Inpratica. Critica come fraternità (III): Giuseppe Stampone

Marta Roberti, Gian Maria Tosatti e ora Giuseppe Stampone. Prosegue la rubrica Inpratica con gli affondi monografici.

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Giuseppe Stampone, Stargate, 2015 - American Academy in Rome

Giuseppe Stampone, Stargate, 2015 – American Academy in Rome

L’ARTIGIANO SECONDO SENNETT
Le opere discendono dall’esperienza: vale a dire la pratica, la dimensione e il demone artigianale. Come scrive il sociologo Richard Sennett, il modus operandi dell’artigiano si identifica non tanto negli obiettivi, quanto nel lavoro in sé e nel processo: “Ogni bravo artigiano conduce un dialogo tra le pratiche concrete e il pensiero; questo dialogo si concretizza nell’acquisizione di abitudini di sostegno le quali creano un movimento ritmico tra soluzione e individuazione dei problemi. La relazione tra mano e testa si mostra in ambiti apparentemente lontani  […] Non c’è niente di automatico nel diventare tecnicamente abili, così come non c’è niente di meccanico nella tecnica in sé” (L’uomo artigiano [2008], Feltrinelli, Milano 2010, pp. 18-19).
Il problema che si pone Sennett è infatti quello del crescente ed evidente scollamento tra la l’individuazione e la soluzione dei problemi (“basta che sia fatto”) nelle pratiche operative, lavorative, intellettuali e culturali della società contemporanea: egli riconosce una possibile chiave e via d’uscita da questo vicolo cieco nel processo artigianale, inteso nella maniera più ampia, precisa, filologicamente corretta e al tempo stesso innovativa.

ARTE & ARTIGIANATO
La ricostruzione del legame tra mondo artistico e mondo artigianale è una delle urgenze fondamentali di oggi – di questo inizio XXI secolo. Di più. Il cervello non rimane affatto lo stesso, immutato, ma viene trasformato da questa esperienza pratica e dal contesto in cui essa si inserisce, così come dal profondo e continuo e sempre nuovo rapporto con la mano che fa, costruendo mondi e relazioni: “Il cervello è influenzato dall’ambiente, il quale produce esperienze che diventano memorie, atteggiamenti e abitudini, cose che si trasferiscono lungo le vie neurali tra le cellule cerebrali. E queste connessioni sono fissate in qualche maniera chimica o elettrica. Come il corpo di un normale lavoratore si modifica secondo il lavoro da lui svolto, così il cervello di una persona cambia, secondo le sue passate esperienze. Ma il cambiamento, come i calli sulle mani di un operaio, persiste anche una volta che si è portata a termine l’esperienza. il cervello incorpora gli ambienti passati. Il nostro cervello è una somma totale di esperienze passate, quando queste esperienze sono finite da un pezzo” (Michael Crichton, Il terminale uomo [1972], Garzanti 1993, p. 261).

Giuseppe Stampone, Emigration Made Pavilion 148, 2015

Giuseppe Stampone, Emigration Made Pavilion 148, 2015

LE DISTOPIE DI GIUSEPPE STAMPONE
Giuseppe Stampone percuote in senso squisitamente artigianale l’immaginario collettivo.
Lo fa da una parte saccheggiando e riorganizzando le mitografie contemporanee; dall’altra, declinando la nuova – e antica – dimensione sociale della cultura. La sua prospettiva neodimensionale non è altro, di fatto, che il modo in cui aggancia la mutazione epocale che sta investendo la psiche e l’esperienza culturale dell’Occidente. La cultura intesa come nostra produzione e fruizione, e insieme come la percezione che abbiamo – sempre più simulata, sempre più mediata – della realtà e del mondo. (Che vuol dire poi: evoluzione dei processi creativi e mentali; delle relazioni umane e sociali; della comunicazione e dell’interpretazione; della partecipazione.)
È una dimensione spesso distopica, ma incredibilmente allargata, articolata e policentrica. In cui un’opera ha finalmente l’opportunità concreta di esorbitare dal mondo e dal sistema dell’arte. Stampone prova a cogliere questa opportunità: l’orientamento, dichiarato, è quello del gioco d’azzardo. Del rischio.

Giuseppe Stampone, Stargate, 2015 - American Academy in Rome

Giuseppe Stampone, Stargate, 2015 – American Academy in Rome

OCCIDENTE IN FASE TERMINALE
La figura chiave (rappresentativa del suo ruolo) è così da tempo quella del Joker/Jolly: la sua funzione, quella della destabilizzazione e della destrutturazione. È la carta che fa saltare il gioco, e tutto il tavolo. Ogni sistema – la “fraternità” – ha bisogno infatti dello spiazzamento (“there’s a glitch in the Matrix”); e questo spiazzamento si concretizza precisamente in una forma artistica che è tanto più politica e impegnata in quanto osa presentarsi come apolitica – in base ovviamente ai canoni vigenti, al conformismo attuale. Una forma in grado di rimettere al centro la qualità ludica dell’opera e dell’operazione artistica, guardando con intelligenza a una tradizione illustre (Pascali, De Dominicis, Boetti). E dunque di presentarsi come autenticamente e visceralmente italiana.
Stargate (2015), una delle opere più recenti di Stampone – realizzata e presentato in occasione della mostra Nero su Bianco presso l’American Academy in Rome, a cura di Robert Storr, Peter Benson Miller e Lyle Ashton Harris – è una dimostrazione di questo approccio. L’interno di un container, completamente dipinto di nero, è trasformato in una sorta di “modulo residenziale” per profughi e immigrati, completo di tavolo, sedie, cucinino, giocattoli per bambini, radiolina, bombola a gas, specchio (oscurato); lo schermo televisivo, decorato con il logo Paramount, trasmette in loop le testimonianze dei migranti. È una forma molto strana e anomala di didascalia, che fuoriesce dal proprio recinto e restituisce l’aspetto mortuario, funebre, lugubre del nostro atteggiamento nei confronti di un’emergenza planetaria.
Osservando Stargate sul limite della soglia – là dove un altro spaziotempo si inaugura, con le proprie leggi e regole – ci accorgiamo di contemplare la pietà pelosa e l’indifferenza terminale dell’Occidente, chi siamo diventati e chi potevamo essere: stiamo contemplando una casa che è di fatto una tomba confortevole. Un’allegria di naufragi.

Christian Caliandro

http://giuseppestampone.com/

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