Uno Stato invadente. L’editoriale di Fabio Severino

L’offerta culturale italiana è costellata da miriadi di piccole organizzazioni. Il più delle volte destrutturate e poco professionalizzate, ma creative e fantasiose, sicuramente sempre volenterose. Ma la cultura aziendale che fine ha fatto?

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Uno still da Brazil di Terry Gilliam

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C’ERA UNA VOLTA LO STATO
Centinaia di migliaia di soggetti culturali italiani sono spesso giuridicamente delle associazioni, quindi unioni di individui dalle più disparate competenze, pieni di amore, ma poco altro. L’evidente lacuna di cultura aziendale che le contraddistingue le sta mettendo in ginocchio di fronte alla contrazione di finanziamenti pubblici.
Un mondo che per decenni ha offerto sussidiarietà, educazione, intrattenimento e identità grazie ai tributi della collettività, oggi è lasciato al suo destino. Probabilmente con troppo poco preavviso, sono impreparati a continuare quel ruolo sociale necessario con le risorse del mercato. Non solo perché non l’hanno mai fatto, non sanno come funziona, non hanno le competenze per capirlo e forse – aggiungiamo – perché ancora non c’è un vero mercato in grado di sostenere l’offerta.

NORME TANTE, SOLDI POCHI
Siccome i problemi non vengono mai da soli, la beffa in aggiunta al danno delle contrazioni delle risorse pubbliche (dovremmo iniziare a parlare di sparizione, in realtà) è che lo Stato, che prima di tutto legifera e regolamenta ogni genere di uso (in Italia anche dell’aria che si respira), pone mille vincoli. Finché pagava, poteva anche dire la sua, si accettava perfino di dargli l’ultima parola. Ma adesso è veramente solo un ostacolo, l’ennesimo ostacolo.
Quanti aspetti di un’offerta possono determinare il successo o l’insuccesso, raccogliendo più pubblico o creando centri di ricavo indispensabili? Orari di apertura, la possibilità o meno di rivendite commerciali (i famosi servizi aggiuntivi), esporre nomi e loghi di terzi. Insomma, si nega la libera imprenditorialità. Prima lo Stato si è tirato indietro da quasi tutto, dicendo “sono finiti i soldi, cavatevela da soli”. Poi ci ha aggiunto: “In onore della sussidiarietà è anche giusto che il territorio, i cittadini, gli utenti e le imprese contribuiscano ognuno per sé allo sviluppo”. Poi però pretende di mettere bocca su qualsiasi cosa.

Il manzoniano Azzeccagarbugli

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OLTRE IL DANNO, LA BEFFA
È coerente che gli operatori privati, che siano a scopo di lucro o meno, affrontino un rischio imprenditoriale, che credano in se stessi, che si mettano veramente in gioco. Però devono poter vincere, vedere premiato dal mercato la loro offerta, la loro idea, il loro lavoro.
Comune, non mi dai più il contributo per fare un festival o una manifestazione? Dammi allora la possibilità di somministrare bevande, di vendere gadget, di offrire servizi anche commerciali e non connessi con l’offerta culturale, purché assonanti e appropriati, così da recuperare sul mercato le risorse che prima avevo dalle casse pubbliche. Ovviamente sempre nel rispetto della collettività e dove è oggettivamente plausibile.

Fabio Severino 
project manager dell’osservatorio sulla cultura – università la sapienza e swg

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #23

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