I belgi al Macro: barbari, poeti, e altro

Macro, Roma – fino al 13 settembre 2015. Una mostra eccellente, capace di aprire un varco su una delle nazioni creativamente più interessanti dell'arte contemporanea. Il Belgio e i suoi creativi in mostra nella Capitale.

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James Ensor, From laughter to Tears, 1908

James Ensor, From laughter to Tears, 1908

IL BELGIO: PAESE DIVISO, ARTE UNICA
Recita un muro della mostra, citando il critico Vincent Cartuyvels: “Esiste veramente un’arte belga, inclassificabile, onirica e triviale, esilarante e sarcastica, barbara, incapace di prendersi sul serio e persa nelle stelle di carta dorata”. La mostra in corso al Macro riesce nell’impresa di fornire uno sguardo d’insieme evocativo e coerente su quest’arte, rendendo contemporaneamente un conto equilibrato delle stelle da presepe, il riso macabro e l’intelligenza barbara che rendono il Belgio un laboratorio culturale notevole – ancorché all’apparenza piuttosto appartato – della contemporaneità.
L’esposizione, sulla carta dei comunicati stampa, aspira a fornire un’immagine complessiva degli ultimi centocinquant’anni di arte dalle parti di Bruxelles, ma in concreto offre un’introduzione fulminante soprattutto ai lavori in corso.

Jacques Lennep, Hom’art, 2007

Jacques Lennep, Hom’art, 2007

150 ANNI D’ARTE
Di fatto, una volta pagato il debito ai grandi padri della nazione – vedi alcuni ottimi Félicien Rops, uno straordinario James Ensor e qualche René Magritte da immaginario minimo garantito – e accumulate con intelligenza alcune salienze del passato recente (da Pierre Alechinsky a Marcel Broodthaers, la cui Académie I vale da sola la visita), la mostra attinge con larghezza ad artisti degli ultimi tre decenni, più o meno riconosciuti.
Così, accanto ad alcuni grandi internazionali come Jan Fabre e Panamarenko, il percorso espositivo si sbizzarrisce a sorprendere i visitatori col tango macabro degli scheletri meccanici di Johan Muyle (Ni un paso atras, 2008), i cristi simil-tatuati di Jean-Luc Moerman (2007) o le ostie ricucite – tanto affini e insieme ostili all’acribia beghina delle dentelles fiamminghe – di Vincent Solheid (Le corps du Christ, 2011). E via ancora lungo le tassidermie perplesse o le fantasmagoriche collezioni di farfalle da combattimento di Pascal Bernier (Accident de chasse, 2015; WWF/USAF, 1996-2000), le sontuose sculture popolari di Leo Copers realizzate con cassette di frutta ricoperte di foglia d’oro (Ne pas revé, 2007-2009), la biologia minima del proprio tempo personale raccolta da Alessandro Filippini (Scorie della vita, 1971-in corso).

Jean-Luc Moerman, Jésus-Christ, 2007

Jean-Luc Moerman, Jésus-Christ, 2007

CARATTERI RICORRENTI
Se ne ricavano, nel complesso, un sentimento di gestione ormai matura dell’ossessione tanatologica tipica dell’arte belga di fine Ottocento (risonanza spirituale, viene da pensare, dei crimini efferati compiuti dalla monarchia belga nell’Africa centrale nello stesso periodo, i cui spettri non a caso si aggirano ovunque nell’intenso Padiglione belga della Biennale veneziana corrente) e insieme l’ammirazione per una capacità creativa debordante, svolta attraverso un’ironia caustica e una dolenza morale applicate ai nostri tempi con rara intensità.

Luca Arnaudo

Roma // fino al 13 settembre 2015
I belgi. Barbari e poeti
a cura di Antonio Nardone

MACRO
Via Nizza 138

06 671070400
[email protected]
www.museomacro.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/44905/i-belgi-barbari-e-poeti/

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