La Grande Madre. Report dalla mostra della Fondazione Trussardi #2

Palazzo Reale, Milano – fino al 15 novembre 2015. Tra Yoko Ono e Boccioni, Nicholas Nixon e Olga Fröbe-Kapteyn, Picabia e Mina Loy, Marlene Dumas e Roman Ondàk l’essenza della femminilità trascende. I contorni della donna generatrice declinano, rapprendono e infine spandono, in cerca di uno stato di grazia.

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Dorothy Iannone, Suck my breast I am your most beautiful mother, 1970-71 - Collezione privata, Milano

Dorothy Iannone, Suck my breast I am your most beautiful mother, 1970-71 – Collezione privata, Milano

UN PERCORSO IN COSTANTE MUTAZIONE
La Grande Madre è un prisma iconografico ripartito su 29 facce, 29 stanze che, attraverso oltre 400 opere di 139 artisti, scrittori e registi, rappresentano la figura della donna.
La mostra, tra cambi crescenti di luminosità (luci che virano dai toni caldi a quelli siderali) e di densità espositiva, non risulta mai uguale a se stessa. Procede nello spazio ispirando ed espirando, come se attraversasse la Storia meditando: a tratti avviluppandosi su assi temporali riconoscibili (primordi del cinema, avanguardie, movimenti per l’emancipazione ecc.) e a tratti liberando orizzonti di ricerca puntuali, che rendono il linguaggio espositivo ontologicamente, eternamente femminile: il-logico, mutevole, impressionabile, fragile, sfidante e contraddittorio.

MILLE DECLINAZIONI DI JUNG
Il tentativo di rievocare e rappresentare l’archetipo junghiano del femmineo generatore, che conferisce il titolo all’itinerario, lungo il percorso spesso si trasforma: sdilinquito (Alfred Hitchcock, Psyco, 1960), disatteso (Suzanne Santoro, Toward New Expression, 1974), frainteso (Rosa Rosà, Sam Dunn è morto, 1917), dilatato (David Hammons, Freudian Slip, 1995), traslato (la riproduzione dell’erpice di Kafka, riprodotto da Harold Szeemann nel 1975), finalizzato (Lucio Fontana, Concetto Spaziale. La fine di Dio, 1963-64), generalizzato (Nari Ward, Amazing Grace, 1993) e, talvolta, trasformato in un risultato atteso del percorso stesso (Maria Lassnig, Illusion von der versaumten Mutterschaft, 1998).

Rineke Dijkstra, Julie, Den Hagg, The Netherlands, February  29, 1994, dalla serie New Mothers, 1994 - Courtesy Rineke Dijkstra e Marian Goodman Gallery

Rineke Dijkstra, Julie, Den Hagg, The Netherlands, February 29, 1994, dalla serie New Mothers, 1994 – Courtesy Rineke Dijkstra e Marian Goodman Gallery

IL TORTUOSO CAMMINO PER ESSERE DONNA
Nel raccogliere e porre in dialogo centinaia di opere, il rischio di disseminare e sincopare la scrittura del percorso qui si confonde con una percezione, una visione finale, una grande immagine di un’integrità disorganica e al tempo stesso agognata. Figura di un’essenza composita, una femminilità che per affermarsi come non-uomo – dunque donna in sé, né moglie né figlia né amante né musa e nemmeno più madre biologica – ha dovuto: travalicare i limiti (Henny Hennings, Totentanz, 1916), transustanziare (Katharina Fritsch e la Madonna giallo fluorescente), sopravvivere (Alina Szapocznikow, Torso senza testa, 1968), interiorizzare il proprio corpo (Carolee Schneemann, Interior scroll, 1975), renderlo materia (Regina, Danzatrice, 1930), imparare a non essere (Käthe Kollwitz e Dorothea Lange) e infine sovrapporsi alla propria immagine (Roman Ondák, Teaching to walk, 2002), tornando, nell’atto del guardarsi, a sembrare la madre che si ha avuto (Gillian Wearing, Self-Portrait as My Mother Jean Gregory, 2003).

Ginevra Bria

Milano // fino al 15 novembre 2015
La Grande Madre
a cura di Massimiliano Gioni
Catalogo Skira
PALAZZO REALE
Piazza del Duomo 12
[email protected]
www.fondazionenicolatrussardi.com

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/46981/la-grande-madre/

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