Ai Weiwei pubblicherà le sue memorie nel 2017. La sua vita da artista dissidente e quella del padre, assieme per un dissenso intergenerazionale contro il governo cinese 

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Ai Weiwei - photo Gao Yuan

Ai Weiwei – photo Gao Yuan

Ne ha di cose da raccontare Ai Weiwei. Non stupisce, dunque, l’annuncio di qualche giorno fa dell’uscita del suo libro di memorie, prevista per la primavera 2017, in America, Gran Bretagna e Canada. 58 anni e alle spalle una serie di vicissitudini personali inscindibili dal suo lavoro come artista e attivista, Ai Weiwei pubblicherà l’autobiografia per il Crown Publishing Group, divisione del colosso editoriale americano Penguin Random House.
Ma il libro non ripercorrerà a ritroso soltanto la sua storia personale, compresi i famosi 81 giorni sotto chiave, imposti dalle autorità cinesi: l’intenzione dell’artista è di raccontare le vicende altrettanto travagliate del padre, Ai Qing, poeta di mestiere, che negli anni Trenta fu imprigionato dal governo per il suo fare rivoluzionario – tale padre, tale figlio – e tre decadi dopo fu spedito ai lavori forzati nel deserto del Gobi dal regime di Mao, dove visse con la sua famiglia e Weiwei, allora bambino.
Nella storia che si ripete, l’artista avrà occasione di tracciare il corso degli eventi del suo Paese nell’ultimo secolo, di riferirli attraverso il suo vissuto, di ribadire il dissenso e raccontare “la lotta per la libertà individuale in questa società datata”. “La storia dei totalitarismi – spiega Ai – è caratterizzata dai continui tentativi dello stato di distruggere le memorie individuali.” Di annullare la libertà del singolo per il supposto bene della collettività. Pubblicare una biografia diventa così un atto profondamente politico. Di quelli, però, che intendono contribuire a scrivere la storia e non finire nelle pagine di un quotidiano che domani sarà solo cartastraccia. Il libro, ovviamente, non sarà distribuito in Cina.
Intanto prosegue – sino al 13 dicembre – la grande retrospettiva dedicata ad Ai Weiwei alla Royal Academy of Arts di Londra, inaugurata un paio di mesi dopo la restituzione del passaporto all’artista da parte del governo di Pechino.

– Marta Pettinau 

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  • Whitehouse Blog

    Qualcuno mi può spiegare cosa abbia mai fatto di veramente dissidente Weiwei nei confronti della Cina? Perché se io domani vado in Corea del Nord e inizio a criticare il dittatore (cosa abbastanza facile essendo un regime dittatoriale) divento anche io un artista dissidente? Perché dalle opere di Weiwei questa “dissidenza” non emerge! Anzi un totale allineamento con la pratica dada, tra Duchamp e Arman (1917- anni 60). Sembra che questo rosario del suo essere dissidente sia semplicemente un modo per far lievitare i prezzi nelle gallerie in cui l’artista espone sistematicamente, da new york a londra. Vogliamo parlare dei granchi, degli sgabelli che volavano, delle biciclette impilate, dei semi di girasole, degli alberi rifatti con vecchi legni, del dito medio verso il palazzo del potere???? Siamo al ridicolo.