Biennale di Istanbul. Parlano i grafici di LeftLoft

Lo scrivevamo qualche ora fa: gli italiani migliori a questa Biennale di Istanbul sono loro, i grafici e comunicatori milanesi dello studio LeftLoft. Potrà anche suonare come una provocazione, ma il segno grafico “debole” che hanno dato a questa biennale è di grande raffinatezza ed efficacia. E allora abbiamo chiesto a uno di loro, Francesco Cavalli, di raccontarci cosa sta alla base del progetto.

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Biennale di Istanbul - la grafica di Leftloft

Biennale di Istanbul – la grafica di Leftloft

SALTWATER
Siamo in molti a navigare sul Bosforo in questi giorni di apertura della 14esima Biennale di Istanbul, e forse è arrivato il momento di respirare e guardare a questa esperienza cominciata all’inizio della scorsa estate.
Saltwater Tuzlusu è il nome e il filo conduttore di questa mostra che, con i suoi 35 luoghi sparsi per la metropoli, invita a confondere il tempo dell’arte con il tempo della vita quotidiana, a vedere le cose sull‘acqua e dall’acqua.
Una biennale volutamente “dispersa”, che non può essere vissuta in velocità, ma esige partecipazione, movimento, disponibilità a guadare le cose da prospettive (e sponde del Bosforo) diverse.

UNA BIENNALE CHE SI PONE DOMANDE
Una biennale d’arte (e forse l’arte contemporanea in generale) non è mai una risposta, ovvero una lezione che viene impartita al pubblico, ma una domanda, una scuola stessa anche per chi la fa. Si tratta di un processo molto più organico di quanto non si immagini: non voglio dire che una biennale si progetta da sola, ma di sicuro è una creatura vivente, multiforme, che finisce, nel bene e nel male, col prendersi i suoi spazi.
Il ruolo di ognuno è al suo interno è relativo e in continua evoluzione, perfino il ruolo di chi ha il compito di dare forma prima alla promessa (con la comunicazione) e poi ai ricordi (quelli formalizzati, come il catalogo) della biennale stessa.

Francesco Cavalli di Leftloft

Francesco Cavalli di Leftloft

I PUBBLICI DELLE RASSEGNE PERIODICHE
Una biennale – specie una biennale come quella di Istanbul, gratuita e popolare per statuto dell’IKSV che la organizza – ha tanti pubblici diversi: un pubblico interno, di chi la organizza e la “fa”; un pubblico locale e “localizzato”, che ha riferimenti diversi rispetto al pubblico dell’arte globale, che interagisce con la manifestazione seguendo altri codici e tempi.
Le centinaia di migliaia di persone cui la mostra viene offerta non guardano dunque alle opere, ai luoghi, ai materiali della biennale allo stesso modo, e la sfida è proprio quella di essere in grado di costruire una narrazione per l’evento che permetta a ognuno di loro di sentirsi a proprio agio.

COMUNICAZIONE ED EDITORIA SFUMANO I CONFINI
Diventa quindi controproducente ragionare da un solo punto di vista, soprattutto quando di parla di grafica: per questa ragione abbiamo deciso di lavorare con tante persone diverse in momenti, luoghi e contesti eterogenei.
Il risultato somiglia a una città, è maggiore dello sforzo dei singoli e ha una personalità sua, che ognuno di noi percepisce a suo modo, che nessuno può controllare fino in fondo e tutti (pubblico compreso) contribuiscono a costruire.
Man mano che si procede verso la meta, gli attori ovviamente si moltiplicano, la regia e il lavoro si complicano e scoprono nuove proporzioni. Da Milano, sei dei nostri designer si sono spostati sul posto. Abbiamo lavorato con i grafici di qui, con il gruppo editoriale che scambiava materiali con gli artisti, gli scrittori, i traduttori e con il proof reading a Londra, questo solo per le pubblicazioni.
Un lavoro simile è stato svolto con il marketing e con chi coordina gli spazi espositivi, dai carpentieri, al Comune, agli stampatori, e la distinzione tra comunicazione, editoria, marketing, art direction è presto sfumata in un lavoro collettivo. Ho imparato che in questi casi è meglio non camminare da solo e che le divisioni tra funzioni, responsabilità e uffici diversi dovrebbero essere ripensate in una visione multidisciplinare, concretamente declinata nel contesto.

Biennale di Istanbul - il catalogo di Leftloft

Biennale di Istanbul – il catalogo di Leftloft

OLTRE I CLICHÉ
Trovo strano come l’arte – luogo della libertà, della ricerca e della sperimentazione – per coinvolgere il pubblico e gratificare gli sponsor sia spesso restia a trovare nuove strade, non autoreferenziali o legate a vecchie pratiche come la ripetizione invasiva di marchi.
Eventi culturali e insieme popolari come le biennali potrebbero – e dovrebbero – essere invece un’occasione per intraprendere un nuovo cammino, e riflettere su come contaminare con grazia ed efficacia la comunicazione generalista.

MENO COPERTINE, PIÙ MAPPE
Per quanto riguarda il progetto visivo abbiamo portato avanti alcune riflessioni iniziate con dOCUMENTA (13). Abbiamo indirizzato il marketing e il branding in modo coerente con la ricerca della biennale stessa, senza tentare di declinare le regole dominanti della comunicazione commerciale e cercando di offrire un’immagine fluida e non invadente. Dovevamo invitare a vivere un’esperienza senza potere annunciare troppo, e ci siamo dati da fare perché questo avvenisse nel modo più semplice possibile.
Per un evento che è parte di una storia di eventi e di un’istituzione più grande, non avevamo bisogno di un logo, ma di un metodo di scrittura.
Per parlare d’arte abbiamo cercato ispirazione nella scienza, e il linguaggio grafico di Saltwater si compone di elementi mutuati dalla tavola periodica degli elementi chimici. L’uso di questa scrittura abbinata al colore è stato la base di partenza per rendere riconoscibile l’evento in ogni sua espressione.
Su questa strada, abbiamo lavorato in ogni dettaglio: non abbiamo sentito il bisogno di copertine, che infatti sono solo colore, ma avuto bisogno di mappe, per raccontare una città che è sterminata e supera a tratti perfino l’idea che ci si fa di essa quando ancora non la si conosce.

Biennale di Istanbul - la grafica di Leftloft

Biennale di Istanbul – la grafica di Leftloft

LA DEBOLEZZA DEI SEGNI GRAFICI
La forza di questo progetto “invito e ricordo” è da trovare nella debolezza dei segni grafici. Quando il contenuto è frutto stesso di processi creativi – come succede nell’arte – l’ego che abitualmente anima ogni progetto creativo deve sapersi ridimensionare.
Siamo quindi stati, per scelta, contenuti nelle dimensioni, poco visibili e molto di servizio. Abbiamo disseminato la città di piccoli indizi verde biennale, che le persone potranno usare per trovare i lavori dei partecipanti e navigare liberamente, senza mai smarrirsi, da una riva all’altra di quest’acqua salata.

Francesco Cavalli

www.leftloft.com
http://14b.iksv.org/

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