Street Art in Palestina. Una lettera di Khaled Jarrar

“Perché ho dipinto una bandiera arcobaleno sul muro israeliano dell’apartheid”. Lettera aperta di Khaled Jarrar, l’autore del murale realizzato nella West Bank e durato poche ore. Perché ricoperto da un gruppo di palestinesi. Come e perché nelle sue parole.

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Khaled Jarrar, Through the Spectrum, 2015

Khaled Jarrar, Through the Spectrum, 2015

IL RACCONTO DEI FATTI
Qualche settimana fa ho dipinto un pezzo del muro dell’apartheid israeliano, nei pressi del checkpoint di Qalandiya, West Bank occupata, con i colori della bandiera arcobaleno. La notte stessa, alcune persone della comunità hanno coperto il mio murale.
Come artista, di solito preferisco che le mie opere parlino da sé. Ma penso che le mie intenzioni siano state travisate e manipolate; anche dalla Associated Press, la cui versione della controversia che è seguita è stata ripresa da pubblicazioni di tutto il mondo, compresi il Guardian e Haaretz.
Sento quindi che è arrivato il momento di raccontare io stesso quel che è accaduto. Ho eseguito il murale – che ho intitolato Attraverso lo spettro – in pieno giorno. Le forze di occupazione israeliane erano poco distanti e dappertutto c’erano palestinesi che attraversavano il checkpoint nell’una e nell’altra direzione.
In altre parole, la vita scorreva “normalmente” nella Palestina occupata, mentre il dipinto veniva completato sotto gli occhi di passanti e residenti locali. Qualche ora più tardi la notizia del murale è esplosa sui social media e diversi palestinesi, tra cui anche un giornalista, l’hanno riportata incoraggiando ironicamente altri ad andare a salvare il razzista muro israeliano dalla “vergogna” in cui io l’avevo gettato.
Un post su Facebook mostrava una fotografia del murale, che avevo scattato io stesso, accompagnata da queste parole: “Questo schifo non vedrà la luce del sole. Stanotte sarà ricoperto”. Dando seguito a questa istigazione, nel buio della notte, un piccolo gruppo di palestinesi ha ricoperto l’arcobaleno di bianco.

ICONA DI OPPRESSIONE
Lasciatemi dire che cosa ha ispirato il mio murale. Come tutti, ho seguito le notizie sulla recente decisione della Corte suprema di legalizzare negli Stati Uniti il matrimonio tra partner dello stesso sesso. Milioni di persone, compresi molti miei contatti Facebook, sia palestinesi che di ogni altra parte del mondo, hanno usato il filtro Celebrate pride messo a disposizione da Facebook per sovrapporre un arcobaleno semi-trasparente alla propria foto del profilo.
Le immagini dell’arcobaleno si sono diffuse ovunque e in modo virale, e perfino la Casa Bianca è stata illuminata con quei colori.
Mi è così venuto da riflettere su come tanti attivisti internazionali e cittadini comuni stessero festeggiando la libertà di un gruppo che storicamente è sempre stato oppresso, sull’uso dell’arcobaleno come simbolo di libertà e di uguaglianza e su che cosa poteva rappresentare per altri gruppi vittime di oppressione.
Ho ripensato alle nostre battaglie quotidiane per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia qui in Palestina. Mentre la gente negli Stati Uniti festeggia questa vittoria – e io festeggio insieme a loro – noi in Palestina viviamo ancora segregati dalle nostre comunità e dalle nostre famiglie a causa delle politiche razziste e bigotte di Israele.
Il muro dell’apartheid, costruito in violazione della legge internazionale, taglia la nostra terra e ci separa dalla nostra acqua. Divide i contadini dai loro alberi e dai loro raccolti, le città dai villaggi, i fedeli dai luoghi di culto, i genitori dai figli, i figli dalle scuole, gli innamorati gli uni dagli altri. Impedisce alle persone di sposarsi e di vivere insieme, e distrugge ogni possibilità di vivere pacificamente in un paese unito.
Da 67 anni lottiamo insieme contro la pulizia etnica, l’occupazione e l’apartheid israeliani e questo muro è solo una – per quanto particolarmente significativa – delle molte barriere erette a privarci della libertà.
Volevo che il mondo vedesse che la nostra lotta è ancora viva e ho pensato che non poteva esserci posto migliore per parlarne delle lastre di cemento dell’icona più visibile della nostra oppressione.
Mi rincuora il fatto che la maggioranza dei palestinesi che mi hanno scritto nel corso di questa controversia sostenga la mia azione. Man mano che i giorni passavano, le loro voci sono uscite sempre più allo scoperto e ho conosciuto molte altre persone della mia comunità che condividono il mio amore per la libertà e per il nostro diritto di esprimere le nostre opinioni utilizzando modalità creative.
Sono consapevole anche che la bandiera dell’arcobaleno è un simbolo particolare spesso utilizzato dalle comunità LGBTQ, che ha una sua storia e che nasce in un contesto specifico. Non intendo sottrarmi a un dibattito, che dovrebbe essere affrontato all’interno della nostra società, usando questi colori, ma credo che i colori dell’arcobaleno rappresentino amore, umanità e libertà. E sì, c’è stata una minoranza che è rimasta disorientata dalla mia opera o che non la condivide. Questa minoranza si è abbondantemente espressa.

