Inchiesta Art Brut. Intervista con Tea Taramino

Non è un paradosso cercare l’arte outsider solo dove un perimetro istituzionale ne stabilisce nomenclatura e spazi? Sì, ed è anche troppo facile. Per questo la penultima tappa dell’inchiesta non è dedicata a una fondazione né a un museo, ma a un’intera città e a uno dei suoi tanti volti: importante e poco noto, e cioè in perfetto stile sabaudo. A raccontarci questa storia, Tea Taramino, ovvero una delle sue protagoniste per conoscenza teorica e infaticabile pratica empirica.

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Trailer - anteprima del progetto Mai visti e altre Storie - InGenio Arte Contemporanea 2014 - particolare

Trailer – anteprima del progetto Mai visti e altre Storie – InGenio Arte Contemporanea 2014 – particolare

Torino si associa d’istinto, e giustamente, all’Arte Povera, poi ai noti poli del contemporaneo, ma ha anche una stretta parentela con l’arte irregolare: ci dai qualche punto di riferimento?
Torino – rispetto all’arte non consacrata dai circuiti ufficiali – ha una lunga e intensa storia, ma poco conosciuta: ad esempio il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino contiene un importante nucleo di opere, nate in cattività presso l’ex Ospedale Psichiatrico di Collegno, databili tra fine Ottocento e inizio Novecento. Tali manufatti e i loro autori, come Giuseppe Versino e Francesco Toris, sono conosciuti a livello mondiale grazie al lavoro di ricerca scientifica e di comunicazione che è stato fatto dal 1926, anno in cui l’antropologo Giovanni Marro diede forma iniziale alla raccolta.
Le altre collezioni e gli atelier – del Comune (per cui lavoro), delle ASL, di cooperative e associazioni – hanno una storia che si intreccia dagli Anni Sessanta a oggi, ma è documentata in modo frammentario. Attualmente queste realtà si stanno organizzando – attraverso il progetto Mai Visti e Altre Storie – per ricomporre parti disperse, saperi eterogenei e dialogare attivamente fra di loro, con il territorio e i diversi contesti culturali. L’obiettivo comune è scoprire, conservare e proteggere tale patrimonio sommerso – fatto di opere, di esperienze umane e culturali – per ricostruire identità autoriali, restituendo dignità e diritti a persone che spesso non hanno autonomia o la consapevolezza del proprio valore, rendendo tali beni disponibili al vasto pubblico e nel contempo proseguire le attività di contrasto alla marginalizzazione.

Hai citato Mai Visti e altre Storie, ovvero la creazione di un archivio virtuale per catalogare tutte le opere d’arte irregolare del territorio piemontese. Com’è nato il progetto? 
Il progetto parte da un felice incontro di idee ed esigenze espresse da persone e soggetti istituzionali diversi: ha alcune radici negli Anni Ottanta nella collezione Singolare e Plurale, del Servizio Disabili, motivata dal mio pensiero fisso di riuscire – prima o poi – a valorizzare i nostri autori in modo adeguato; ha una nascita nell’interesse pubblico verso alcuni autori irregolari prodotta dagli incontri con artisti professionisti e la cittadinanza, favoriti da varie mostre, dalla rassegna di arte relazionale Arte Plurale e dall’attività del laboratorio e galleria InGenio; ha avuto una recente svolta decisiva grazie al progetto L’arte di fare la differenza, che è stato un’importante occasione sia per conoscerci con le associazioni culturali Arteco, Passages e il Museo di Antropologia ed Etnografia, sia per sviluppare riflessioni condivise nel confronto con le altre realtà europee, più progredite e forti nel riconoscimento degli autori indipendenti e marginali.
Mai Visti e Altre Storie è ideato da me, ma nasce da tali valutazioni comuni e da un processo che fermenta nell’aria da tempo. Il progetto è curato da Beatrice Zanelli e Annalisa Pellino dell’Associazione Arteco in collaborazione con l’Associazione culturale Passages, in particolare con Gianluigi Mangiapane che lavora anche presso il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino.

