Brain Drain. Parola a Stefania Mangano

Classe 1985, Stefania Mangano – che è nata a Città del Messico – ha lasciato l’Italia per andare in India. Un percorso iniziato da zero, nell’ambito del management delle arti performative. Dopo un anno a mezzo a Bangalore, ha un messaggio chiaro per l’Italia: “Non siamo cervelli in fuga ma ponti con Paesi straordinari con i quali dialogare”.

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Stefania Mangano

Stefania Mangano

India, enorme continente ricchissimo di cultura: come ci sei arrivata?
Principalmente per amore, a occhi chiusi nel luglio 2013, ma anche spinta dalla curiosità per un territorio che ignoravo quasi totalmente. Lo choc culturale è stato notevole per la quantità di gente, colori, traffico, l’energia di un Paese in preda a uno sviluppo convulso. Un’impresa trovare il mio spazio all’inizio. Dopo un periodo di ricerca personale, ho conosciuto le realtà artistiche e culturali locali e scoperto ambienti più affini alla mia storia professionale.

Come hai raggiunto la tua posizione professionale?
Ci sono voluti diversi mesi, accettando una sfida difficile. Ho iniziato lavorando come volontaria per il Ranga Shankara Festival, organizzato dal più importante teatro di Bangalore. In quell’occasione ho conosciuto la direttrice artistica del Teatro Jagriti, con cui collaboro stabilmente dal 2013 come freelance. Per loro ho ricoperto vari ruoli: assistente alla regia e responsabile di palcoscenico di tre produzioni. Ho organizzato un festival di teatro per ragazzi e sviluppato il progetto Theatre for Babies, prevedendo una residenza per Elisa Fontana, un’artista italiana specializzata in teatro per la primissima infanzia.

Quali vantaggi e opportunità ci sono per un italiano?
A Bangalore, e in tutto il sud dell’India, non esiste una vera e propria rappresentanza italiana, a parte la Camera di Commercio. L’Istituto Italiano di Cultura più vicino è a Mumbai. In città gli istituti più attivi sono l’Alliance Française, il Goethe Institut e il British Council, impegnati in attività di cooperazione culturale. Con i suoi otto milioni di abitanti, Bangalore è considerata la Silicon Valley dell’India, con una grossa concentrazione di aziende di IT, oltre ad essere il centro scientifico di ricerca più importante del Paese. Rispetto ad altre città indiane, l’ambiente culturale è ancora in evoluzione.

Spettacolo Ganapati della Compagnia Adishakti

Spettacolo Ganapati della Compagnia Adishakti

Com’è la geografia dei luoghi delle arti in India?
Complesso generalizzare per un territorio vasto e caratterizzato da identità, lingue e religioni molto distanti tra loro. Le istituzioni governative sostengono principalmente le forme d’arte di tradizione, in un’ottica di consolidamento dell’identità nazionale. Le industrie culturali più fiorenti sono quelle pop di Bollywood, della musica e della danza tradizionali, e dell’artigianato. Per quanto riguarda il teatro, la produzione si concentra nelle grandi città come Mumbai, ma recentemente anche Hyderabad, Kochi, Chennai e Bangalore.

Temi politici e instabilità del Paese ti permettono di lavorare liberamente?
A livello diplomatico i rapporti non sono rosei: ad esempio, l’India non partecipa a Expo. I fondi alla cooperazione culturale italiana hanno subito un conseguente ridimensionamento.

Cosa pensano gli indiani di noi?
C’è una conoscenza approssimativa, che si limita alla moda, al cibo e a qualche sporadico interesse culturale, come ai film del Neorealismo italiano o il teatro di figura. L’India sta effettivamente vivendo un periodo di sviluppo frenetico e contraddittorio, e le possibilità di rapporti e scambi culturali sono davvero molte. Esiste per esempio una reale richiesta di professionisti qualificati sia in ambito di produzione cinematografica, sia musicale, ma anche teatrale, dove mancano quasi completamente tecnici specializzati o scenografi. Purtroppo, senza un vero sostegno al dialogo da parte delle istituzioni culturali, queste rimangono opportunità lasciate all’intraprendenza dei singoli.

Quali politiche culturali promuove l’India?
Uno degli istituti non profit più interessanti con sede a Bangalore è l’Indian Foundation for the Arts, molto attiva nel sostenere l’internazionalizzazione delle arti e l’utilizzo di pratiche culturali innovative, anche come strumento di sviluppo sociale. A loro si deve un progetto di grande successo come il Kali Kalisu Project, che dal 2009 forma le insegnanti delle scuole pubbliche all’utilizzo di pratiche artistiche all’interno del curriculum scolastico. Dal punto di vista dell’arts management, realtà come ARThinkSouthAsia, India Theatre Forum e Khoj International Artists’ Association promuovono networking internazionale e corsi di specializzazione per professionisti culturali.

Jagriti Theatre, Bangalore

Jagriti Theatre, Bangalore

Hai un messaggio per l’Italia?
Ci si sente un po’ abbandonati dalla madrepatria, soprattutto guardando alla forza di altri istituti di cultura europei. Ci sono molteplici e interessanti terreni di confronto tra le nostre due culture, con ricadute positive anche nelle possibilità di rapporti commerciali. L’India è un Paese complesso ma non ostile. Bisogna che l’Italia cambi prospettiva, rendendosi più intraprendente: non siamo cervelli in fuga ma ponti con Paesi straordinari con i quali dialogare.

Neve Mazzoleni

www.stefaniamangano.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #24

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