La bandiera arcobaleno di Khaled Jarrar

La bandiera arcobaleno di Khaled Jarrar

WHITEWASHING E PINKWASHING
Imbiancare immediatamente il muro ha attirato l’attenzione dei media mondiali. Il 30 giugno ho parlato all’Associated Press e ho spiegato loro quale fosse il mio intento, così come l’ho scritto qui. Sono rimasto costernato quando il giorno dopo ho letto il loro articolo, in cui si utilizzava la mia opera a sostegno di una narrazione che celebrava la presunta tolleranza di Israele verso tutti gli LGBTQ, palestinesi compresi.
Capii che l’intera storia era stata distorta dalla narrativa filoisraeliana in un’operazione di “pinkwashing”, sostanzialmente censurando quel che era accaduto, comprese le mie intenzioni. Il pinkwashing è una forma di “distrazione” che utilizza le presunte politiche gay-friendly di Israele per nascondere i più gravi crimini dell’occupazione.
Non si faceva menzione della profusione di testimonianze a supporto della mia opera da parte di palestinesi, né della complessità e varietà di opinioni che esistono nella nostra società come in tutte le altre.
Si affermava che Israele, in virtù della sua presunta tolleranza, è un posto sicuro per i palestinesi che hanno relazioni omosessuali; questo nonostante non esistano leggi che offrano alcun tipo di protezione in Israele ai palestinesi i quali, proprio in quanto palestinesi, spesso invece subiscono trattamenti particolarmente brutali da parte delle autorità israeliane. Come fa notare il docente universitario e attivista LGBTQ Aeyal Gross, il governo israeliano è lesto a sfruttare le questioni  LGBTQ per la sua propaganda internazionale, ma non fa niente per affrontarle attivamente in patria.
Un astuto osservatore ha commentato su Facebook: “Mentre il mondo celebra la vittoria del matrimonio gay, in Israele puoi sposare chi vuoi, a patto che non sia palestinese”. Ed è proprio così. Nel 2003 la Knesset ha approvato una legge, da allora rinnovata ogni anno, che impedisce ai suoi cittadini di vivere in Israele con coniugi palestinesi provenienti dalla West Bank occupata, dalla Striscia di Gaza e da diversi stati arabi.
Quando l’Alta Corte israeliana confermò la legge nel 2012, Human Rights Watch condannò quella sentenza per palese discriminazione. “Quella legge viola gli obblighi imposti a Israele dalla Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, che vale non solo per le razze ma anche per le origini etniche e le nazionalità e che, tra gli altri, protegge anche ‘il diritto al matrimonio e alla scelta del proprio coniuge’”, affermò il gruppo per i diritti umani.

La bandiera arcobaleno di Khaled Jarrar, ormai cancellata

La bandiera arcobaleno di Khaled Jarrar, ormai cancellata

DISINFORMAZIONE
Mentre dipinge Israele come straordinariamente LGBTQ-friendly, l’Associated Press ammette che “ufficialmente ancora non esiste alcuna forma di matrimonio tra persone dello stesso sesso in Israele, in primo luogo perché non esiste alcun tipo di matrimonio civile”. Ciò significa che non solo gli israeliani non possono sposare i palestinesi, ma non possono neanche sposarsi tra di loro, a meno che non siano della stessa religione.
L’Associated Press passa quindi a perpetuare un altro mito, affermando che “nella West Bank è ancora in vigore una legge giordana del 1951 che vieta gli atti omosessuali; divieto vigente anche a Gaza, dove fu introdotto dalle autorità britanniche nel 1936”.
Questo non è corretto. Il Codice penale giordano del 1951 (emendato nel 1960) è ancora in vigore nella West Bank ma, come osserva il gruppo LGBTQ ILGA nel suo ultimo report annuale, la legge non “contiene alcun divieto in materia di atti sessuali tra persone dello stesso sesso”.
Ciò nonostante, è vero che le questioni che riguardano la sessualità – sia l’identità sessuale che le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso, ma anche tra persone di sesso diverso – sono oggetto di controversie, contestazioni e restrizioni sociali nella società palestinese, così come nella società ebraica israeliana e in tutto il mondo.
Ignorare tutto questo e alimentare la narrativa dei palestinesi “arretrati” contro gli israeliani “progressisti” è l’essenza stessa del pinkwashing. Io mi oppongo con forza a che la mia opera venga utilizzata per nutrire questa propaganda a favore di Israele.
Il succo del discorso è questo: le autorità israeliane si sono vantate del fatto che 100mila persone hanno partecipato all’ultimo gay pride a Tel Aviv. Ma se in 100mila, tra noi palestinesi che viviamo nella West Bank occupata o nella Striscia di Gaza, avessimo voluto unirci a quella marcia, avremmo trovato il muro israeliano dell’apartheid a bloccarci la strada.
Credo che il mio ruolo in quanto artista che spesso agisce in spazi pubblici sia stimolare il dialogo. Difendo la mia opera: i colori sul muro dell’apartheid hanno aggiunto un ulteriore contributo ad altri temi che vi sono rappresentati e che istituiscono legami con altri popoli e con le loro lotte contro l’oppressione nel corso della storia.
Sovvertendo un simbolo di libertà e di autodeterminazione per attribuirvi una valenza più ampia che includesse anche la condizione di noi palestinesi, ho voluto usare i colori dell’arcobaleno per avviare un sincero confronto. Anche se l’opera ora è stata coperta di bianco, il dibattito continua.
Sono grato ai numerosi giornalisti, artisti, amici palestinesi e a tutti gli altri che in questi giorni stanno scrivendo sull’argomento per le meravigliose e articolate discussioni che stanno promuovendo. Mi conforta saperci in grado di affrontare argomenti spinosi e di impegnarci in un dibattito interno e internazionale che demolisce gli stereotipi che gli stranieri e persino noi palestinesi a volte coltiviamo rispetto alla nostra società.

Khaled Jarrar

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