Milano Fashion Week, sulle tracce di nuovi talenti. Debutto con lode per Sergio Daricello. Dalla Sicilia un mix fra minimal e barocco

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Sergio Daricello - SS201

Sergio Daricello – SS2016

A coté delle autorevoli griffe, che nei giorni della fashion week milanese calcano le roventi passerelle, tanti sono i giovani brand che provano a giocarsi la partita. La fucina robusta del made in Italy non smette di mischiare alta sartoria e scouting, professionalità e ricerca, nuovi corsi e antiche tradizioni. Così capita, ogni tanto, di scovare l’intuizione che fa la differenza.
Sentiremo ancora parlare di Sergio Daricello? Presumibilmente sì. Siciliano, quasi quarantenne, ex direttore creativo per il marchio italo-giapponese Giuliano Fujiwara, Daricello inaugura nel 2015 il suo atelier palermitano. Qui disegna e realizza, con un piccolo team, la sua nuova collezione pret-à-porter (SS2016), presentata a Milano da Spazio Big Santa Marta. Finezze hand made, identità storiche e suggestioni architettoniche definiscono una serie di capi confezionati con spirito citazionista, rigore costruttivista e una certa sensualità mediterranea. Il mix ben risolto fra attualità e retrò, indizi anni ’80 e ‘90, opulenze antiche e minimalismi contemporanei, è l’indice vero del talento per questo stilista emergente, colto, già forte di una cifra propria.
Ai monocromi classici – neri, bianchi e pochi tocchi verde menta o rosa cipria – si alternano una serie di immagini preziose, traboccanti di memorie liberty o barocche: dalle stampe piene ai fregi distesi sulle mini bluse, il contrasto si gioca nell’articolazione fra il casual e l’eccentrico, il cesello ed il classico, il dritto e lo sghembo, i tessuti tecnici e quelli pregiati come i rasi di seta.

Sergio Daricello - SS201

Sergio Daricello – SS2016

Tornano le crinoline, ma in chiave mini – ironicamente, romanticamente – a sostenere con strati di tulle gli abitini traforati, candidi come confetti. E così la mantellina d’epoca diventa un ricercato coprispalla nero in voile; gli inserti di merletto, quasi dei pattern decorativi modernisti, evocano le immacolate mussole d’una volta; le maxi gonne austere, declinate nelle fantasie sontuose, si agganciano ai corpini geometrici: quasi piccole sculture di carta, essenziali e lievi. E ancora gonnelline a campana, lussuose come bouquet di organza nera, regali come affreschi secenteschi, sempre sdrammatizzate dalla lunghezza sbarazzina e dagli abbinamenti radicali: giubbini cortissimi, top destrutturati, camice risolte fra trasparenze e pannelli severi.
Stesse ambiguità per gli scamiciati in micro-rete – quando l’abito da collegiale strizza l’occhio al dark – e per le gonne a vita alta, scolpite dai fiocchi multilayer, dalle curve plastiche o dagli orli asimmetrici.
In definitiva, poche linee, palette brevi, tagli dinamici, fantasie d’antan, e una vocazione per i contrasti sapienti. Ovvero: come essere barocchi, senza mai strafare; come essere essenziali, vincendo il rischio della noia; come arricchire e stemperare, insieme, costruendo outfit trasversali. Semplicità e lusso, modernità e memoria? Una sintesi possibile, in salsa siciliana.

– Helga Marsala

 

 

 

 

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  • Luna d’argento

    Gli abiti mi sembrano molto belli, originali, eleganti e di classe…Complimenti all’artista…Ottimo l’articolo, che descrive e presenta la collezione in modo egregio…