali dai modelli avallati per fare carriera politica, dalla lingerie che serve a “lavorare”, dalle bambine vestite sexy e dal tentativo di proporre una ragazza inquieta e magrissima forse per l’ostinazione di mostrare un essere pensante, anche se sofferente. Forse non ve ne siete accorti, ma in questo mondo si soffre e il modo per dirlo nella moda e in quella copertina è anche quel viso malinconico più che la sua taglia.

Clara Tosi Pamphili

www.marieclaire.it

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community
  • lois_design

    Sono perfettamente d’accordo con l’autrice dell’articolo. Sempre più spesso ci si scalda per argomenti marginali di un mondo che implode. Come al solito si guarda il dito e non la luna.