Lo Strillone: Curzio Maltese e i mali turistico-culturali italiani su La Repubblica. E poi Salvatore Settis, Melania Mazzucco e Tintoretto, Alberto Barbera

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Salvatore Settis

Salvatore Settis

Sostituire il servizio militare con un volontariato itinerante di un anno per consentire a tutti i giovani italiani di capire che razza di fortuna gli fosse capitata sotto i piedi”. Curzio Maltese inizia così l’appassionata – quanto inutile, temiamo – arringa che su La Repubblica dedica alla “convinzione stupida e ignorante che non serva investire in cultura, ma magari in vecchie industrie decotte”. “Mai come in questi trent’anni si è rivelata vera la vecchia idea di Ennio Flaiano, secondo la quale di tutte le invasioni straniere dell’Italia, la peggiore è stata quella degli italiani”, cita il commentatore. “Dopo aver perso tanti treni della globalizzazione, l’Italia rischia di perdere anche l’ultimo e il più facile e naturale, quello del boom del turismo mondiale, che per l’Europa significa ormai per la metà o quasi turismo culturale. In venti anni siamo passati dal primo al quinto posto nel mondo per numero di visitatori e dal secondo al settimo per volume d’affari. Il Pil legato al turismo è solo il quattro per cento del totale, che arriva al dieci con l’indotto, quando potrebbe essere serenamente il doppio e assorbire la metà dei disoccupati”.

Strillone quasi monopolizzato da La Repubblica, oggi: che dà spazio a Salvatore Settis per la sua riflessione su “II segreto della creatività che abbiamo dimenticato”. L’Europa è un continente rimasto senza idee: “L’efficienza (spesso sinonimo di ubbidienza) viene confusa con il dinamismo, l’alternanza ai vertici viene scambiata per innovazione, lo storytelling del successo prende il posto di ogni vero sviluppo”. E poi alla scrittrice Melania Mazzucco, che svela perché il genio ambiguo del Tintoretto (riscoperto negli ultimi anni) sia oggi così attuale: “È eversivo e sfida le nostre certezze. Benché fosse eccezionalmente intelligente, creativo e consapevole della propria originalità eversiva, era anche ulcerato e vulnerabile. Qualcosa – una febbrile inquietudine, la coscienza del limite, l’alta considerazione di sé non pari a quella che gli riservavano gli intenditori – lo rendeva insicuro. La contrastava con la mobilità e la metamorfosi”. Si avvicina la Mostra del Cinema di Venezia, e Il Giornale intervista il direttore Alberto Barbera: “è sempre più difficile portare grandi pellicole americane qui a Venezia, ma come a Cannes del resto. Gli Studios hanno da tempo cambiato le strategie di marketing: non pensano più che i festival siano tappe imprescindibili nella promozione di un film”.

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  • Non mi sembra che Tintoretto dia l’idea di insicurezza nei suoi lavori, anzi; dai giochi di luce, dal segno deciso, fino all’uso estremamente personale della tonalità sembra piuttosto l’incontrario ! Non so in base a quali elementi la Mazzucco sia arrivata a tale conclusione.