In viaggio con Joseph Cornell. Stando a Manhattan

Royal Academy of Arts, Londra – fino al 27 settembre 2015. Raccontava Napoli e Israele, ma non si era praticamente mai mosso da Manhattan. Joseph Cornell il surrealista, al quale l’etichetta non piaceva affatto. Ora lo ricorda una grande mostra a Londra.

Print pagePDF pageEmail page

Joseph Cornell, Untitled ( The Crystal Cage, Portrait of Berenice), 1934-1967

Joseph Cornell, Untitled ( The Crystal Cage, Portrait of Berenice), 1934-1967

IL SURREALISTA CHE NON ERA SURREALISTA
Era l’americano innamorato di un’Europa mai vista, Joseph Cornell (Nyack, 1903 – New York, 1972); il celibe attratto da donne mai conosciute; un surrealista in piena regola restio a farsi considerare parte del gruppo (“I do not share in the subconscious or dream theories of the Surrealists […] and I believe that Surrealism has healthier possibilities than have been developed”), pur esponendo regolarmente alla Julien Levy Gallery – ritrovo newyorchese dei surrealisti in fuga dal fascismo – e partecipando alla prima esposizione surrealista a New York, Fantastic Art, Dada, Surrealism at the MoMA, nel 1936.
Un uomo riservato, alieno ai riconoscimenti, che invece ricoprirono amici come Marcel Duchamp, Lee Miller e Dorothea Tanning, per citarne solo alcuni; concentrato piuttosto in creazioni notturne di collage, assemblage, dossier, teche, copertine per riviste e montaggi amatoriali. Un corpo di opere che, a quarant’anni dalla morte, colpisce ancora per gli accostamenti tra vecchie foto pescate nei negozi di seconda mano, illustrazioni vittoriane di libri per bambini con oggetti rari; per la ricerca su temi come il desiderio, la memoria e il tempo.

UNA MOSTRA CHE PONE DOMANDE
Divisa per temi (Play & Entertainement, Collecting & Classification, Observation & Exploration, Longing & Reverie), la mostra londinese sembra soprattutto interrogarsi sulla natura misteriosa della creatività di Cornell. Da dove viene? E come ha fatto un uomo costretto dalle circostanze – la morte del padre, la responsabilità di una madre, di due sorelle più piccole e di un fratello affetto fin dalla nascita da paralisi celebrale – a sopravvivere alla grande depressione degli Anni Trenta, a New York, mantenendo uno stile di vita a dir poco ordinario, mentre immaginava e produceva una delle raccolte d’arte più originali del XX secolo?

Joseph Cornell, Untitled (Tilly Losch), 1935-38 ca.

Joseph Cornell, Untitled (Tilly Losch), 1935-38 ca.

GIOCHI PER ADULTI
Toys for Adults è l’espressione con cui le prime costruzioni vengono promosse da Levy, gallerista che Cornell conosce nel ‘32, entrando nella galleria, da poco aperta, durante uno dei vagabondaggi per Manhattan, durante la pausa pranzo. Difficile dargli torto. Objet (Tower of Babel and Children of Israel) del 1938 è una piccola scatola di cartone rivestita dai ritagli di pagine di una guida Baedeker su Berlino, correlata da pedine, sfere e istruzioni. Ma il gioco, un riferimento alla storia biblica della nascita delle lingue, resta solo una delle dimensioni dell’opera. Tra le altre: il desiderio di evadere.
Objet Fenêtre del 1937 è ancora un oggetto/gioco. Un libricino di carta rigida a pagine pieghevoli che si aprono e si chiudono a fisarmonica. Su ogni pagina Cornell incolla l’immagine di una finestra che sembrerebbe anche sempre la stessa, se non ci si avvicinasse per scoprire che i vetri a volte sono rotti, altre no; le ante chiuse, ma anche aperte; le ringhiere appaiono e spariscono. C’è il tempo nello scorrere tra una finestra e l’altra, e viene naturale immaginare quest’adulto che ci gioca, ricostruendo il suo libricino delle ore; ma si avverte anche la profonda frustrazione che fa della finestra una possibile e, allo stesso tempo, impossibile via d’uscita da una quotidianità che passa inarrestabile, rompendo i vetri e chiudendosi al sole.

Joseph Cornell, Naples, 1942 - The Robert Lehrman Art Trust

Joseph Cornell, Naples, 1942 – The Robert Lehrman Art Trust

IL VIAGGIO MENTALE
Che Cornell sfogasse il desiderio di viaggiare nell’inesauribile sete di conoscenza, nei vagabondaggi per Manhattan, nei giri in bici alla ricerca di materiale per i suoi objets prima e per le scatole dopo, è risaputo. Che con gli anni le sue creazioni fossero diventate i prodotti di una mente capace di fondere immaginario e vissuto, è comprensibile anche alla luce dell’adesione dell’artista al movimento religioso del Christian Science, che considera l’anima, lo spirito e Dio le uniche forme di realtà. Quello che stupisce è che, ottenuti dei riconoscimenti (grazie a Duchamp, che lo introduce nella cerchia di Peggy Guggenheim) e quindi la possibilità non solo di dedicarsi a tempo pieno alle sue opere, ma anche di viaggiare, Cornell scelga la “solita” vita divisa tra impegni di lavoro, chiesa, famiglia e viaggi immaginari.
Naples, una delle famose teche, mostra una foto vintage sulla città: palazzi alti, stretti; i panni appesi, bambini che giocano sulle scale. Ai lati della foto, due specchi si riflettono vicendevolmente accentuando il punto di fuga della scalinata, che si perde in un orizzonte irraggiungibile. Al centro, un bicchiere di vino dentro cui cade un’etichetta con la scritta Naples. Accanto, una conchiglia; riferimento a Fanny Cerrito (1817-1909) nelle vesti di Ondine in una tournée del 1840. È grazie alla ballerina napoletana che Cornell conosceva Napoli intimamente, avendola percorsa più volte a piedi con l’immaginazione, guidato dalle notizie sull’adolescenza di una delle sue donne preferite; piena di talento, eppure mai famosa quanto le altre.
Un fatto reale con cui l’artista gioca, dando a Cerrito la fama che la storia le ha negato e a Napoli, che nel 1942 veniva bombardata dagli Alleati, la protezione di un meraviglioso scrigno in legno e vetro.

Maria Pia Masella

Londra // fino al 27 settembre 2015
Joseph Cornell – Wanderlust
a cura di Sarah Lea
ROYAL ACADEMY OF ARTS
Burlington House – Piccadilly
+44 (0)20 73008000
www.royalacademy.org.uk

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community