Opera a cavallo. Parla Giovanni Lindo Ferretti

Giovanni Lindo Ferretti debutta con la quinta saga de “Il Canto dei Canti” al Ravenna Festival. Portando uno spettacolo in cui si ritrova l'intera visione dell'ex leader dei CCCP. E dove viene messo in scena, seppur indirettamente, il travagliato ritorno alle origini del cantautore punk più apprezzato e discusso di tutto lo Stivale.

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Giovanni Lindo Ferretti, L'opera equestre-Saga IV. Il canto dei canti - photo Andrea Grassi

Giovanni Lindo Ferretti, L’opera equestre-Saga IV. Il canto dei canti – photo Andrea Grassi

QUANDO LA MUSICA INGRANA LA QUARTA
Sono entrato in contatto con la complessità del personaggio Giovanni Lindo Ferretti dopo che mi era stato sussurrato all’orecchio di un’esibizione impossibile dei suoi CCCP tenutasi a Faenza, la prima città della mia biografia, in tempi non così lontani: la loro parola cantata, ma più in generale la loro stessa attitudine, era così trasgressiva, provocatoria, sempre al limite del consentito che in quell’occasione minò drasticamente la sensibilità dei presenti, e così per sedare questa brezza sconvolgente – e pericolosamente coinvolgente – qualcuno decise di far scattare procedure penali ai danni dell’organizzatore, che mai fino ad allora si era visto denunciato per aver portato in un’anonima città di provincia quella che all’epoca rispondeva trionfalmente al nome di “musica moderna”.
Sebbene questa singolare vicenda sia condita da un tocco di leggenda, è innegabile che i CCCP provocassero una rottura, in linea con l’ideologia punk e il fermento che si respirava in tutta l’Emilia durante gli anni di militanza di Lotta Continua e del Pci a Reggio: Ferretti era dunque l’anima di un gruppo che, nonostante lo zoccolo duro di ascoltatori, non rappresentava affatto le élite, ma un vero e proprio movimento di massa che nasceva dal basso, orgoglioso di aver qualcosa da dire al mondo, e con l’intelligenza di farlo senza prendersi troppo sul serio: “È una storia tutta da scrivere, ma è anche una storia ancora in atto”, dice Giovanni sorridendo.

Giovanni Lindo Ferretti, L'opera equestre-Saga IV. Il canto dei canti - photo Andrea Grassi

Giovanni Lindo Ferretti, L’opera equestre-Saga IV. Il canto dei canti – photo Andrea Grassi

POTENZA ANIMALE
Correndo su questo binario, nel corso degli anni i CCCP ci hanno consegnato numerose incisioni, in tutto il loro caotico splendore, ma non è questo il momento di guardarsi alle spalle, perché Ferretti, forte di questa tradizione, ha continuato a occuparsi di musica e più in generale di tutto ciò che rientra in quel grande calderone che è l’arte.
A tal proposito il suo attuale progetto, L’opera equestre – Saga IV. Il canto dei canti, non deve essere considerato l’ultimo chiodo sulla bara del suo lungo, controverso e apparentemente contraddittorio percorso artistico, ma rappresenta forse la chiusura di un cerchio che identifica l’intera vita di Giovanni e la grandezza della sua figura. Non è un caso dunque che lo spettacolo al debutto presso il Ravenna Festival fosse tra i più attesi della capiente programmazione.
L’opera ha come protagonista il cavallo, il cui ruolo all’interno di questo “teatro barbarico” – così definito da Ferretti – non deve essere visto come un’acrobatica scelta stilistica volta solo a impressionare il pubblico, ma è necessario tener conto di quanto questo animale ha influenzato, seppur indirettamente, gran parte dell’esistenza di Giovanni, e lui stesso non ne fa mistero: “Per due estati con i CCCP abbiamo fatto concerti da quattro o cinque mila persone, ininterrottamente, all’opposto della mia situazione familiare dunque; iniziai così a sentire il bisogno di tornare a casa a prendermi cura della mia vecchia stalla, che fungeva da equilibrio tra due mondi completamente opposti. Sono convinto che se non fossi potuto tornare ai pascoli non ce l’avrei fatta, mi sarei bruciato in un mese”.

