La fotografa Diana Markosian ha ritratto i sopravvissuti del genocidio armeno di fronte a fotografie della loro terra natale. A cento anni di distanza dall’esodo

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Diana Markosian, 1915

Diana Markosian, 1915

La storia, quella con la maiuscola, è fatta anche di pezzi omessi, sepolti, oscurati. Perché anche se a scriverla sono i vincitori – o almeno così si dice – trova sempre la strada per ricordare, dissotterrare, e dare luce alla verità dei fatti. Così, nonostante il diniego storico della Turchia e le “acrobazie linguistiche” del presidente Obama, in occasione dell’ultima commemorazione lo scorso 24 aprile, il genocidio armeno non è stato dimenticato e resiste nella memoria di un popolo intero, nei racconti dei sopravvissuti, di chi è stato costretto a lasciare indietro la casa, la terra, tutto, di chi ha perso i propri cari, tra quei milioni di donne, uomini e bambini che l’Impero Ottomano sterminò senza pietà, tra il 1915 e il 1923.

Diana Markosian, 1915

Diana Markosian, 1915

La fotografa americana di origini armene Diana Markosian aveva un bisnonno che da quelle atrocità era riuscito a scappare, aiutato dai vicini di casa turchi, verso l’Armenia, verso la salvezza, verso una vita daccapo e una nuova casa, che casa non era. Nel suo paese di origine non mise mai più piede, come molti dei sopravvissuti al genocidio. Diana Markosian ha deciso così di ricercare quei pochi reduci ancora in vita e di fare loro un regalo, forse il più bello che abbiano mai ricevuto. È andata a trovarli in Armenia, ha parlato con loro, si è fatta raccontare la loro Odissea senza lieto fine nella Turchia dell’est di cent’anni fa, per poi ritornare con fotografie in grande formato di quei luoghi che, in un tempo lontano e sbiadito, erano stati la loro casa. Diana Markosian ha infine immortalato l’incontro: il risultato sono fotografie nelle fotografie, ritratti silenziosi e toccanti, “storie di ciò che avevano, di ciò che hanno perso. E che hanno ritrovato di nuovo.” Per l’ultima volta.

Marta Pettinau

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