Lo Strillone: Gianni Berengo Gardin asfalta il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro su Il Fatto Quotidiano. E poi decapitato il festival MiTo, Grande Madre promossa da Celant

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Gianni Berengo Gardin, Mostri a Venezia, 2013, courtesy of Fondazione Forma, Milano

Gianni Berengo Gardin, Mostri a Venezia, 2013, courtesy of Fondazione Forma, Milano

Per il sindaco sono sfigato, lui vuole i mostri a Venezia“. Si intitola così il pezzo con cui Il Fatto Quotidiano aggiorna sulle polemiche sorte in Laguna attorno alla mostra di Gianni Berengo Gardin: “Non mi è simpatico”, commenta il grande fotografo, “ma Luigi Brugnaro mi ha fatto un grande piacere. Grazie a lui della mia mostra si è parlato in tutto il mondo: Guardian, El Pais, New York Times. Senza di lui, l’avrebbero vista al massimo duecento persone“. La novità? “Lo fa nel giorno in cui è stata ufficializzata la rinuncia a Palazzo Ducale, lo spazio pubblico cui aveva offerto i propri scatti. Una rottura dovuta proprio all’opposizione di Brugnaro. La mostra, che verrà inaugurata il 22 ottobre, si terrà in uno spazio poco distante gestito dal Fai: le Officine Olivetti”. Perché ha scelto di raccontare le Grandi Navi? “La molla è scattata circa tre anni fa, quando ne ho vista una per la prima volta. Ero in Piazza San Marco di sera, al tramonto. Ho visto questa cosa enorme e sono inorridito: sembrava un cartone animato, Disneyland, tutto ma non Venezia”.

Istituzioni culturali torinesi nella bufera: dopo il Salone del Libro, decapitato anche il MiTo. È il Corriere della Sera ad informare della nuova debacle subalpina: “Francesco Micheli, l’ideatore, Enzo Restagno, direttore artistico, Francesca Colombo, segretario generale. Tre dimissioni. Due rassegnate ieri (Micheli e Restagno), una in fase di formalizzazione. Tre addii al vertice della stessa manifestazione: il Festival MiTo, creatura di Micheli nata nel 2007 dal gemellaggio musicale tra Milano e l’esperienza torinese di Settembre Musica”. “La Grande Madre lascia il segno”. La promozione per la mostra milanesi di Palazzo Reale arriva da Gemano Celant via L’Espresso: “riflette il notevole tentativo del curatore, Massimiliano Gioni, di incidere sulla spessa crosta dell’argomento che concerne l’enigma della femminilità e della maternità come si è andato definendo dalle avanguardie storiche ad oggi. Si dipana dal 1900, dal futurismo, per arrivare al dadaismo e al surrealismo”.

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