Foto e video dalle opere della Biennale di Istanbul installate nell’isola di Buyukada di fronte alla città. Seguono vaghi riferimenti all’attualità

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Adrian Villar Rojas, Biennale di Istanbul 2015

Adrian Villar Rojas, Biennale di Istanbul 2015

In tema di tempismo quella del 2015 non è una Biennale di Istanbul particolarmente fortunata. I tempi sono significativi, gli argomenti sono sfidanti, le aperture possono essere intellettualmente avvincenti, ma se nel giorno dell’opening hai a sud la foto del bambino sulla spiaggia di Bodrum e a nord le bibliche moltitudini che marciano verso il cuore dell’Europa sulla corsia d’emergenza di un’autostrada, allora tutte le immagini che puoi proporre rischiano di essere marginalizzabili.
Tanto più che la biennale abbozzata-non-curata da Carolyn Christov-Bakargiev indugia ovviamente sull’acqua e, ancor più specificatamente, sull’acqua salata. Quella che circonda – a varie gradazioni di salinità a seconda delle correnti – la antica Costantinopoli, ma quella anche che decreta morte a migliaia di persone in tutto il mediterraneo, dal Mar di Marmara a Cadice passando per il Canale di Sicilia. Ecco perché una proposizione come quella di Pierre Huyghe (una sorta di preparazione morfologica di un fondale marino a 7 metri di profondità in una zona invisibile – ci sono 4 boe – oltre che irraggiungibile, con l’idea che poi da questo fondo si generi qualcosa in termini di concrezioni e sovrapposizioni naturali) può risultare provocatoria, fuori dal mondo, oppure può aprire un tavolo di discussione anche sui temi di più stringente attualità.

Quella di Huyghe è solo la più misteriosa tra le opere allestite sulle Isole dei Principi, nel Mar di Marmara, a un’ora abbondante di navigazione dal entro di Istanbul. Gli altri lavori sono tutti a Buyukada, una sorta di Malibù istanbulese ma smodatamente vintage, testimone di bei tempi andati, ricca di ville in disarmo perfette per allestire una biennale, con mari infestati di meduse e strade infestate di taxi però tirati da cavalli. C’è William Kentridge in un albergo con le porte che si parlano e con una dedica a Trotsky che qui soggiornò in esilio per 4 anni. C’è Marcos Lutyens che ha allestito in legno e corde la pancia di un piccolo battello e lì tiene personalmente sessioni di ipnosi. Ci sono un nuovo video di Ed Atkins ed una nuova opera sonora di Susan Philipsz in due dimore mozzafiato che hanno visto tempi migliori. E poi c’è Adrian Villar Rojas che con i potenti mezzi messi a sua disposizione (leggasi Marian Goodman) ha squadernato l’opera che vedrete più fotografata di questa biennale: una serie di animali sovradimensionati in cemento-gesso (ma non il solito suo materiale, forse qui trattato per combattere intemperie e salsedine), sovrastati o abbracciati ciascuno dalla sua propria concrezione organica multimateriale come fossero riemersi dal mare dopo un tot di anni arricchiti di una seconda, aggiuntiva, identità. Come una Arca di Noè al contrario, invece del monte Ararat, la villa dove visse Lev Trotsky. Più facile da capire guardandosi il consueto video fino in fondo.

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