Giorgio Barbero - collezione ex Centro Sociale Basaglia, Collegno

Giorgio Barbero – collezione ex Centro Sociale Basaglia, Collegno

Da dove provengono le opere? 
Le opere provengono, oltre che dal museo universitario e dalla collezione comunale, da fondi pubblici e privati distribuiti sul territorio piemontese: ad esempio dall’ex Centro Sociale Basaglia dell’ex Ospedale Psichiatrico di Collegno o da associazioni come Fermata d’Autobus, Fragole Celesti, Il Porto, Laboratorio Zanzara, Comunità di Sant’Egidio o da cooperative sociali come Chronos, Valdocco, La Testarda, Il sogno di una cosa, Il Margine, Proposta 80, tanto per citare solo alcuni fra i numerosi partner che hanno aderito. Si attinge anche a singoli atelier, artisti e famiglie o dalla scuola. Ad esempio il Primo Liceo Artistico di Torino ha giovani autori straordinari.

C’è un processo di selezione e, se sì, in base a quali criteri? 
Quando si vuole portare avanti un progetto serio di riflessione critica sull’arte – che sia ai margini di quella ufficiale oppure sia l’indubbia protagonista del proprio tempo – si parla di storia, tecniche, stili, contesti, finalità, contenuti e comunicazione ed è quindi indispensabile fissare dei criteri: temporali, formali, estetici rispetto ai metodi di ricerca, di uso dei materiali, di significato e coerenza nella produzione di ogni autore considerato. Tanto più nel nostro particolare caso, dove l’indagine si incardina sui discussi e mobili confini fra arte definita outsider e quella insider, è necessario evitare banalizzazioni ed è indispensabile avere dei riferimenti precisi rispetto all’ambito artistico in generale e alla specificità della ricerca.
Figura centrale è la storica dell’arte Bianca Tosatti [qui trovate l’intervista pubblicata su Artribune], coniatrice del termine Arte Irregolare, ex direttore del MAImuseo di Cremona, che ci ispira, forma, e fa parte del nutrito comitato scientifico composto da autorevoli rappresentanti della cultura contemporanea e delle istituzioni.
Anche la qualità dell’indagine e della schedatura richiedono criteri precisi, perché sono un aspetto fondamentale della ricerca, ed è durante l’esplorazione che avviene la prima scelta tra le opere. Passo successivo è il confronto con altri autori già riconosciuti, con gli addetti ai lavori e il pubblico durante mostre, presentazioni, seminari e convegni. Queste ricerche sono guidate con grande competenza – e dedizione quotidiana – dalle curatrici, storiche dell’arte, nonché esperte in schedatura professionale di archivi: Beatrice Zanelli, Annalisa Pellino, Erika Cristina e Elisa Campanella di Arteco, in costante dialogo attivo con noi che lavoriamo negli atelier e conserviamo le opere. Per lo studio della collezione del Museo di Antropologia ed Etnografia ci si avvale, inoltre, della collaborazione con l’antropologo Gianluigi Mangiapane (referente sia del Museo sia di Passages) e di Giulia Fassio, antropologa culturale.
La schedatura in corso è disponibile al pubblico attraverso un archivio online – realizzato da ProMemoria con il software collective access – ispirato a quelli usati dal MoMA e dal Museion di Bolzano.

Puoi dirci qualcosa sui finanziamenti?  
È un’iniziativa alla quale concorrono in modo diverso i soggetti partner con prestazioni d’opera e di personale: ad esempio la Città di Torino – grazie alla sensibilità della vicesindaco Elide Tisi e dei funzionari della Direzione Politiche Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie – mette a disposizione personale, locali e attrezzature. Siamo in fiduciosa attesa dalla Cultura. Inoltre il progetto, che si avvale del patrocinio della Regione Piemonte, a oggi è sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e siamo in attesa di altre risposte.
Per il futuro ci si propone da una parte di consolidare e riconfermare le collaborazioni già attive (come quella con l’Opera Barolo, il cui contributo in termini di spazi e personale è altrettanto importante in occasioni come mostre, incontri e conferenze) e di partecipare a bandi europei attivando percorsi di progettazione condivisa e collaborazione con enti e istituzioni straniere attive nel medesimo campo.

