Misteri e fuochi. Conversazione con Shirin Neshat e Shoja Azari

Questo weekend gli artisti Shoja Azari e Shirin Neshat insieme al compositore, musicista e cantante iraniano Mohsen Namjoo, danno vita al Teatro Margherita di Bari a una performance promossa dal Teatro Pubblico Pugliese, in collaborazione con il Museo Pino Pascali, nell’ambito del progetto Misteri e Fuochi. Ce la siamo fatti raccontare proprio da Shirin Neshat e Shoja Azari. Con qualche riflessione in più.

Come nasce questa performance e qual è il senso di questa collaborazione?
Noi siamo molto amici. Mohsen Namjoo è un compositore iraniano che conosciamo da molti anni. Tra l’altro adesso vive a New York e un giorno è venuto da noi con l’idea di un evento che fosse al tempo stesso visivo e musicale, quel tipo di musica che fa parte della sua ricerca e che pone una sorta di collegamento fra Oriente e Occidente. Attraverso questa transizione musicale è molto interessante il suo approccio concettuale, che sembra quasi “paralizzare” le culture. Qui, fondamentalmente, Mohsen suona della musica usando la sua voce, camminando in cerchio, con un rituale che ha origine nella cultura islamica. Abbiamo trovato molto interessante questa idea dal punto di vista artistico e abbiamo cominciato a riflettere su come avremmo potuto intervenire, creando un evento che mettesse insieme musica, video e performing arts. Così abbiamo chiamato Franco Laera, che è la persona con cui collaboriamo tutte le volte che abbiamo in mente un progetto di carattere performativo e che ci ha manifestato da subito interesse. Dopo qualche mese è nata la proposta di performare a Bari.

Shoja Azari, la musica ha un ruolo preponderante in questo progetto, grazie anche alla presenza di Mohsen Namjoo. Da quali presupposti muove la ricerca musicale che avete condotto?
Il concept musicale è molto astratto. Mohsen fa molta ricerca nel suo campo. In questo progetto, partendo dal presupposto che nella musica iraniana non esistono delle basi, Mohsen si è chiesto perché. Se guardi alle scale musicali nella musica persiana scopri che non ci sono basi, né vocali né strumentali. Namjoo che è un musicista, un vocalist e un lecturer su questi temi, ha scoperto che questa assenza è dovuta al fatto che la musica ha bisogno di mantenere un ritmo continuo. E questo è stato l’inizio della sua ricerca, aiutata anche dalla sua abilità di vocalist, esperto della tradizione persiana.

Shirin Neshat - Shoja Azari - Mohsen Namjoo, Misteri e fuochi - Teatro Margherita, Bari 2015 - backstage

Shirin Neshat – Shoja Azari – Mohsen Namjoo, Misteri e fuochi – Teatro Margherita, Bari 2015 – backstage

E le arti visive in che modo intervengono? Quale rapporto intrattengono con la cultura iraniana?
Ci siamo subito impegnati a capire come potevamo rendere visiva questa performance e questa ricerca sulla tradizione musicale in Iran. Una delle scoperte più affascinanti è stata, ad esempio, che la musica tradizionale iraniana si basa sulla lamentazione e quando siamo venuti qui, peraltro per un caso, grazie a Franco, abbiamo scoperto che la lamentazione delle prefiche affonda le sue radici anche in questa terra. E così abbiamo cominciato questo percorso insieme, che accomuna così tanto le due culture e le forme melodiche.

Nel corso della performance intervengono delle donne di Bari. Non sono attrici, sembrano più “selezionate dalla strada”. Ci raccontate come sono state scelte e quale è il loro ruolo nel tessuto narrativo dell’azione?
Franco ci raccontò che le donne anziane indossano spesso queste sciarpe nere e abiti scuri e sono spesso impegnate in questo tipo di preghiera molto ripetitiva. Ne sono rimasta molto affascinata perché sembrava di rivedere le donne iraniane. Così, questa “comunanza culturale” che abbiamo visto nella musica, nelle lamentazioni, l’abbiamo ritrovata anche nell’estetica, molto simile a quella islamica.
Nel corso della nostra ricerca, le donne pugliesi ci hanno mostrato come conducono i loro rituali… abbiamo capito di parlare lo stesso linguaggio. È stato tutto molto organico. Non si è trattato di un vero e proprio “casting”, quanto più di un botta e risposta. Credo che sia stato a tutti molto chiaro che avevamo qualcosa, che stavamo condividendo qualcosa. È un’esperienza umana molto bella, attraverso la musica, e risponde esattamente a ciò che volevamo. Non volevamo delle performer, ma qualcosa di realistico. Le persone non devono infatti recitare, ma essere esattamente chi sono. Non indossano costumi, ma i loro abiti, anche se rigorosamente scuri.

