L’oggetto regna sovrano. Parla Steven Claydon

Salpato dalla Serpentine Gallery nel 2008, Steven Claydon approda al Centre d'Art Contemporain di Ginevra con una mostra che tiene insieme la cultura Dogon, l'archeologia, la fotografia scientifica, l'arte antica, il cinema sci-fi, Seneca, Marx, Democrito, Einstein e i dinosauri. L'artista inglese espone la propria perplessità nei riguardi della logica lineare usata da scienziati, biologi e storici, mettendo in discussione la tassonomia come strumento antropocentrico di conoscenza del mondo. Musicista, oltre che artista, Claydon ha curato due grandi mostre concettuali alla Bergen Kunsthall e al Camden Arts Centre, incentrate sulla relazione tra l'opera d'arte e il museo.

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Steven Claydon – Analogues, Methods, Monsters, Machines - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 - photo Annik Wetter

Steven Claydon – Analogues, Methods, Monsters, Machines – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 – photo Annik Wetter

Il tuo lavoro procede per idee, concetti e parole, oltre che per forme e materiali. Quale approccio utilizzi verso l’arte visiva?
L’approccio è la parte più significativa del mio lavoro. Malgrado non abbia un approccio programmatico stretto, cerco di creare una sorta di clima con le idee, un “set di emozioni” che le stiano attorno. Per me l’autorialità significa questo: creare una connessione innovativa tra ciò che è già conosciuto.

Hai suonato musica elettronica nelle band Add N to (X), Jack to Jack e Long Meg. Quanto ha influenzato il tuo lavoro?
Facevo musica anche mentre studiavo alla Chelsea School of Art and Design e ho imparato che ogni cosa può diventare elemento utile per comporre un brano. È così anche per un’opera d’arte visiva, purché ciò avvenga dentro un processo di poetizzazione dell’oggetto.

In musica si usa la parola mash-up per identificare un accostamento libero di elementi preesistenti. La tua arte appare sottesa da una tecnica simile ma portata alle estreme conseguenze.
Non volevo diventare uno di quegli artisti che seguono la tradizione, magari per diventare il nuovo Andy Warhol o Jeff Koons. Preferisco il Dada, per il suo coinvolgimento sociale, per la problematizzazione della cultura. Mi interessa vedere come viene utilizzata dai governi o dagli individui.
Per fare ciò il mash-up non basta perché, come il collage, resta in superficie, è bidimensionale. Io vorrei invece dare una stabilità, costituire una relazione chiara tra le diverse componenti dell’opera, anche se queste possono apparire frammentarie ad un primo approccio.

Steven Claydon – Analogues, Methods, Monsters, Machines - veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 - photo Annik Wetter

Steven Claydon – Analogues, Methods, Monsters, Machines – veduta della mostra presso il CAC, Ginevra 2015 – photo Annik Wetter

E lo fai guardando all’oggetto (trasformato in opera d’arte) come catalizzatore di idee.
Mi interessa cooptare gli oggetti per trovare un’autenticità e una veracità a cui, secondo me, essi aspirano, considerando anche le loro ambizioni politiche ad esempio. Spesso uso gli oggetti per proporre delle riflessioni, anche perché quando congegni un’opera d’arte devi pensare al mondo esterno, che l’accoglierà come un ambasciatore del tuo pensiero ma anche come una cosa in sé, sovrana. Tutto il mio dire verte attorno a come io stesso vedo gli oggetti. Loro hanno un proprio linguaggio.

Nel tuo pensiero coinvolgi la filosofia così come la fantascienza. Parti da letture?
No, è un lavoro associativo. Faccio delle ricerche sugli oggetti ma l’autorialità è per me una collaborazione con loro. Dalla tensione si concretizza un lavoro.

Sei più intuitivo.
Direi che è un’epifania. Joseph Conrad diceva che una buona storia non illustra un soggetto ma le sta attorno, il nucleo non è mai toccato in modo diretto. È questo il modo con cui voglio approcciare un oggetto, che mantiene una maggiore integrità se è colto in relazione con il proprio ambiente.

Uno dei leitmotiv del tuo lavoro è la testa decollata di uomo adulto, spesso un filosofo. Quanto è importante questa epifania per te?
Mi interessa la testa perché offre una mimica alla coscienza. La testa contiene il cervello e la mente, che in questo modo è separata dal corpo. Nella mitologia greca ci sono molte storie che riguardano teste. È una parte del corpo rituale e generativa. C’è un feticismo animistico legato alla testa. All’inizio del mio lavoro la testa era un personaggio anonimo.

Steven Claydon, Picture Element Kernel Eye, 2012 - Courtesy l’artista & Sadie Coles HQ, Londra

Steven Claydon, Picture Element Kernel Eye, 2012 – Courtesy l’artista & Sadie Coles HQ, Londra

In mostra ci sono Nietzsche, Marx, Seneca…
Sì, e anche William Morris, che ha introdotto il socialismo in Inghilterra; la sua apparenza ha qualcosa di barbarico, è come un uomo delle caverne o un vichingo. Di solito utilizzo teste maschili, in effetti quando tento di fare teste di donne non riescono allo stesso modo, non so, la cosa non funziona, non saprei dire perché.

Torniamo all’oggetto e alla tua ossessione per la tassonomia, verso la quale nutri più di un dubbio.
Attraverso la tassonomia applichiamo la nostra visione antropocentrica agli oggetti; spesso la cultura che li riguarda li uniforma, e quelli che non può uniformare li esclude. Sono interessato a mostrare come, dal punto di vista ideologico, la funzione dell’oggetto cambi il senso del rapporto reciproco tra l’uomo e l’oggetto.

Con quale scopo?
Creare domande sul modo in cui riceviamo le idee.

La domanda è più importante della risposta.
Esatto. Da quando la scienza e la filosofia sono entrate nella sfera dell’arte, l’arte non ha più trattato la religione ma l’ontologia: un domandare alle cose. Ciò crea un’apertura che non si lascia richiudere, anche se abbiamo prospettive partigiane o mercenarie. Trovo che sia bello: amo interrogare il reale, il sensibile.

Nicola Davide Angerame

Ginevra // fino al 22 novembre 2015
Steven Claydon – Analogues, Methods, Monsters, Machines
a cura di Andrea Bellini
Catalogo Mousse
CAC
Rue des Vieux-Granadiers 10
www.centre.ch

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