Tea Taramino in atelier - photo Elisa Campanella

Tea Taramino in atelier – photo Elisa Campanella

La tua ricerca si svolge su più fronti (sei artista, arte-terapista, curatrice) ma si è intrecciata al disagio psichico e alla disabilità sin dagli esordi, quando le persone con patologie psichiatriche o disabili si chiamavano “subnormali”: ci racconti?
È una storia lunga e complicata che meriterebbe un trattato che non sono in grado di scrivere da sola, ma posso indicare come il linguaggio sia rivelatore, portatore, costruttore di comportamenti.
All’inizio del mio lavoro, con imbarazzo di noi giovani neoassunti, si adoperava il termine subnormali, una parola che denotava una posizione di inferiorità, meno diritti, meno occasioni, meno personale professionale dedicato, maggiore coercizione. Fortunatamente l’evoluzione politica e sociale ha portato progressivamente a cambiamenti nelle scelte operative e nel linguaggio e si è passati, poi, da portatori di handicap a persona con disabilità, passando per l’ipocrita o fuorviante diversamente abile. Molti di noi educatori e degli interessati preferiamo persona con disabilità o con disagio psichico, perché pone l’accento su persona: il problema o la mancanza non possono definire un’identità.

Com’erano organizzati i primi atelier protetti?
Parliamo della fine degli Anni Settanta. Eravamo giovanissimi, inesperti e velleitari, per cui alcuni atelier erano organizzati in luoghi poco adatti, disordinati e gestiti con discontinuità, personalmente mi ispiravo liberamente ad Arno Stern. Un’isola di ordine e metodo era il piccolo spazio dedicato alla Percezione visiva condotto, con intransigenza e competenza, da Angelo Garoglio. Abbiamo anche dovuto conquistare nuovi spazi e attrezzarli come è ora il Laboratorio La Galleria: atelier che ho avviato nel 1982, occupando con i colleghi un intero piano abbandonato dell’ex Istituto Provinciale per l’infanzia e la maternità, in corso Lanza.
È stato necessario imparare per gradi, fortunatamente abbiamo usufruito di formazione con artisti ed esperti di varie discipline. In un corso annuale condotto da psicologhe (Chirico, Musci, Oliviero e Vacchino) capire che la libera espressione, che noi sbandieravamo quasi come slogan, fosse un’illusione mi, ci, ha cambiato prospettive. Comprendere la sostanziale differenza tra espressione e comunicazione e che tutto condiziona: le problematiche personali, il luogo, i materiali, le relazioni interpersonali tanto più in persone coartate da problemi psico-fisici o intellettivi, sono stati spunti di riflessione importanti per noi operatori. Così abbiamo fondato, con Angelo Garoglio e Mauro Biffaro, nel 1985, il Gruppo Intercentro di pittura e quello di Teatro, formazioni che riunivano regolarmente a cadenza settimanale chi operava nei diversi atelier cittadini e della cintura con lo scopo di progettare, lavorare congiuntamente per costruire un linguaggio comune.
Anni dopo ho intrapreso una formazione in arte terapia. Dove, più che capire cosa devo fare, ho imparato quello che non posso fare: è già qualcosa, no?

