Utopia/Distopia. L’editoriale di Lorenzo Taiuti

C’è una newsletter che ha fatto la storia del web e dell’utopia che rappresentava. E se chiudesse? Dall’altra parte, ci sono immagini terribili e perturbanti, come quella del ragazzino che spara alla nuca di due prigionieri. Il XXI secolo, fra utopie e distopie…

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Geert Lovink

Geert Lovink

UNA NOTIZIA DAL WEB
Alla metà degli Anni Novanta, in qualche scantinato di Amsterdam (così narra la leggenda) nasce la newsletter Nettime, con l’obiettivo di fornire una piattaforma d’informazione e scambi sulle problematiche aperte dal nascente World Wide Web. La newsletter si divide in discussione e informazione con figure di spicco come Geert Lovink (teorico della Rete) e una vasta partecipazione internazionale.
Qualche tempo fa dalla redazione è arrivata la notizia di una chiusura a causa della stanchezza dei moderatori, creando un’ondata di commenti, complimenti, incoraggiamenti, rimpianti, incitamenti.

UTOPIA
Se la notizia fosse vera e non una mossa per sentire quanto la situazione sia ancora viva, vanno fatte delle riflessioni. Una delle grandi utopie della cultura digitale è stata la democratizzazione del dibattito e lo scambio di idee, il “caffè elettronico” come Cafè Procope dei nuovi illuministi tecnologici. E creare un’area d’influenza culturale sembrava (era) concreto sulla Rete prima di Facebook.
Oggi il trasferimento in massa della comunicazione sul web svela l’aspetto minoritario delle newsletter e il loro ritmo di libera (troppo libera?) meditazione. Come dovrebbe essere oggi una newsletter capace di fare analisi sul web ma anche capace di creare una comunità? Vediamo come si sviluppa il Nettime Problem. E soprattutto non facciamo diventare (come oggi avviene) utopia una “four letters word”.

Il celebre scatto di James Natchwey realizzato in Rwanda durante gli scontri Utsi-Tutu

Il celebre scatto di James Natchwey realizzato in Rwanda durante gli scontri Utsi-Tutu

DISTOPIA
Analizzando la storia della fotografia, troviamo che alcune foto sono terribili e, malgrado ciò, “belle”. Riferimenti a questa doppia qualità di una foto si trovano in Walter Benjamin, Roland Barthes e Susan Sontag. È il caso della morte del legionario spagnolo di Robert Capa, o lo spaventoso primo piano di un uomo sfregiato da un taglio di machete negli scontri Utsi-Tutu di James Natchwey.
Una foto non meno spaventosa è quella del bambino (dodici, tredici anni?) che uccide un prigioniero del’Is, foto subito lanciata online. Lo sguardo del bambino/killer inquadrato da un cappello nero mostra un’intensità incredibile e una concentrazione sull’atto che sta per compiere più terrificante dell’azione stessa. Che è quella, ignobile, di uccidere il prigioniero legato che gli è di fronte.
Il problema è come sia stato creato questo strumento di morte che è un bambino e cosa esattamente quello sguardo rappresenti, e ancora come l’ansia propagandistica abbia creato un messaggio così “perturbante”.

Lorenzo Taiuti
critico di arte e media
docente di architettura – Università La Sapienza di Roma

www.nettime.org

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #25

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