Storie di musei e disabilità – parte IV. Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Una grande inchiesta di Artribune Magazine vi ha raccontato l’accessibilità museale negli Stati Uniti. Con un’appendice in forma di intervista a Rebecca McGinnis, senior museum educator, Access and Community Programs al Metropolitan Museum of Art di New York. E ora una piccola finestra sull’Italia: a parlare è Annamaria Cilento, referente per i Progetti Accessibili della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino.

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Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Il vostro dipartimento educativo ha sempre dimostrato una notevole attenzione rivolta al coinvolgimento dei visitatori e prova ne è la lunghissima esperienza con i mediatori culturali d’arte. Com’è nata l’esigenza di occuparvi anche di accessibilità?
Il Dipartimento Educativo si è occupato di accessibilità fin dall’inizio delle sue attività. Per noi i percorsi e le attività proposte sono uno strumento importante per una più facile e attiva partecipazione alla vita culturale della città, indipendentemente dalle differenze culturali, sociali, fisiche. L’accessibilità dei musei è un ulteriore tassello che contribuisce a migliorare la qualità di vita di tutti, favorendo l’accoglienza e le occasioni di socializzazione e di espressione. Queste considerazioni ci hanno portati ad aderire al Manifesto per la Cultura Accessibile, una dichiarazione dell’impegno delle principali istituzioni culturali di Torino e dell’area circostante sui temi dell’accessibilità culturale. L’idea è quella di lavorare nell’ottica del design for all, cioè della creazione di strumenti che vadano incontro alle necessità del disabile, intercettando però anche quelle di un pubblico più ampio.

Quali sono le barriere che la Fondazione cerca di rimuovere attraverso i principali progetti che portate avanti?
La principale barriera è lo scetticismo nei confronti della possibilità stessa di accedere ai contenuti dell’arte contemporanea: paradossalmente, ci si riconosce con difficoltà nel modo in cui l’arte descrive il nostro tempo. Noi lavoriamo perché il museo diventi un luogo familiare e aperto, un luogo che racconta delle storie ma anche accoglie e comprende uno sguardo diverso. Osservare insieme, avvicinarsi, provare a rintracciare nella propria quotidianità il linguaggio proposto dall’opera d’arte, sperimentarlo in laboratorio in una pratica creativa, indebolisce le barriere e genera appartenenza: nel museo la differenza diventa ricchezza.

Annamaria Cilento, referente per i Progetti Accessibili della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino

Annamaria Cilento, referente per i Progetti Accessibili della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino

Concepite l’accessibilità quale pratica di messa in rete e confronto. Con quali realtà collaborate?
Il Dipartimento Educativo è impegnato quotidianamente in visite alle mostre e attività di laboratorio con centri diurni e cooperative, e siamo in contatto con gruppi che utilizzano un approccio scientifico e terapeutico, come la Fondazione Carlo Molo, che si occupa della cura di pazienti affetti da afasia. Tra i percorsi più interessanti c’è quello intrapreso con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Torino, che ha portato alla fidelizzazione di un gruppo che visita periodicamente le nostre mostre e partecipa a specifici laboratori. Una delle conseguenze più immediate è stata la creazione della mappa tattile dell’edificio, e ormai da tempo in mostra viene utilizzato il font Biancoenero, un carattere specifico che facilita la lettura a ipovedenti e dislessici. Il risultato più importante della collaborazione con l’UICI è però il percorso di studio sul rapporto fra arte contemporanea e percezione sensoriale: una ricerca sul linguaggio e sulla comunicazione dei contenuti dell’opera d’arte che coinvolge, oltre a UICI, Tactile Vision Onlus, PAV – Parco d’Arte Vivente, il Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino e Tea Taramino, curatrice della Biennale Internazionale Arte Plurale. Il progetto di ricerca ha adottato il nome Making Sense. I sensi e le parole nell’opera d’arte.

Si parla di accessibilità sempre più spesso e, soprattutto all’estero, rappresenta un tema imprescindibile nella riflessione sul futuro dei musei. Qual è la vostra percezione del sistema museale italiano attuale rispetto alla progettualità diffusa di Torino?
Quello di Torino è un punto di vista sicuramente privilegiato sulle questioni dell’accessibilità museale. Il sistema culturale della città è molto attento a rendere i luoghi della cultura accessibili ai pubblici con disabilità. Una prova è certamente il Manifesto per la Cultura Accessibile, che ha avuto soprattutto il merito di condividere e rafforzare questo intento. In più di un’occasione il Manifesto è stato preso come punto di riferimento per altre realtà, dalla Regione Puglia a Matera Capitale Europea della Cultura 2019. In generale, c’è uno scambio di esperienze attivo e interessante tra i musei su questi temi: la vera rivoluzione, in senso scientifico ma anche creativo, è avvenuta quando ci siamo resi conto che lavorare sull’accessibilità era prima di tutto una questione di comunicazione, di sperimentazione di linguaggi e di strumenti che rendano realmente possibile l’accesso alla cultura.

Mediazione culturale alla Fondazione Sandretto di Torino

Mediazione culturale alla Fondazione Sandretto di Torino

Occuparsi di accessibilità significa anche elaborare strategie creative e ripensare alla comunicazione quale nuova pratica. Quali sono le sfide che pone questo nuovo approccio?
Certamente la comunicazione è un tema cruciale. Con il gruppo di ricerca Making Sense, affrontando la questione del linguaggio da punti di vista diversi – esperienziali e teorici – ci siamo presto trovati a porci domande sul grado di efficienza della comunicazione. Nella nostra ricerca ci occupiamo di problemi legati alla visione, dove la parola è lo strumento preferenziale nel supporto a chi non vede. Ma quali sono in realtà i dati essenziali che consentono di avere un’esperienza soddisfacente nella fruizione di un’opera? Esistono dei punti fermi da cui partire? Quali strumenti sono necessari, quali esistono già, quali sono ancora da costruire? Si pensi all’esempio del Castello di Rivoli, al dizionario dell’arte contemporanea in lingua dei segni. Questa, probabilmente, è la sfida di oggi: un museo che parli tutte le lingue, comprese quelle delle disabilità, e che diventi il luogo di nascita e sperimentazione di una comunicazione nuova, per tutti.

Maria Chiara Ciaccheri

www.fsrr.org

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #24

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