È morto Franco Interlenghi, il bambino di Sciuscià

È morto Franco Interlenghi, fra gli attori più importanti del Neorealismo e non solo. Era il ragazzino di Sciuscià, era il Monaldo dei Vitelloni, era...

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Vittorio De Sica, Sciuscià (1946)

Vittorio De Sica, Sciuscià (1946)

Alberto: Ma chi sei? Moraldo: Moraldo.
Alberto: Chi sei? Moraldo: Moraldo.
Alberto: Non sei nessuno, tu. Non siete nessuno
Tutti, tutti quanti. Tutti… ma sì, che vi siete
Messi in testa voi, che vi siete… E lasciami,
lasciami: mi fate schifo, mi fate…
Federico Fellini, I vitelloni (1953)

RICORDI DI UN RAGAZZINO
Con Franco Interlenghi (29 ottobre 1931 – 10 settembre 2015) se ne va il volto prima adolescente e poi maturo del Neorealismo. L’esordio da attore avvenne infatti con Sciuscià (1946) di Vittorio De Sica, in cui – quindicenne “preso dalla strada” – interpretava Pasquale, figlio della guerra dal destino tragico che con Giuseppe e gli altri compagni prova a sopravvivere come lustrascarpe nella Roma degli Anni Quaranta.
Nel luglio 1945 abitavo in via Palestro; giocavo con i miei amici davanti a una villa inglese che poi, nel ’48, fu fatta saltare in aria da un attentato terroristico. Facevamo giochi semplici, all’epoca non avevamo grandi mezzi a disposizione, ci tiravamo un pezzo di legno. Nel mio palazzo abitava un signore che frequentava il cinema, era un vecchio generico, si affacciò alla finestra del suo appartamento, forse perché strillavamo troppo, e ci disse: ma che state a fare qui? Andate a via Po, c’è Vittorio De Sica che cerca ragazzini per un film”, raccontava Interlenghi. Ci andammo e trovammo una fila che arrivava fino a piazza Fiume. All’epoca c’era una gran fame in giro e il cinema rappresentava una risorsa per svoltare la giornata, tutti provavano a infilarsi in un film, a fare le comparse. Finalmente, arrivato davanti a De Sica, mi chiese ‘sai fare a pugni?’, e io risposi di no. Lui disse ‘avanti un altro’ e ci rimasi malissimo. Allora mi rimisi in fila e, arrivato di nuovo il mio turno, mi fece la stessa domanda. E io: ‘sì, faccio a pugni con mio fratello, faccio a pugni con gli amici, vado a scuola di pugilato…’. De Sica disse ai suoi assistenti ‘prendete il numero di telefono’. E cominciò tutto così” (la Repubblica, 10 settembre 2015).
Anticipando il successivo Ladri di biciclette (1948), i dialoghi e la narrazione riescono a combinare gli elementi melodrammatici e patetici con gli aspetti documentaristici, il ritratto della difficile vita di strada e delle semplici necessità di questi ragazzi. Interlenghi incarna un’Italia che prova a superare faticosamente il trauma della guerra e del ventennio appena concluso – un mondo di innocenti che non possono essere ritenuti responsabili per tutto ciò che è accaduto, ma che pure attirano su di sé la colpa e la condanna.

LA MATURITÀ AL CINEMA
Dopo altre prove importanti, come Domenica d’agosto (1950) di Luciano Emmer e Processo alla città (1952) di Luigi Zampa, arriva il ruolo di Moraldo, alter ego del giovane Federico Fellini ne I vitelloni (1953): una compagnia di amici come tante altre nell’Italia speranzosa e poverina del dopoguerra, non ancora travolta dal boom, alle prese con le vicende di una vita fatta di irresponsabilità, abitudini, superficialità.
Di tutti gli amici, Moraldo è quello che costruisce un proprio percorso di crescita e di maturazione, sviluppando una coscienza della realtà in cui vive: sarà l’unico infatti ad avere il coraggio di lasciare la città natale, Rimini, per cambiare la propria esistenza e scoprire il mondo esterno. Gli altri dormono beatamente – e continueranno a dormire, cullati da sogni che non si realizzeranno mai e comodità illusorie. Per tutto il film, Moraldo-Interlenghi (comprensivo ma distaccato) accompagna questo suo romanzo di formazione con un’amarezza tipicamente Anni Cinquanta, una forma malinconica di ipercoscienza che anticipa e prefigura in parte quella di Marcello nella Dolce vita e di Guido in .
A questa altezza, dunque, Interlenghi non è più il ragazzino inconsapevole di ciò che ha alle spalle, ma incarna il giovane uomo che – ricordando con una sorta di serenità tragica – prova a costruire una vita e un tempo nuovo, guarda con fiducia e speranza davanti a sé, e si inoltra nell’Italia che sta per concretizzarsi.

LA CHIUSA CON ROSSELLINI
Conclusasi la fase storica del Neorealismo, dopo film come La provinciale (1953) di Mario Soldati, I giorni più belli (1956) di Mario Mattoli, Il cielo brucia (1957) di Giuseppe Masini e Giovani mariti (1958) di Mauro Bolognini, Roberto Rossellini lo chiama a far parte del cast de Il generale Della Rovere (1959), tratto da un racconto di Indro Montanelli, con il quale torna dopo la trilogia degli Anni Quaranta ai temi legati alla guerra e alla Resistenza. Segue la parte di Gino detto “er bella bella” ne La notte brava (1959) diretto da Mauro Bolognini e liberamente ispirato a Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini: in questo modo, Interlenghi si inserisce direttamente in uno dei tre filoni principali di ciò che possiamo definire “post-neorealismo” nel corso degli Anni Cinquanta e Sessanta, quello del “realismo espressionista” pasoliniano e testoriano (gli altri due saranno l’indagine dello spazio interno italiano e quello documentario). Al punto che, in un primo momento, l’attore avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Accattone.
Sempre Rossellini lo inviterà a interpretare il garibaldino Giuseppe Bandi in Viva l’Italia (1961), opera celebrativa del centenario della nazione: in questo modo il cerchio provvisoriamente sembra chiudersi, dal momento che la visione rivoluzionaria del regista si concentra sulla mitologia dell’unità e sui punti di origine dell’identità di un Paese, di cui Interlenghi – dopo aver interpretato con sapienza e delicatezza le fasi dolorose della ricostruzione – diventa ancora una volta uno dei volti chiave.

Christian Caliandro

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