Carnet d’architecture. 2A+P/A

Sono “racconti dell’interno” quelli che propone in questo articolo lo studio d’architettura 2A+P/A. Racconti che sono nati durante un workshop a Londra e che sono ispirati a una decina di film visionari. Da “Mon Oncle” di Jacques Tati fino al “Cavaliere Oscuro” di Christopher Nolan.

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Interior Tales – workshop di 2A+P – Jacques Tati, Playtime, 1967 - studenti Kolby Forbes e Alec Bliss-Pryor

Interior Tales – workshop di 2A+P – Jacques Tati, Playtime, 1967 – studenti Kolby Forbes e Alec Bliss-Pryor

CAMBIA LA CITTÀ, CAMBIA L’ARCHITETTURA
L’architettura non è più lo strumento principale per produrre la città. In un’era in cui si è costretti a interrompere i processi di espansione urbana, e dove l’unica possibilità sembra essere quella di trasformare ciò che la città moderna ci ha lasciato in eredità, il sistema degli oggetti e lo spazio interno possono essere interpretati come i veri protagonisti del disegno della città.
Come afferma Andrea Branzi, “si sono abbandonate fabbriche, svuotati uffici; si sono realizzate scuole e campus universitari in aree industriali; edifici storici trasformati in banche e centri informatici; capannoni artigianali in atelier per il design della moda; depositi industriali riciclati in centri commerciali; magazzini sono divenute abitazioni o teatri di posa; uffici diventano gallerie d’arte o alberghi; garage a studi di registrazione; da cantine laboratori di ricerca. Si lavora in casa e si abita in ufficio”.

BENE COMUNE O MERO PRODOTTO?
È in atto un processo metabolico costante all’interno della città, in cui si stanno trasformando secondo le esigenze abitative, produttive, commerciali, gli spazi ereditati da altri processi di cambiamento e dismissione. Inoltre, l’architettura, intesa come oggetto di nuova costruzione, sta affrontando un progressivo processo di mutazione da luogo da abitare a prodotto, evidenziando una forte crisi del rapporto stesso tra città e architettura. La spaccatura che si viene a creare la spinge a diventare una realtà alternativa alla città, un oggetto mercificato, perdendo sempre più il suo carattere pubblico.
Diventa necessario quindi individuare un progetto di resistenza che permetta all’architettura di essere ancora un bene comune piuttosto che un prodotto. Che sia capace, in altre parole, di resistere a questa frattura con la città.
Seguendo questo ragionamento, ci si può domandare se è ancora lecito, o meglio, necessario costruire nuove architetture. O ancora se è l’architettura, intesa come la costruzione di nuovi edifici, lo strumento più efficace della trasformazione del reale.
Lo spazio interno può giocare, in questo senso, un ruolo inedito dal momento in cui tutte le discussioni riguardanti l’architettura sono rilegate all’aspetto visivo, all’immagine che questa acquista.

Interior Tales – workshop di 2A+P – Roland Emmerich, Anonymous, 2001 - studenti Taylor Hogan e Dabota Wilcox

Interior Tales – workshop di 2A+P – Roland Emmerich, Anonymous, 2001 – studenti Taylor Hogan e Dabota Wilcox

L’ARCHITETTURA SI INTERIORIZZA
Il potenziale inespresso dello spazio interno permette di ritrovare la carica visiva e narrativa del progetto e di riconciliare la dicotomia creatasi tra architettura e città.
A tal fine, lo spazio interno deve riuscire a interpretare la continuità dello spazio pubblico della città, il luogo di mediazione, lo scenario dei rituali della quotidianità. Con questo intendiamo che lo spazio interno deve essere capace di confrontarsi con i vuoti urbani, le piazze, le strade, i giardini, e amplificare le naturali interrelazioni che si vengono a formare. Partecipare quindi alla costruzione della mappa della città, della sua geografia. È possibile in definitiva immaginare uno spazio interno continuo costituito dalla sommatoria dei molteplici spazi che definiscono e formano la città stessa, come una successione di stanze nella struttura della forma urbana.
In questo la costruzione di una sequenza, di un racconto, di una narrazione, può diventare un’importante guida nella costruzione di una visione più ampia e attenta della città; e il cinema, attraverso la sua capacità di espressione visiva e visionaria, può essere interpretato come un ricco serbatoio da dove poter attingere nella definizione dello spazio interno, come una sorta di strumento con il quale interpretare la realtà stessa.
Il racconto di un luogo, di uno spazio, può quindi essere capace di costruire un terreno di confronto tra l’architettura e la città, o meglio tra le vite che si svolgono al suo interno e la scena fissa che le contiene: costruire uno spazio di collegamento, operare quindi un processo di trasformazione del territorio attraverso la sommatoria di quei luoghi interni di cui la città stessa è un giacimento in continuo mutamento.

Interior Tales – workshop di 2A+P – Peter Weir, The Truman Show, 1988 - studenti Bowen Zheng e Taiming Chen

Interior Tales – workshop di 2A+P – Peter Weir, The Truman Show, 1988 – studenti Bowen Zheng e Taiming Chen

COSA CI PUÒ INSEGNARE IL CINEMA
Per analizzare quindi possibili comportamenti e rituali, per studiare potenziali scenari di trasformazione e comprendere la realtà, abbiamo spesso fatto ricorso al cinema e alla sua forma visivo-narrativa. Alcune scene descritte all’interno della cultura cinematografica possono quindi essere indagate come possibili modelli per la trasformazione dello spazio. Si fondono così in questo esercizio alcuni elementi importanti della progettazione architettonica: l’analisi, la ricostruzione, la narrazione e la rappresentazione.
In particolare, le immagini che vi mostriamo sono state create in occasione del workshop Interior Tales che ha coinvolto gli studenti della Syracuse University a Londra nell’elaborazione di progetti di spazi interni urbani ispirati a celebri scene di pellicole cinematografiche. Ne sono nate otto sezioni prospettiche, ognuna delle quali costruita come una campionatura, una sorta di reverse engeneering tra arti diverse, ma che vogliono condividere un’idea di narrazione fatta di spazi. I film dai quali sono stati tratti i diversi frammenti visivi e spaziali sono Mon Oncle (1958), The Great Escape (1963), Playtime (1967), The Holy Mountain (1973), Tron (1982), The Truman Show (1988), Anonymous (2001), The Dark Knight (2008).
La finzione diviene uno spietato strumento d’indagine della realtà: il film Mon Oncle di Tati può diventare un modo per comprendere le complesse relazioni che si sono verificate tra la città moderna e quella storica; la costruzione del territorio artificiale di The Truman Show può essere invece riletto come una distopica visione dell’immaginario fulleriano in un’instabile oscillazione tra protezione e controllo; mentre l’animata vicenda della controversa attribuzione delle opere di Shakespeare descritta in Anonymous, all’interno degli spazi del Globe Theatre, può costituire il punto di partenza per verificare gli effetti di una mutazione dello spazio teatrale come nuovo modello di spazio pubblico urbano.

Matteo Costanzo e Gianfranco Bombaci
2A+P/A

www.2ap.it

“Carnet d’architecture” è una rubrica a cura di Emilia Giorgi

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