Inpratica. Summer Theory (I)

Non si ferma nemmeno in agosto, la rubrica “Inpratica”. Anzi, iniziamo proprio oggi con un nuovo saggio a puntate di Christian Caliandro. E non poteva che intitolarsi “Summer Theory”.

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Achille Perilli, Le rocce dell'antica saggezza, 1957

Achille Perilli, Le rocce dell’antica saggezza, 1957

È iniziato tutto con il non saper fare i letti. A vent’anni eravamo lenti, atrocemente lenti; e pigri. Tutto era già congegnato in modo da favorire la nostra incoscienza, il nostro fregarcene della società che avevamo attorno: anzi, la società non esisteva proprio all’interno del nostro orizzonte immaginario – era una cosa vecchia, stantìa, fuori moda (puzzava di Anni Settanta). Si preparava la distopia – si allestiva segretamente la Morte Nera. Alla fine, retrospettivamente, si può dire con tranquillità che il nostro non sapere fosse in tutto e per tutto collaborazione (il ritardo era premeditato?). La forma di consapevolezza, acquisita tardi nel corso degli ultimi dieci anni, è una forma triste perché quasi del tutto inservibile. Conseguita quando tutto era ormai già accaduto, quando i pilastri erano eretti e le strutture perfezionate.
Questo conformismo è iniziato molto, molto tempo fa (e non in una galassia lontana). La Polizia del Pensiero. Tutti uguali, tutti ugualmente stupidi – e senza presa cognitiva sulla realtà e sui suoi processi. Anna Maria Ortese ha scritto onestamente la verità da cui gran parte degli italiani è stata attraversata negli ultimi decenni: la gran parte che non conta, che non stabilisce immaginario, che non influenza decisioni né determina effetti (ma, subendoli, sente oscuramente, senza articolazione magari).
La mutazione è stata ed è reale. Eccome.
Siamo giunti al punto in cui tutti o quasi gli oggetti culturali seri sono disconosciuti o misconosciuti, mentre quelli irrilevanti, mediocri, ripetitivi, derivativi, vengono salutati immancabilmente come capolavori.
È orribile un’epoca che si accontenta della sbobba propinata, della bassa qualità, del livello infimo: “Robaccia, imbrogli, roba che non dura niente” (Goffredo Parise). E ne è persino lieta – senza provare il minimo impulso a ricercare sguardi ulteriori, alternativi, sotterranei, faticosi, decisamente più gratificanti e profondi.
Radicali.

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Cristian Chironi, My House Is a Le Corbusier (Esprit Nouveau, Bologna 2015) - photo Luca Ghedini

Cristian Chironi, My House Is a Le Corbusier (Esprit Nouveau, Bologna 2015) – photo Luca Ghedini

Dire NO.
Rifiutare.
Criticare.
Opporsi.
Costruire alternative.
Costruire.
Pensare.
Trasformare.
Plasmare.
Trasformarsi.
Rimanere fedeli a se stessi.
Crescere.
Maturare.
Dire NO.

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Robert Morris, Untitled, 1970

Robert Morris, Untitled, 1970

Lavorare sulla prospettiva di vita di un progetto; sull’infrastruttura di relazioni; articolazione stabile, sistema organico che cresce costantemente; percorso autonomo con alleanze strategiche (mediatiche, istituzionali, culturali, imprenditoriali); progetto di comunità, capace di mettere insieme le ferite e i traumi con le speranze e il desiderio di rinascere e di rigenerarsi; lavorare su un contesto unico, concentrato nello spazio e nel tempo (e in grado di espanderli), e che brucia, consuma: l’investimento cognitivo ed economico, il pensiero, l’evoluzione, la progettazione; scorie, residui, scarti (biopunk).
Un collage vivente: “Il Junkspace prospera nel progetto, ma il progetto muore nel Junkspace. (…) Il Junkspace inventa storie da ogni parte, i suoi contenuti sono dinamici e tuttavia stagnanti, riciclati o moltiplicati come in una clonazione: forme in cerca di funzione come paguri in cerca di un guscio vuoto… Il Junkspace perde le architetture come un rettile perde la sua pelle, rinasce ogni lunedì mattina. (…) verbi sconosciuti e impensabili nella storia dell’architettura – ammorsare, appiccicare, piegare, lasciar cadere, incollare, sparare, raddoppiare, fondere – sono diventati indispensabili. Ogni elemento svolge il proprio compito in un isolamento negoziato. Là dove una volta il dettaglio suggeriva l’incontrarsi, forse per sempre, di materiali diversi, vi è ora un accoppiamento transitorio, sul punto di essere disfatto, riaperto, un abbraccio temporaneo con alte probabilità di separazione; non più un incontro orchestrato fra differenze, ma la fine improvvisa di un sistema, uno stallo” (Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, Macerata 2006, pp. 70-71).
Occorre inoltre, nel nostro caso, evitare di penetrare nostalgicamente l’intero immaginario dell’Italia, che esercita una forza attrattiva così resistente e determinante nei confronti dell’esterno. Una specifica espressione facciale, una specifica reazione psichica, una specifica risposta emotiva – che non sono affatto le stesse generate, che so, dalla Germania, dall’Inghilterra, dalla Romania (o dalla Cina). È un universo culturale e narrativo (la Dolce Vita; Fellini; la Cinquecento; la Vespa; la moda, il design, il lusso Anni Sessanta ecc.) che costituisce un sistema culturale integrato e caratterizzato da una grandissima coerenza interna. Il potenziale evocativo di questo sistema è inversamente proporzionale al nostro attingere nostalgicamente a esso. Va colato/calato nel presente e proiettato nel futuro – nel XXI secolo.

Christian Caliandro

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