Giovanni Lindo Ferretti, L'opera equestre-Saga IV. Il canto dei canti - photo Andrea Grassi

Giovanni Lindo Ferretti, L’opera equestre-Saga IV. Il canto dei canti – photo Andrea Grassi

TUTTO IL FASCNO DELLA MONTAGNA
Qualche settimana prima della sua comparsa alla 26esima edizione del Ravenna Festival Ferretti è a Bologna, città a lui molto affine, nel tentativo – riuscito – di smuovere un intero auditorium con il suo repertorio: il pubblico è variegato, dai giovanissimi con gli occhi lucidi agli adulti che riscoprono il sapore del revival, ognuno consapevole del fatto che il punto di forza dei suoi progetti sta prima di tutto in una parola: “credibilità”.
Ciò che Giovanni esprime, in tutte le sue forme, si rifà infatti alle numerose esperienze passate vissute nel suo febbrile cammino, e lo stesso vale per la sua ultima fatica artistica messa in scena durante la kermesse ravennate: “I cavalli erano parte di ricordi dell’infanzia, un grumo molto profondo che non potevo più toccare”, racconta, “ma tutto è cambiato quando si è conclusa definitivamente la storia dei CCCP, e in quel momento pensai che era ora di dare una svolta radicale alla mia vita. Mi comprai una cavallina: prendermi cura di un animale mi ha aiutato ad affrontare un percorso vitale a ritroso verso le miei origini, un ritorno all’infanzia e verso la mia casa, così da ricostruirmi un altro modo di vivere, dato che quello che avevo sperimentato non era più adatto a me”.
Questo sentiero ha man mano portato all’ideazione dell’opera equestre messa in scena alla manifestazione romagnola, che di fatto racconta dell’antico patto fra uomini, cavalli e monti: in sintesi, l’Iliade dell’universo Ferretti; una storia che fa sua la narrazione della nascita, della fioritura e dell’abbandono di quelle stesse montagne in cui Giovanni vi ha ritrovato una certa serenità dell’anima, grazie all’aria viva di altura e al lavoro calmo e regolare dettato dai pascoli, dove potente è anche la dimensione spirituale.

Giovanni Lindo Ferretti, L'opera equestre-Saga IV. Il canto dei canti - photo Andrea Grassi

Giovanni Lindo Ferretti, L’opera equestre-Saga IV. Il canto dei canti – photo Andrea Grassi

IL VOLTO UMANO DEL PUNK
Io nel frattempo sono tornato a vivere in montagna e assomiglio sempre più a mio nonno”. Nel 1989, durante l’intervista per il documentario Tempi Moderni, Giovanni voleva confondere le acque, com’è nella natura del movimento punk. Questa affermazione, volutamente ricoperta da una patina di ironia, fa apparire insignificante quanto detto da Ferretti, che in quell’occasione si mise chiaramente sulla difensiva. La realtà era però ben più intricata: all’origine infatti Giovanni venne cresciuto da una vecchia nonna sul ritmo dei racconti epici delle loro montagne, e non è un caso dunque che sessant’anni dopo è lui a riproporre al grande pubblico quelle stesse storie – a volte la vita gioca strani scherzi. “Questo genere letterario un po’ desueto”, ha successivamente dichiarato, “è rimasto nascosto nella mia mente per molto tempo, e oggi lo trovo adatto alla mia voglia, o necessità, di raccontare di un mondo prima che se ne perda completamente la memoria”.
Lazzaro è dunque uscito dalla tomba, questo incomprensibile labirinto che è stata la vita artistica di Ferretti può dirsi finalmente tracciato, e il caos post-CCCP di Giovanni ha raggiunto un suo ordine; ma attenzione: solo analizzando la totalità delle vicende che hanno avuto come protagonista questo cantautore tanto discusso quanto amato si possono comprendere le singole perizie, non solo artistiche ma intellettuali, del genio Ferretti, che altrimenti somiglierebbero ai deliranti scossoni di un punkettone ormai consumatosi. “Ora non mi dispiacerebbe morire avendo, di nuovo, gli animali intorno a me”, conclude, suggerendoci che il cerchio della sua esistenza artistica sembra essere finalmente chiuso, in modo non convenzionale così come lo è stato il suo percorso.

Luca Gorini

www.ravennafestival.org

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