Ars Electronica. Arte interspecie

Torniamo sullo storico festival di Linz. Torniamo ad Ars Electronica insieme a Lorenzo Taiuti. Che ci fornisce una lettura tutta dedicata al rapporto con il vivente non-umano.

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Jeffrey Shaw, Legible City, 1991

Jeffrey Shaw, Legible City, 1991

POST-CITY & MUTANTI
Ars Electronica, e con lei tutti i centri di arti digitali, stanno ripensando la propria storia. È venuto il momento di rifare il punto sulle molte idee e intuizioni che hanno costruito la cultura della new media art. E così, mentre la “realtà produttiva” si concentra sul concetto d’innovazione ed è una sezione che inonda con vitalità l’ex Post Office con installazioni e dibattiti, fra Woodstock e gli Arduino Days, negli spazi dedicati alle forme più “estetizzate” del museo OK Center si collocano diverse installazioni e una serie di conferenze, fra cui Visionary Pioneers of Media Art.
Quest’anno è la volta di Jeffrey Shaw. Il suo percorso, raccontato con la usuale misura e semplicità, copre e ricuce gli elementi della ricerca dagli Anni Sessanta di Fluxus e dei movimenti Neo-Dada e concettuale, dell’arte programmata e soprattutto della focalizzazione dei linguaggi di movimento che identificano il cinema come nodo centrale dei nuovi sviluppi elettronici. Dalla documentazione degli happening all’oggetto video come “opera” e attraverso un lungo percorso di studi-opere sulla possibilità di trasformare gli apparati della visione interrogandone le strutture e le funzioni. Nell’ottica di Jeffrey Shaw come di altri artisti sperimentali, la rivoluzione della visione non ha mai smesso di procedere, ricreando il concetto di rappresentazione e declinandolo secondo le sempre nuove modalità create dai diversi media dall’interattività al virtuale.
L’operazione Visionaries è un punto di riflessione necessario per capire le nuove direzioni e le nuove scelte che ci aspettano sia nel campo digitale che nel campo delle arti visive.

Shao-chin Hung, Second Body - St. Mary's Cathedral, Linz 2015 - photo Tom Mesic

Shao-chin Hung, Second Body – St. Mary’s Cathedral, Linz 2015 – photo Tom Mesic

PERCHÉ GLI UCCELLI CANTANO?
A volte le opere digitali non sono strettamente tali. Grandi gabbie per uccelli sul tetto dell’OK Museum ospitano il lavoro di un gruppo ([email protected]) che opera sull’interazione fra esseri umani e uccelli attraverso il suono. I musicisti forniscono oggetti musicali miniaturizzati ai pappagalli. I quali sono molto intelligenti, si annoiano spesso e non parlano (malgrado ciò che si dice) con gli umani, quando possono farne a meno. Vogliono scoprire da soli. “Billi” è l’amico preferito del musicista che porta avanti il lavoro, e il più intelligente (una femmina) si chiama “Wittgenstein”. Più volte al giorno avvengono i concerti, con accompagnamento di nastri elettronici o di strumenti live, e il risultato è un sound design a più mani e più zampe che si collega con il sound design e il rumorismo di matrice futurista.