Gli artisti, di Torino e non, che hanno condiviso con te questo percorso: chi c’era, e magari c’è ancora?
Sono tanti e sicuramente non riuscirò a citarli tutti in modo adeguato come meritano, senza produrre un romanzo o deludere qualcuno. Come non partire da Piero Gilardi, che si è dedicato negli Anni Settanta all’espressività – collettiva e spontanea – in vari ambiti sociali e psichiatrici ispirando una generazione di operatori, nonché figura decisiva per la mia assunzione nel 1976?
A seguire: Giustino Caposciutti, che ha avviato il primo atelier, nel ’75, nel Centro Socio Terapeutico di corso Toscana e organizzato mostre a Torino negli Anni Ottanta (ora con lui ci sono in attivo progetti di arte partecipata); Angelo Garoglio, che ha portato metodo e rigore; Mauro Biffaro, che ci ha aiutati a costruire rapporti con i dipartimenti educazione dei musei di arte contemporanea ed è ancora disponibile per nuovi progetti; Giorgio Griffa, che ci ha seguiti, consigliati e appoggiati presso le istituzioni; Francesco Casorati, Romano Campagnoli, Ettore Fico, Nino Aimone, che hanno con sincera curiosità esplorato i laboratori e accettato un confronto – paritario e rischioso – con artisti sconosciuti e con disabilità intellettiva, nel lontano 1986, con la mostra Cercato e Trovato.

Lina Fiore - collezone privata dell’artista

Lina Fiore – collezone privata dell’artista

E più recentemente?
Dagli Anni Novanta entrano in scena artisti come Enrico Tommaso De Paris, Bartolomeo Migliore, Andrea Massaioli, Chen Li, il compianto Hiroaki Asahara e numerosi altri professionisti di valore, emergenti e amatoriali, con molti dei quali siamo in costante contatto.
Per il presente vorrei citare l’Accademia Albertina con Ennio Bertrand, per le ricerche sulla multisensorialità, e Ornella Rovera, per la collaborazione attiva con i suoi studenti; Simone Sandretti, Alessia Panfili e Luca Atzori di Torino Mad Pride o Mario Petriccione con i quali, da tempo, c’è un incontro tra progettualità diverse – anche attraverso Mai Visti e Altre Storie – e percorsi che hanno coinvolto o coinvolgono artisti come Caretto & Spagna, Cesare Pietroiusti, Manuele Cerutti, Cosimo Veneziano che hanno collaborato con Arte Plurale e/o per L’arte di fare la differenza insieme a giovani emergenti: Simone Bubbico, Lia Cecchin, Corina Cohal, Michela Depetris, Giulia Gallo, Enrico Partengo, Maya Quattropani, Arianna Uda.

Arte Plurale, la rassegna di arte relazionale di cui sei curatrice da oltre vent’anni: ci spieghi che cos’è e com’è nata?
Nasce nel 1992 come L’ho dipinto con… nei laboratori dell’UNITRE (Università della Terza Età) da un’idea di Giuseppe A. Campra, psicoterapeuta. La formula: un artista professionista e un allievo per realizzare insieme un’opera. A partire dal 1993, con la fondamentale mediazione dell’artista Giustino Caposciutti, la pratica si estende ai laboratori per persone con disabilità della Provincia e del Comune di Torino dove si trasforma, progressivamente, in Arte Plurale grazie alla costruzione di nuovi rapporti con artisti professionisti, emergenti e istituzioni culturali – ponendo l’accento sulla ricerca dei diversi linguaggi della contemporaneità – attraverso la mia curatela.
Ora è una manifestazione che vanta una rete internazionale e coinvolge, in un complesso processo di ricerca, molte differenze sociali e culturali: servizi alla persona, associazioni, cooperative, scuola, musei e fondazioni. Arte Plurale è un metodo di lavoro, uno spazio di azione e di pensiero in cui rimescolare le carte e dove sono più importanti i processi che si verificano piuttosto che la definizione rigida dei singoli partecipanti in ruoli o sindromi.

Che cosa si intende per arte relazionale in questo caso?
In questo caso “arte relazionale” è uscire dalla dimensione individuale per declinarsi sul piano espressivo e comunicativo con un’altra soggettività e un’altra competenza, o articolarsi nella dimensione di gruppo. Ciò comporta uno sforzo di attenzione, di visione, di ascolto, di traduzione, nonché lo sviluppo della capacità critica di porsi delle domande, imparare calandosi nei panni altrui, saper attivare intrecci di dialogo e tentare di uscire dagli schemi: essere divergenti.
E questo può valere – in misura diversa – per tutti i protagonisti in gioco: l’artista, il critico, l’antropologo, lo psicologo o lo psichiatra, l’educatore, l’insegnante, lo studente o la persona in situazione di difficoltà: psichica, fisica, sensoriale o intellettiva.

