Cinema e arte. Due regimi fiscali molto diversi

Volete sapere perché i galleristi italiani lavorano poco con artisti italiani anch’essi? Semplice: a causa delle tasse. Molto più alte di quelle applicate nel settore del cinema. E così si cercano scappatoie che non fanno bene a nessuno.

Print pagePDF pageEmail page

Foto di scena di Ben-Hur (2016), girato a Matera

Foto di scena di Ben-Hur (2016), girato a Matera

Più interroghi i galleristi, le case d’asta (ma anche gli artisti) sul reale motivo di subalternità del mercato italiano rispetto a quelli circostanti e più ti rendi conto che alla base di tutto c’è un vulnus fiscale che marca una differenza così smaccata con i competitor da rendere un atto pressoché eroico qualsiasi attività economica correlata alla compravendita di opere d’arte. Ma visto che con l’eroismo non si pagano affitti, utenze, viaggi, investimenti e collaboratori, i galleristi italiani si arrangiano come possono: se appare in diminuzione – giocoforza – il nero, le scappatoie rimangono: ad esempio far fatturare le opere direttamente all’artista (straniero, naturalmente) e poi regolare con lui a valle. Capito ora perché molti galleristi italiani sono restii a lavorare con artisti italiani?
Si pensi quanto può essere vasto e pervasivo il danno di un quadro fiscale penalizzante sia in quanto tale, sia in raffronto con i competitor. Il comparto dell’arte italiano subisce insomma in ogni momento una concorrenza sleale da parte dei mercati confinanti. Una situazione che, se non corretta, rischia di azzerare il sistema economico che gira attorno all’opera d’arte in Italia. E ciò naturalmente non significa azzerare “soltanto” le gallerie, non significa mettere in difficoltà “soltanto” le fiere, significa anche pregiudicare pesantemente la produzione: sempre più artisti italiani saranno spronati ad andare a produrre fuori, sempre meno artisti stranieri sanno invogliati a venire a produrre da noi e a formarsi nelle nostre accademie.

Owen Wilson a Roma per Zoolander 2

Owen Wilson a Roma per Zoolander 2

Un brutto affare che in altri settori, proprio in Italia, è stato corretto eccome. A dimostrazione che il legislatore e l’esecutivo conoscono perfettamente il problema e sanno come risolverlo. Solo dove pare a loro, però. Rilanciare un’industria creativa, trattenere professionalità e attirarle da fuori, catalizzare nel Paese centinaia di milioni di euro di investimenti stranieri. Lo si è fatto. Lo si è fatto di recente. Lo ha fatto questo governo. Lo ha fatto questo ministro. Ma lo ha fatto solo nel cinema. Prima con le normative sul tax credit e poi, meglio, con norme inserite nell’Art Bonus: qui Dario Franceschini ha innalzato da 5 a 10 milioni la quota di credito d’imposta che le imprese straniere possono ottenere venendo a produrre in Italia. Gli effetti sono stati immediati e dirompenti: ne sanno qualcosa i cittadini di Roma, nei mesi scorsi ostaggio (ma con effetti benefici sull’economia della città) di megaproduzioni hollywoodiane che fino a ieri lavoravano in Ungheria o in Slovacchia e che oggi trovano il nostro Paese più vantaggioso. Grazie alle nuove norme, si calcolano 150 milioni di investimenti: MetroGoldwynMayer gira da noi Ben-Hur, sempre la MGM ha girato 007, poi c’è la Paramount con Zoolander 2 e ancora tanti altri.

Spectre, l'ultimo film della saga di James Bond, girato a Roma

Spectre, l’ultimo film della saga di James Bond, girato a Roma

Viene da chiedersi perché un Paese, lo stesso Paese, si preoccupi di lanciare al top della competitività una sua industria creativa, lasciandone invece un’altra desertificarsi causa scarsa competitività. Si dirà che il cinema è un settore molto più capital intensive dell’arte, bisognoso di grandi produzioni, di grandi investimenti, in grado di generare centinaia di posti di lavoro, capace di mobilitare, a valle, milioni di persone e milioni di dollari in sponsor. È vero. Ma basta osservare le motivazioni per cui i turisti vengono a visitare il nostro Paese per scoprire che la più grande industria italiana, quella dell’incoming turistico appunto, non esisterebbe o sarebbe una frazione dell’attuale se nei secoli passati non si fosse investito massicciamente nell’ambito delle arti plastiche. Smettendo di essere un luogo di produzione e di mercato dell’arte, l’Italia mette un’ipoteca sul suo futuro di Paese turistico e dunque su una parte significativa del proprio benessere economico.
Imporre tasse alte a un settore che si desertifica porta maggiori o minori introiti fiscali piuttosto che imporre tasse giuste a un settore che si riprende e fa girare economie? Per rispondere con buonsenso a questa domanda, chi amministra dovrebbe iniziare a considerare quello dell’arte come un comparto industriale, esattamente come fa con il cinema. Ed esattamente come si fa in tutte le economie evolute con le quali dovremmo confrontarci e competere.

Massimiliano Tonelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #25

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community
  • Cesare Oliva

    Le arti plastiche non sono più un mezzo di penetrazione culturale il cinema lo è “ancora”

    • russare

      In effetti è così , anche se il cinema italiano ha passato un brutto quarto d’ora , grazie ai danni dovuti all’avvento televisivo degli anni 80 (e anche da altro), dal quale non si sa se si è ancora ripreso, malgrado Sorrentino, Garrone ecc.
      Il sistema artistico in effetti muove molto di meno e una sua predisposizione settaria non favorisce di certo e in questo giornalisti critici e curatori hanno delle belle colpe, ognuno a tirare acqua al suo mulino a discapito della qualità.
      Ma anche il ceto imprenditoriale ha le sue colpe e i galleristi italiani sono in buona parte dei begli esempi di inettitudine: alcune gallerie di nicchia vivono della rendita che gli danno situazioni nate all’estero e non hanno la capacità culturale ( è inutile che si continui a tirar fuori la scusa che le gallerie degli altri paesi sono più ricche)di proporre niente o quasi di proprio; per il resto anche tra le gallerie non conta il lavoro o la proposta ma le relazioni e le opputunità con strategie giorno per giorno che non portano da nessuna parte.
      E poi i galleristi si lamentano che gli artisti si vendono le opere da soli quando loro stessi preferiscono vendere schifezze per mille motivi meno quelli giusti .