UMANO-NON-UMANO
Il primo ibrido è l’essere umano. Un misto di mente e di materia, uno strumento di traduzione, una stretta di mano fra mente e materia e viceversa, l’umanità è in permanente stato di ibridazione, consciamente e inconsciamente”. Così definiva Derrick De Kerckhove una decina d’anni fa i nuovi sviluppi fra tecnologia, natura e corpo tecnologizzato, nella nuova linea di ricerca aperta da Ars Electronica all’insegna delle neuroscienze e indicando una trasversalità fra tecnologia e scienza, corpo e cervello, corpo, natura e macchina. La comunicazione e lo scambio fra “corpi” ed “esistenze” all’interno del mondo sensibile sono le mutazioni in atto fra come percepiamo il rapporto fra individuo e “cose”. Le “cose” sono gli elementi esistenti con cui non abbiamo ancora stabilito una relazione. Le relazioni fra uomo e vegetale, fra uomo e animale e in prospettiva con il mondo minerale sono un obiettivo a cui tendiamo in un utopico nuovo rapporto con la realtà.
Nel trattare il tema dell’umano-non-umano siamo oggi lontani dalle provocazioni di Eduardo Kac che modificava geneticamente gli animali o di Maria De Menezes che trasformava le ali delle farfalle in laboratorio. Il clima è cambiato e si cerca effettivamente, alla luce delle neuroscienze e di altre aree di ricerca, l’adattamento comunicativo che possa far sentire l’“altro”. O piuttosto una diversa funzionalità psicofisica. Ancora fantascienza come negli anni di formazione delle arti digitale?

The Plant Sex Consultancy, 2015

The Plant Sex Consultancy, 2015

SEX TOYS FOR FLOWERS!
Psx Consultancy è un progetto che prevede l’aiuto alla riproduzione a piante in difficoltà. Per fare questo, un team interdisciplinare di designer, artisti e scienziati lavorano insieme sulla Sarracenia Purpurea e altre piante che, inserite nel circuito riproduttivo umano, sono costrette a riprodursi con una frequenza che ne modifica le strutture. L’équipe interviene diversificando le modalità di fertilizzazione da parte degli insetti e creando diversi equilibri, come piccole sacche di sangue per attrarre gli insetti e nettare per attrarre le api, distraendole dalle bocche del fiore che li attraggono e mangiano. Una simbiosi fra piante e umani? Per ora un “design per comunicare con l’Altro”. È quindi un “brodo di cultura” che il termine Hybrid Art e poi Bio-Art rappresentano nell’espandersi del primitivo termine di “Arte e Scienza”.

IO LO CONOSCEVO (OPPURE LO CONOSCERÒ)
Heather Dewey Hagborg si definisce un’artista “transdisciplinary”, interessata all’arte come “ricerca critica”. Il suo lavoro Stranger Visions si basa sulla ricostruzione in 3d di volti partendo dal DNA tratto da un capello. Cosa si può scoprire da un capello? La sfida di un codice (da cui in teoria siamo in grado di scoprire tutto) si propone come una re-invenzione totale di un corpo sconosciuto e si apre anche a un insolito voyeurismo: il voyeurismo del non presente e del non esistente, lo spiare le possibilità degli sviluppi del reale. I volti così ricostruiti non possono essere “dimostrati”, mancando la realtà o la riproduzione visiva dell’originale del corpo. Ma gli sguardi enigmatici, fra il museo delle cere e l’iperrealismo di Duane Hanson, promettono emozioni forti e la ricerca (almeno emotiva) del “maker” magistrale che è il Dna.

Hannes Langeder, Fahrradi - photo Tom Mesic

Hannes Langeder, Fahrradi – photo Tom Mesic

INCONTRA L’ALTRA SPECIE
Invece Myconnect è un “connettore interspecie” che, all’interno di una capsula dove si colloca il fruitore, collega il corpo umano con altre forme di vita. In questo caso, il fungo Mycelium, vegetale particolarmente complesso. E attraverso il battito del cuore umano si mette in atto un sistema di comunicazione in cui affiorano alcuni processi interni del fungo. Un’esperienza d’interdipendenza, una connessione neurale il cui senso ultimo non è tanto la valenza scientifica quanto l’azione sull’immaginario d’oggi in cui cresce la necessità di “sentire” e collegarsi diversamente in un rapporto con la natura, rapporto che l’ecologia ci dimostra incrinato.
Ieri era il coyote con cui Beouys creava un rapporto di convivenza, oggi sono i funghi, i fiori e gli uccelli di una diversa percezione del mondo.

Lorenzo Taiuti

www.aec.at/postcity/

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  • luddens

    mah, sembra già tutto così vecchio…