Super spazio personalizzato - installazione a Palazzo Barolo, Torino - Arte Plurale 2004

Super spazio personalizzato – installazione a Palazzo Barolo, Torino – Arte Plurale 2004

InGenio è uno spazio all’ombra della Mole con annessa area espositiva: chi ci lavora e da dove provengono le opere esposte?
InGenio è formato da due spazi contigui che rappresentano due interpretazioni di uno stesso progetto di valorizzazione delle persone in situazione di fragilità e di sensibilizzazione della cittadinanza, quale espressione di un’ampia rete civile che vi si riconosce.
InGenio, bottega d’arti e antichi mestieri, aperto nel 2001 dalla Città di Torino, è un luogo di esposizione e vendita delle produzioni artistiche e artigianali realizzate nei novanta laboratori cittadini (pubblici e privati). È uno spazio aperto a chi vuole incontrarsi per confrontarsi e per scambiare esperienze: una risorsa per eventi culturali quali la presentazione di un libro, di un progetto o per scoprire produzioni inedite formate da pezzi unici e irripetibili o da piccole serie. Lo spazio è curato da Patrizia Ventresca con Rosaria Augeri, Enzo Bodinizzo, Carmen Dolce, Monica Zulian e numerosi altri operatori e utenti dei diversi servizi coinvolti.
InGenio Arte Contemporanea, aperto nel 2011, è un laboratorio di idee e galleria rivolto a sperimentazioni artistiche che si confrontano con la contemporaneità per incrementare esperienze con artisti e personaggi del mondo dell’arte contemporanea e dell’arte irregolare attraverso l’interazione con istituzioni scolastiche, università, musei e fondazioni e gallerie private.  Il programma è curato da me con l’artista Enzo Bodinizzo e l’educatrice referente Patrizia Ventresca in collaborazione con numerosi artisti e associazioni.

Infine, la domanda obbligata: art brut, outsider art, arte irregolare… come ti regoli con le etichette? 
Confesso che in proposito ho più domande che risposte, perché autori e opere, a seconda del punto di osservazione e dell’uso che viene fatto nei diversi contesti, possono mutare collocazione. Art brut, outsider art, arte irregolare rappresentano interpretazioni con sfumature diverse, appartenenti a periodi storici che si susseguono, sono visioni europee applicate e interpretate a livello internazionale.
Art Brut è la definizione data dall’artista francese Jean Dubuffet nel 1945 a inventori di regole, tecniche e vocabolari personali, senza modelli e finalità esterne alla personale necessità espressiva. L’artista brut è un autodidatta che opera nella solitudine, nel silenzio, nel disagio, spesso nella sofferenza e in segreto, caratterizzandosi per l’inventività ribelle e l’impegno totalizzante. Outsider Art è il termine coniato nel 1972 dal critico d’arte inglese Roger Cardinal guardando a Dubuffet, ma nel corso del tempo sembra divenuto il contenitore allargato per includere una più grande e varia famiglia di artisti marginali, emarginati, folk, naïf, visionari comprese le esperienze americane di Primitive Art.
Per noi che trattiamo soprattutto con artisti viventi, molti dei quali “poco silenziosi e molto protetti” definizioni come Art Brut e Outsider Art non ci sembrano adeguate. Ora, grazie alla storica dell’arte italiana Bianca Tosatti, disponiamo di una definizione che ci pare più aperta, visto che usa l’espressione arte irregolare “per indicare una possibilità di sovvertimento rispetto alle lingue ufficiali, ai discorsi istituzionali, da parte di queste immagini che rivendicano (…) di operare nella carne del mondo. Le opere (…) non appartengono dunque a uno stesso genere – o a uno stesso antigenere – né tantomeno a uno stesso periodo storico: (…) gli artisti vengono presentati con un numero di opere sufficiente a renderli indimenticabili”.

Sara Boggio

www.comune.torino.it/pass/ingenio

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