Shirin Neshat - Shoja Azari - Mohsen Namjoo, Misteri e fuochi - Teatro Margherita, Bari 2015 - backstage

Shirin Neshat – Shoja Azari – Mohsen Namjoo, Misteri e fuochi – Teatro Margherita, Bari 2015 – backstage

Shirin, in molte tue opere hai usato il tuo corpo come superficie. Com’è stare dietro le quinte?
Molto tempo fa usavo il mio corpo come superficie. Ho cercato in questa occasione di essere la persona che cammina intorno al cerchio. In questa performance abbiamo questa figura misteriosa che si muove intorno. Ma mi sento molto più a mio agio ad essere uno dei personaggi. Non mi sento molto a mio agio ad essere presente nel progetto. Negli ultimi vent’anni ho cercato di non essere più davanti alla camera ma dietro l’obiettivo.

Senza voler cadere nel gossip, ma come è collaborare artisticamente tra marito e moglie? Come vi influenzate a vicenda, Shirin?
Abbiamo cominciato a collaborare nel 1998 e… all’inizio c’è stata qualche turbolenza. Shoja era il cantante dei video che producevo. Nel tempo tutti i progetti che ho realizzato con le immagini in movimento erano in collaborazione con Shoja. Penso che negli anni abbiamo imparato che cosa abbiamo in comune e in che cosa siamo diversi e come lavorare insieme, non facendo compromessi sulle nostre idee e sulle nostre visioni, ma negoziando e capendo quali possono essere le nuove possibilità offerte dal nostro pensiero. È più come una danza. E sicuramente all’inizio è stato difficile perché prima entrambi lavoravamo individualmente e ora, per esempio, per me è fondamentale il suo punto di vista, il suo senso critico. Abbiamo imparato, non è facile. Abbiamo inoltre co-diretto Women without Men, che è stato un progetto molto intenso, il riadattamento del romanzo, e Shoja per esempio ha una grande preparazione in cinema e letteratura, è molto bravo a lavorare con gli attori e nello sviluppo della narrazione ed è più abituato al teatro di quanto lo sia io. Io sono molto più visiva… Ad ogni modo ci piace sentire il gap e non competere l’uno con l’altro. Una cosa è certa, quando c’è di mezzo una buona idea lo riconosciamo entrambi e sulle cose che non ci piacciono andiamo molto d’accordo.

Shirin Neshat - Shoja Azari - Mohsen Namjoo, Misteri e fuochi - Teatro Margherita, Bari 2015 - backstage

Shirin Neshat – Shoja Azari – Mohsen Namjoo, Misteri e fuochi – Teatro Margherita, Bari 2015 – backstage

E tu, Shoja, che ne dici?
Una delle cose che ho imparato, specialmente nei progetti complessi, che mettono insieme diversi piani di lavoro e di lettura, è che ciò che è veramente fantastico di Shirin è la sua abilità a discernere, a riconoscere qual è la cosa giusta da fare, il giusto momento, a trovare il discrimine tra bene e male. In questo è eccezionale. Lei sa benissimo cosa funziona e cosa no.

La tua ricerca, Shirin, si muove tra diversi media. Come declini il tuo lavoro a seconda dei mezzi che utilizzi e quali sono i tuoi strumenti adoperi?
Esteticamente la visione viaggia attraverso media differenti. In questa performance a Bari ad esempio il video è molto fotografico… certe idee possono essere ripetute a prescindere dalla forma, ma sicuramente ci sono dei cambiamenti. Ad esempio le videoinstallazioni sono sicuramente più astratte, nel cinema e nel teatro per un pubblico generalista devi sempre pensare a qualcosa di maggiormente tangibile, mentre nel mondo dell’arte sei più libero. La fotografia, per me, è il modo di catturare l’attimo e di rendere in quell’attimo l’anima della persona fotografata. Richiede una attenzione totalmente diversa ad esempio dalla performance, dove il tuo ruolo è di altra natura, anche rispetto al pubblico. Per semplificare, ogni forma ha le sue logiche, le sue regole, il suo pubblico, le sue collaborazioni, i suoi codici. Collaboro con gallerie, con produttori teatrali e cinematografici.
Penso che, senza dubbio, la visione dell’artista viaggia. L’artista naviga quando in ogni lavoro rispetta strumenti e forme senza sovra estimarne il ruolo. Quando cambi medium è una sfida, un esperimento, qualcosa di nuovo che stai inventando. Noi lo facciamo con attenzione e con coscienza, spesso dopo molte conversazioni e soprattutto con modestia. E penso che questa performance che stiamo realizzando a Bari è ricca di modestia, nel senso più poetico del termine e anche se il messaggio è fortissimo, non è complicata e per me lavorarci è stato vivere molti magici momenti, come una sorta di dono.

Santa Nastro

www.teatropubblicopugliese.it

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. È Responsabile della Comunicazione di FMAV Fondazione…

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